venerdì, 30 ottobre 2020
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UNIONI CIVILI E MATRIMONIO: QUALE FUTURO

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In questi giorni è in discussione al Senato il disegno di legge sulle unioni civili, il c.d. Disegno di legge Cirinnà bis. Sono già numerose ed evidenti le opposizioni e le resistenze dei componenti di alcuni partiti che promuovono la legge stessa, per non contare la voce dei cattolici che – tramite la Cei e suoi rappresentanti in Parlamento – spinge per un dietrofront sulla questione.

Ciò che il disegno di legge promuove è una disciplina e regolamentazione giuridica, piuttosto confusa, aggiungerei, delle convivenze di fatto sia tra coppie omosessuali che tra coppie eterosessuali.

Ma vi è di più: si discute della possibilità di adozione, per uno dei conviventi, della figlia o del figlio del proprio partner e di adozione a coppie omosessuali, e qui si scatena la polemica all’interno del dibattito politico, ove alcuni si lavano le mani invocando, in tal senso, una libertà di coscienza.

La vastità e complessità degli argomenti su cui legiferare, imporrebbe, a mio avviso, una certa cautela da parte del legislatore. E’ chiaro che la vita di un individuo attrae una molteplicità di aspetti, che si moltiplicano nel momento in cui si unisce ad altro individuo, nel senso di coppia, andando a costituire micro società che si riflettono nell’intero sistema sociale, politico, giuridico ed economico di un Paese.

Difatti, nel voler rispondere alle domande impellenti e alle istanze della collettività e dell’Unione Europea che spinge per una definizione dei temi, si rischia di legiferare in maniera confusa su argomenti che andrebbero trattati e analizzati singolarmente e per i quali una certa serietà e un rigore imporrebbero leggi singole e distanziate per ciascuna questione. Invece, si assiste ad un’attività legislativa confusa e ad un surriscaldamento degli animi e delle posizioni di ciascuna corrente, in un clima che non fa altro che creare un rimpasto delle materie trattate senza possibilità di chiarezza e con alta probabilità di un aumento di contenziosi giudiziari che congestionano la macchina della giustizia, in una lotta perenne tra norma codificata e giurisprudenza.

Come sempre, l’Italia si è mostrata sorda ai richiami sul tema provenienti da parte dell’Unione Europea che sollecita il nostro Paese a trovare una soluzione giuridica, una legge che dia disciplina ad un fenomeno sociale e, come sempre, l’Italia si mostra impreparata e disorientata sull’argomento. Legiferare è una funzione di governo assai importante: da questa attività derivano conseguenze che si ripercuotono su tutti gli aspetti della vita di un essere umano, oltre che riflettersi anche su aspetti economici, giuridici e antropologici e di costume, della vita di un intero Paese.

Il richiamo della Cei, in persona del Segretario generale e la voce del Cardinale Vallini, Vicario di Roma, che si appellano alla Costituzione, parlando della famiglia come realtà che riguarda non la Chiesa, ma la Costituzione, è indice di una contraddizione interna agli stessi cattolici.

Da sempre la Chiesa è stata soggetto politico, facendosi legislatore occulto, o, comunque, condizionando e rivendicando un ruolo all’interno dell’attività di governo di un altro Stato, preoccupandosi delle politiche per la famiglia, a partire dalle leggi su fecondazione, procreazione assistita, separazione e divorzio, controllo delle nascite. Nella nostra realtà di oggi, sono pochi i giovani che vedono nel matrimonio l’obiettivo naturale del loro amarsi e della loro relazione, in una mentalità diffusa che si può amare anche a prescindere del vincolo del matrimonio.

Le ragioni di questa tendenza possono essere ricercate in cause di tipo socio-economico, come la mancanza o la precarietà di un lavoro che dia sicurezza, o in cause di tipo culturale, come la paura di assumere degli impegni definitivi con l’altro. Non solo: accade che l’emancipazione femminile da quella figura arcaica che relegava la donna esclusivamente a funzioni di governo della casa, ha fatto venir meno, nel tempo, la convinzione ed il costume che la libertà e l’indipendenza siano concepite solo all’interno del matrimonio, o meglio di un vincolo squisitamente giuridico.

Le Istituzioni ecclesiastiche che parlano di famiglia, quale società naturale fondata sul matrimonio, dimenticano o sembrano non vedere ciò che avviene all’interno di alcuni nuclei familiari: la mancanza di un’indipendenza economica e il problema della casa per alcune donne, costringe le stesse a subire maltrattamenti e violenze in ambito domestico; le separazioni e i divorzi diventano affari colossali, incidendo in maniera non indifferente sulla vita patrimoniale di un individuo. Tutto ciò non manca di rappresentare per molti un disincentivo a creare famiglia nel senso giuridico del termine.

L’evoluzione dei tempi e il progresso si sono spinti oltre, verso nuove forme di convivenza, anche in aderenza ai propri orientamenti sessuali; nelle diverse epoche, la famiglia ha subito e subisce, ancora oggi, molte trasformazioni. Detto ciò, la Chiesa e le Istituzioni non possono non tener conto di questo cambiamento e dovrebbero mostrarsi aperte a tutte le visioni. Non è sufficiente sentir dire ad un appartenente al clero che c’è già il codice civile a disciplina di certe problematiche. Voglio ricordare che il codice civile – sia pur con le leggi e le modifiche intervenute nel tempo – è stato redatto nel 1942, in un clima culturale completamento diverso da quello attuale, e nonostante ciò, continua a mantenere una struttura e un impianto normativo in cui non trovano spazio i temi di cui si discute in questi giorni in Parlamento.

Auspichiamo un dialogo costruttivo ed efficace tra le forze politiche in campo, nella speranza di vedere partorire decisioni normative giuste e condivisibili.

Giusi Bonomo

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