mercoledì, 25 Maggio 2022

ATTENTI A QUEI DUE

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Ubriachi di delizia, sopraffatti dal genio, increduli di fronte all’esito della potenza dell’ambizione umana, quando viene indirizzata a vincere la scommessa di tirare fuori il meglio di sé, uscimmo dal teatro. Uscimmo conciliati con la natura umana capace di simili prodigi.

Uscimmo estasiati e anche un po’ confusi, con le emozioni attivate, indecisi tra il sospiro liberatorio per riassestarci, o quello corto, per trattenere ancora l’ebbrezza da cui ci sentivamo sovrastati.

Uscimmo fuori dal teatro. Il cielo era terso, blu denso, e, nonostante il freddo intenso il bisogno di disporci in capannelli a scambiarci le impressioni fu spontaneo.

Ciascuno sollecitato da un aspetto:

– un’ora e mezza di recitazione tutta di filato, tutta a memoria, accidenti che abilità!

– magistrale la gestualità, ha saputo incarnare i personaggi, ci ha trasportato nei luoghi, ci ha proprio fatto vedere e vivere il naufragio con quel volteggiar di braccia e mani mentre roteava il collo e reclinava il capo!

– non una sbavatura, non un’imperfezione, niente cedimenti di stanchezza, né lacune di memoria!

– mirabile la rappresentazione delle emozioni, si è vista la contrizione della pietà, lo struggimento del dolore, lo stupore espresso con le pause e l’allargar delle braccia, il raccoglimento del corpo per l’orazione con la chiusura. E poi la titubanza del dubbio con le soste.

Insomma una mimica parlante e una gestualità capace di rendere plastico il concetto. E via così, ciascuno aggiungeva un tassello, sottolineava un aspetto.

Unanime l’ammirazione per il livello di maturità interpretativa raggiunta da Giorgio Sparacino. La prova, se ce ne fosse bisogno, che i titoli accademici nulla aggiungono all’impegno serio e onesto di un appassionato amante del teatro e della recitazione.

Giorgio Sparacino è nato dotato di una bella voce, ma soprattutto della capacità di studio con costanza che gli ha fatto raggiungere questo livello di performance.

Succede raramente che uno spettacolo teatrale riesca a generare un tale effetto, ma quando si verifica è una grazia di Dio che si insedia in ogni angolo dell’essere e vi permane a lungo,  impregna la memoria, impressiona la vista, tempesta tutti i sensi, e, col tempo, si insedia nel cassetto dei ricordi, pronto a saltare come molla al primo segno evocativo.

Succede raramente, succede quando si sposano quei due elementi geniali come un testo di spessore letterario eccezionale e una professionalità interpretativa strabiliante. Qualcuno ricorderà Turi Ferro ne “Il berretto a sonagli” o Eduardo De Filippo in “Filumena Marturano”, sposalizi perfetti!

Che un tale evento potesse verificarsi in un piccolo teatro di periferia (Piccolo Palcoscenico in contrada Musebbi) non ce lo aspettavamo.

Certo si portava in scena nientemeno che il sommo Dante Alighieri, ma immaginavamo una lettura di alcuni canti, i più noti, questo ci aspettavamo, e, siccome un’innaffiatina allo spirito fa sempre bene siamo andati contenti di farlo.

La didascalia alla locandina lo pubblicizzava come una proposta per coinvolgere lo spettatore utilizzando i versi più noti e i personaggi più famosi, dall’Inferno al Purgatorio per arrivare al Paradiso, in compagnia di Dante e Virgilio (canto I dell’Inferno), di Paolo Malatesta e Francesca da Rimini (canto V), di Ulisse con la sua sete di conoscenza (canto XXVI), del Conte Ugolino della Gherardesca destinato a morir di fame con i suoi figli e nipoti (canto XXXIII) per lasciare poi l’inferno (canto XXXIV) e passare al purgatorio, dove (canto III) il protagonista è Manfredi, lo sfortunato re di Sicilia figlio del grande Federico e nipote di Costanza d’Altavilla, ucciso a Benevento dai francesi di Carlo d’Angiò. Infine il canto XXXIII del paradiso, che come ognuno sa, chiude il poema, dopo che Dante, per intercessione della Vergine, ha potuto contemplare Dio nel mistero della Trinità.

C’era, nella rappresentazione, quanto annunciato, ma non di una lettura si trattava, piuttosto di un’interpretazione recitata a memoria di tutto ciò, fatta con la professionalità di un grande maestro della scena.

Una messa in scena all’altezza del grande Vittorio Gassmann, ma senza quell’enfasi che le era tipica, quell’enfasi che esaltava la teatralità a scapito del messaggio testuale.

Stavolta nell’ambizioso ruolo d’interprete, e direi di comunicatore che si cimenta a trasmette il senso del messaggio dantesco e le impressioni della fragilità umana nell’affrontare la singolare avventura, Giorgio Sparacino ha sparigliato. E’ riuscito a coniugare, alla recitazione mnemonica, un’efficace e sapiente gestualità funzionale, congrua al detto, ampliante la parola, raffigurante il senso.

Gesto e parola all’unisono, in danza armonica, ciascuna dimensione espressiva in libertà d’azione per concorrere a comporre l’armonia.

Ne è venuta fuori una recitazione posta al servizio del testo e del genio di Dante, espressa con grande umiltà e certamente devozione, un’operazione che può essere frutto solamente di uno studio profondo e di un’interiorizzazione profonda del senso della Commedia.

Non era il primo approccio di Giorgio con la Divina Commedia, ma ogni volta ha aggiunto qualcosa, è riuscito ad andare oltre, ora può fermarsi. L’esito del suo impegno è stato “divino” come la Divina Commedia merita.

Ovviamente alla composizione dello spettacolo ha concorso una sapiente regia, curata da Alessandro Sparacino, fatta di dettagli leggeri come ali di farfalla, ma efficaci come pennellate magistrali: la chiusura di ogni situazione con un semplice ma eloquente voltar di spalle al pubblico. Non secondario l’impiego delle luci come elemento scenico utile a creare l’atmosfera, e la scelta precisa di una scena quasi del tutto vuota, un leggio, quasi non utilizzato, e altro solo elemento una sorta di inginocchiatoio, al quale l’interprete si è appoggiato piegando un ginocchio, utile a rendere plastica la posizione bloccata del Conte Ugolino.

Questa essenzialità di elementi ha contribuito a fare concentrare lo spettatore sull’espressione del messaggio, insomma è stata creata una sorta di vuoto che cattura e raccoglie l’attenzione dello spettatore. Questi due, insieme, sanno fare centro.

Carmela Giannì

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