mercoledì, 29 Giugno 2022

Fabulas (di Sascia Coron)

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i gemelli impossibili

 capitolo sesto

Frastornato da quel rimprovero e da quella tremenda voce, Vardhana non ebbe l’ardire di domandare per qual motivo il valico di Patatrin avrebbe assunto grande importanza dopo la sua morte. Si chiese perché mai avrebbe dovuto descrivere quel luogo se, morendo, gli eventi successivi non potevano più riguardarlo. Perché percepiva nella richiesta del dio la dolorosa sensazione che invece la cosa lo riguardasse da vicino? Aveva il cervello in tumulto e il cuore in gola, eppure, s’impegnò a sgombrare la mente da ogni altro pensiero e, pur di sottrarsi alla terrificante collera divina, il poveretto si concentrò a rivedere con la memoria il passo ed a rappresentare in dettaglio la natura, l’origine e la geografia del sito.

Fatta una breve pausa di meditazione, disse:

Non sarei preciso se non parlassi delle gole di Patatrin viste dalla mia parte prima d’attraversarle e poi mentre le traversavo ed in fine dopo averle oltrepassate.

Mi raccontarono che un tempo, al di là del passo, c’era un grande lago di forma semicircolare cui faceva da barriera una parte della catena montuosa chiamata Montealto.

Per una piccola porzione davanti al lago, la montagna era costituita da un accumulo di grossi massi che però reggevano la pressione dell’acqua del bacino riempito dalle nevi disciolte provenienti dai ghiacciai di Himavat Himalaya.

Ora Himavat, un giorno, sentendosi oppresso dal peso del ghiaccio e della neve, aveva voluto scrollarsi le spalle e, per quel tremore, grandi blocchi di ghiaccio erano precipitati nel lago. La diga naturale non aveva retto all’enorme pressione e, prima con un rivolo, poi con un fiotto inarrestabile, le acque e il fango avevano infranto ogni ostacolo e portato a valle i piedi della montagna. Il lago era stato completamente prosciugato. Mi dissero che ancora si vedeva il colossale anfiteatro contenente il vecchio lago. Per ovvi motivi, recluso dalla mia parte, io non potevo vederlo di persona.

Questo io sapevo, riferendomi a quello che mi avevano raccontato.

Con i miei occhi invece avevo visto il valico, perché m’aveva portato a vederlo mio padre quando decise di farmi capire l’estensione del regno che mi avrebbe lasciato da difendere e il punto in apparenza più debole dei suoi confini.

Il passo dell’Uccello è come un immenso traforo di roccia scavato nella montagna, il cui colmo è crollato. Dalla parte di Pūtamajala, davanti all’arcata, per un lungo tratto, si trova un gran numero di massi, evidentemente i pezzi di montagna sparsi dalla foga delle acque, ma vicino ad essa il terreno è scoperto. I macigni permettono a chiunque di proteggersi da un gruppo aggressore armato, ma in campo libero la carneficina è certa. Inoltre, ammesso che un grosso contingente, avanzando deciso, riuscisse ad entrare nella gola, gli arcieri avversari ne farebbero strage con un micidiale tiro incrociato dall’alto.

Ma quello che vale per l’uno vale anche per l’altro. La galleria con la volta crollata, così mi sembra sia ben rappresentato il passo, è lunga poche centinaia di metri, ma al sommo del varco potevano posizionarsi gli arcieri di mio padre e quelli di Bala rendendo impossibile valicare la strettoia senza un accordo di pace.

In effetti, nonostante si odiassero, i commerci risultavano vitali per ambedue. Per questo motivo decisero che bastavano alla loro sicurezza due guarnigioni, più di vedette ben armate d’archi possenti che di soldati da combattimento, ed io ho mantenuto le cose per come le aveva disposte mio padre.

Francamente non saprei cosa aggiungere, se non il fatto che la roccia è scura, senza traccia di vegetazione su entrambi i fronti, mentre il terreno oltre il passo è coperto da una sabbia candida e brillante come il sale, che quasi acceca chi la calpesti alla luce del Sole.

In effetti, avevo ricevuto il biglietto della principessa che era già Primavera inoltrata e quando arrivai al valico il Sole splendeva come sa fare in alta montagna, piegando la natura ad essere gioiosa, amorevole e bella oltre ogni dire. Solo le pareti rocciose di Patatrin restavano spoglie, come se, dopo essere state dilavate dalle acque, il dio avesse voluto lasciarle così, per ammonimento.

Sul volto di Pārvatī tornò l’enigmatico sorriso ed ella ordinò al mahārāja di continuare il suo racconto che così riprese.

Sorpassato l’ingresso della gola, il cuore contrastato da mille sentimenti, ci trovammo imprigionati fra i due fianchi scuri della montagna. Kavaca, fresco di nomina, mi cavalcava a fianco e percorreva con lo sguardo ogni più piccola rientranza della roccia, in basso, ai lati e sopra. Né lui, né io vedemmo arcieri, né i miei compagni notarono strani movimenti. Nel passo non c’era nessuno, nemmeno i guardiani di vedetta del regno di Bala!

Quando dalla mezz’ombra uscimmo in piena luce, ci accolse, di sorpresa, un dolce canto di benvenuto diffuso da una moltitudine di donne poste a semiciclo davanti a noi. Il fatto ci sconvolse letteralmente. Dove s’erano acquattati gli uomini? Se questa non era una trappola, che altro poteva essere?

Certi di non avere ormai più scampo, estraemmo tutti le armi per vendere almeno cara la nostra pelle. Ma a questo punto avvenne un fatto che nessuna nostra fantasia avrebbe potuto immaginare.

Il coro di donne s’aprì e lasciò nel mezzo una striscia di candida sabbia sulla quale, scendendo dal trono, avanzò la principessa a piedi nudi, e tutti la vedemmo e ci sembrò che non lasciasse orme e che procedesse sicura su un tappeto ricamato di luce.

A memoria umana, mai s’era vista una principessa accogliere l’ospite andandogli incontro e mai, ma proprio mai, si era visto farlo a piedi!

Folgorato da quella visione, il buon Kavaca di Tarkso cadde da cavallo e batté la testa, ma poi non andò a predicare in giro che Prabhā era una dea.

L’inconveniente ci diede il tempo di rinvenire dalla sorpresa per ascoltare le parole della principessa e di capirle.

capitolo settimo

Con la voce più soave del mondo la principessa esordì dicendo:

“Mio Signore, ero certa che saresti venuto. Non accusarmi di presunzione per questo. Noi donne abbiamo un fine intuito e capiamo quale sia un uomo degno della fiducia in lui riposta, anche basandosi soltanto sulla sua fama, pur non avendolo mai incontrato prima.

Sapendo del tuo coraggio, l’istinto mi ha guidata a crederti capace di esaudire il mio invito e di venire in terra ostile per conoscermi.

In verità, tu non mi conosci ed io, pur prevedendoti, non conosco te. Se è nel tuo desiderio, vieni dunque nella mia tenda come me bramoso di questa conoscenza e che essa per noi due abbia finalmente inizio”.

Vardhana, visibilmente commosso, si rivolse a Pārvatī pregandola di dispensarlo dal dare particolari su quello che era successo durante il tempo della conoscenza. Che la dea avesse pietà di lui, e gli risparmiasse di ripercorrere con il ricordo il periodo, assieme, più faticoso e bello della sua vita. Non c’erano parole. Solo con le immagini del sogno esso riviveva in lui, ma la memoria non poteva portargli ormai alcuna gioia ora che Prabhā non c’era più ed egli, senza sue carezze, rimaneva angosciato dagli eventi attuali.

Con un minuscolo cenno del capo la dea concesse, e Vardhana continuò il discorso.

Se è vero che i nomi sono adatti alle persone che li portano, Prabhā era veramente la Luce, ed ella entrò nella mia vita per illuminarla e rischiarare ogni mio pensiero ed ogni mia azione. Anche ora che è morta, custodisco nella mente il ricordo di quel bagliore per cercare di scorgere nel buio atroce la mia sorte.

Si parlò quasi subito di sponsali e la figlia convinse il padre che non c’era altro modo per risolvere la faccenda perché, o sposava Vardhana o si sarebbe uccisa, perendo per mano del genitore colpevole del diniego. Fu così che, inebriato d’amore, sposai la Luce.

Il nostro contratto di matrimonio rimase negli annali come esempio di scatenata follia.

Bala non avrebbe dato alcuna dote alla figlia ed io non avrei chiesto diritti su alcun territorio del suo regno.

I nostri commerci sarebbero rimasti uguali e non avrei avuto alcuno sconto sul legname. Bala non avrebbe attaccato il mio regno, né io il suo e questo avrei fatto, anche dopo la sua morte, con il suo successore.

Il matrimonio si sarebbe tenuto nella sua capitale ed io avrei presentato ai miei sudditi la sposa, fatta loro regina in terra straniera.

Il primo figlio maschio avuto da Prabhā sarebbe stato re e mio unico successore. Ogni anno una delegazione nemica sarebbe venuta nel mio regno a controllare che trattassi Prabhā con gli onori dovuti. In caso di deficienza nelle mie attenzioni ella sarebbe ritornata alla casa del padre che mi avrebbe dichiarato guerra all’istante.

Sottoscritto l’atto, ci preparammo alla partenza. Non parlo volutamente del matrimonio e delle feste colossali seguenti, perché essi, per me e la mia sposa, furono soltanto un gran chiasso, d’ostacolo alla nostra intimità per approfondire la nostra conoscenza ed, eventualmente, per mettere in cantiere da subito un erede.

Dovetti usare tutta la mia diplomazia per convincere i miei guerrieri a tornare in patria. Per la prima volta, in quella terra straniera, si erano sentiti in pace, senza la preoccupazione di un possibile attacco nemico. Per mesi avevano goduto di una munifica ospitalità e del favore di molte donne, meno schifiltose e svogliate di quelle che avevano lasciate a casa.

Al momento della partenza eravamo: io ed i miei centocinquanta uomini, Prabhā e trentasei ancelle addette alla sua persona, più mille e cinquecento schiavi, maschi e femmine, per la sua cura.

Mi rifiutai con violenza di accettare il giuramento di fedeltà di tremila soldati di Bala cedutimi per la difesa della figlia. Nel mio regno nessuno l’avrebbe mai aggredita e, comunque, io ero il suo sposo e toccava a me di proteggerla!

Al momento dei saluti, Bala aveva stampata sulla faccia un’insulsa aria furbetta. Forse credeva d’aver fatto un buon guadagno e che il contratto matrimoniale fosse il miglior affare della sua vita. Pover’uomo!

Non sapeva quel che m’aveva dato.

Io portavo con me il tesoro più prezioso del suo regno e ne ero ricco di una ricchezza che sapevo si sarebbe moltiplicata nel tempo all’infinito, poiché mi portavo la gioia della Luce ed il suo amore, dilatato a dismisura dal mio per lei.

 

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