mercoledì, 29 Giugno 2022

Fabulas (di Sascia Coron)

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i gemelli impossibili

capitolo ottavo

Valicate le gole di Patatrin, rientrai nel mio regno e capii che si era già sparsa la notizia del mio matrimonio straniero.

I popolani assiepati ai bordi delle strade avevano tutti un’aria perplessa. Come era possibile che il loro re avesse sposato la figlia del loro peggiore nemico? Infrollito da tale atto, il mahārāja sarebbe stato ancora in grado di difenderli dalla sempre possibile invasione? Con quali arti magiche la principessa aveva indotto il loro protettore a sposarla, rendendolo succube della sua volontà?

Sentito il brusio che accompagnava il corteo, Prabhā ne intuì subito il motivo e fece uno di quei gesti sorprendenti per i quali chiunque si arrendeva di buon grado alla sua grandezza.

Sfuggendo dalle mie braccia, spalancò le cortine del regio baldacchino e, scesa dalla portantina nuziale, cominciò a stringere le mani dei suoi nuovi sudditi e a carezzare le teste e le guance dei loro bambini.

Dopo un primo attimo di sbandamento, la folla comprese il segno ed un boato la proclamò regina di tutti e di ciascuno nell’intimo del suo cuore.

E finalmente il popolo la guardò, e ne vide la maestosa bellezza, lo sguardo regale, la lealtà sovrana, la bontà assoluta, e capì che il loro re aveva fatto la cosa giusta per se stesso e per la sua gente, e mi assolse.

Per la prima volta la volontà del governante e dei governati coincideva naturalmente. Senza nessuna forzatura o costrizione il popolo elesse sua regina colei che il re aveva voluto tale.

Molto in fretta mi adeguai al nuovo ruolo di marito a casa. Non ebbi più amanti, non perché in me fosse calato il desiderio, ma perché Prabhā soddisfaceva tutti i miei possibili e in ogni campo.

Anche Prabhā si conformò presto ai compiti nuovi di moglie e di mahārājnī e, appartenendo solo a se stessa, non fece alcuno sforzo nel cambiare patria e divenire membro del popolo un tempo nemico ed ora amato, a cominciare dal suo re.

Senza tralasciare alcuna incombenza e funzione di corte, spesso si confondeva fra la gente, e non aveva bisogno di frequentarla sotto mentite spoglie. Era questo che faceva impazzire tutti, che non si spogliasse delle vesti regali durante le sue visite e rimanesse “la regina” anche quando asciugava col suo splendido manto il sangue della ferita di un debole.

La sua figura minuta e sottile girava per le strade guaritrice, divenendo di maestà gigante agli occhi del popolo che l’aveva adottata. Ogni giorno tutti sapevano che la regina sarebbe venuta a trovarli per ascoltarli e fare per loro ogni cosa fosse possibile fare.

Anche col pancione era in mezzo al popolo che la sentiva sua e la più grande benedizione mandatagli dalla benevolenza degli dei.

Quando venne il tempo, Prabhā partorì una bambina che chiamammo Nandi1 (Gioia) ed era così bella che nessuno si rammaricò del fatto che non fosse nato un maschio. La madre di Prabhā era morta mettendola al mondo e Nandi ci parve una reincarnazione a compenso della perdita da lei subita per vivere.

Aggiunta alle altre la funzione di madre, allora, Prabhā sfiorò quella perfezione che lei stessa dichiarava essere irraggiungibile.

Quando eravamo a corte da suo padre, ogni giorno c’era una festa ed io con i miei uomini ci eravamo convinti che riunirsi per cantare e ballare fosse il modo di quella gente per sopportare il peso della vita.

Prabhā non era affatto festaiola e reggeva per poco godendone la confusione di una festa. Aveva uno spiccato senso del dovere ed adempiva con scrupolo tutte le mansioni affidatele dal rango ma, non appena poteva, si ritirava a studiare, concedendosi il contatto con la folla come ricreazione.

Dai suoi studi discendevano le leggi del mio stato e tutte le opere della mia corte e quelle nel mio regno.

Dopo avermi convocato a leggere i suoi scritti o a vedere i suoi disegni, mi guardava tutta trepidante e, con l’aria di una dea consapevole di esserlo, ma convintamente decisa a farsi umile di fronte a un mortale, mi chiedeva: “Mio re, non ti sembra giusto così?”, ed io non potevo che arrendermi di fronte all’evidenza che era giusto così.

Ed era giusto così che io la amassi, per la sorpresa continua di scoprire ogni volta un aspetto meraviglioso dei mille ancora sconosciuti che di certo avrei amato.

In me non si spegneva il fuoco della passione poiché non mi era possibile immaginare un solo giorno di monotonia vicino a quel vulcano di idee nate per amore e per esso regalatemi.

Quando giunse la delegazione di Bala per controllare lo stato di Prabhā, ella mostrò Nandi, e con questo solo gesto convinse tutti. Non era umanamente possibile credere che una creatura così perfetta non fosse stata concepita per amore e non vivesse immersa nell’amore.

Facemmo fatica a convincere i membri della delegazione a prendere la strada del ritorno. Prima di partire, ciascuno voleva accarezzare ancora una volta la bambina per poter riferire a Bala quanto bella fosse sua nipote e che era vera perché, oltre ad averla vista, l’avevano pure toccata!

 

  1. Nandi – sf. nandi = 1 gioia, 2 felicità (sm. = 1 nome di Vishnu, 2 nome di un attendente di Shiva, 3 nome di un Gandharva, 4 lettore di un prologo).

Pdf Nandi, primogenita di Prabhā e Vardhana, sorella di Dānī e Āshā e del fratello Shabda, è sorellastra di Shipi.

 

capitolo nono

La nostra vita scorreva senza intoppi.

Io mi sforzavo di tenere sempre pronto l’esercito e di rafforzarlo, perché non è mai bene abbassare la guardia, e mi affaccendavo a realizzare tutte le cose che mia moglie mi suggeriva e mi convinceva a fare.

Per merito suo il mio regno aveva tribunali veloci e giudici imparziali, tributi giusti ed esattori onesti, la scuola più efficiente e i maestri migliori, la rete dei collegamenti più vasta e la meglio mantenuta.

In una parola, tutti si sorprendevano di come veniva governato il paese, creando ricchezza e distribuendola in modo che la maggioranza vivesse felice, mentre la minoranza infelice andava riducendosi ogni giorno di più.

Prabhā era il motore di ogni progresso e, per metafora, la grande vela della nave che aveva ormai il dominio indiscusso dei mari. In effetti, la mia marina era rispettata dovunque e le mie navi commerciali e i miei mercanti arrivavano dappertutto.

Le rarissime volte che accadeva un incidente diplomatico, mi presentavo con la mia potenza di Re ad intimidire (senza far realmente paura a nessuno!), ma la questione veniva risolta dalla Regina, con la sottigliezza invincibile delle sue argomentazioni.

Dall’ardore delle nostre notti nacque un’altra bambina, che chiamammo Dānī1 (Dono), bella come la sorellina, che si fece adorare per il suo carattere e la sua grazia.

Il tempo del mio amore veniva scandito dalla discendenza che Prabhā mi donava con tale dedizione da sembrare non soffrire nemmeno le doglie del parto.

Anche questa volta gli ambasciatori di Bala tornarono dal loro re a riferire che sua figlia aveva un trattamento e un potere di cui non ricordavano avesse mai prima goduto una donna. Suo marito era l’uomo più innamorato del mondo per la sorte di aver scelto una sposa adorata che gli aveva offerto l’eternità del sangue in due bambine perfette.

A nessuno venne un mente di notare che non era ancora nato il maschio che avrebbe garantito la successione del regno. E tanto poco venne in mente a me e alla mia sposa che proseguimmo con grande soddisfazione ad amarci.

Nacque così una terza bambina. Questa la chiamammo Āshā2 (Speranza) perché, pur facendo con le sorelline la nostra felicità, ci parve lecito nutrire la speranza che il prossimo nato fosse un suo fratellino.

Inondato dalla gioia di quattro donne tutte per me e dalla fortuna di vederne crescere tre sin dalla culla per la fiducia di capirle finalmente, non mi accorsi che Prabhā cominciava a soffrire della situazione.

Messo in allarme da qualche timido accenno, sbagliando, volli prendere il toro per le corna.

Pigliai mia moglie di petto e le chiesi di dirmi per filo e per segno il motivo per il quale non mi dava più consigli e non scriveva e non disegnava più, restandosene chiusa con le sue ancelle a badare alle mie figlie.

Scossa dalla mia violenza, allora Prabhā così mi disse:

“Ma non lo capisci? Eppure è così semplice! Non riesco a darti il maschio che ti aspetti e che mio padre vuole ad ogni costo”.

Non riuscii a convincerla che il maschio per me non era un problema e non m’importava dei farneticanti desideri di suo padre.

Eravamo ancora giovani e c’era tutto il tempo per avere l’erede. E poi, anche se esso fosse giunto in tarda età, cosa cambiava? In caso di nostra dipartita, avevamo tre figlie che, per la saggezza appresa dalla madre, avrebbero saputo degnamente tenere il regno fin quando il fratello non fosse stato maturo e forte abbastanza.

“E se il maschio non dovesse mai venire?”.

Non ero preparato a rispondere a questa domanda e mi rintanai con essa nelle mie cure di sovrano.

Come una goccia che buca la roccia, la domanda cadeva sulle nostre teste con un fragore costante.

Quella che m’era apparsa una sua stupida apprensione divenne ossessione quotidiana per Prabhā, soprattutto quando fummo costretti a constatare che, nonostante i nostri sforzi, non rimaneva più incinta.

La corte di medici chiamata in consulto non potè dichiarare che la regina fosse divenuta sterile, ma che si trovava in uno stato di prostrazione tale che il mio seme non attecchiva.

Mi rifiutai di mettere il lutto per questo, e feci tutto il mio possibile perché intorno alla mia sposa regnasse la serenità.

Il risultato che ottenni fu la visita di Prabhā accompagnata da una donna bellissima e misteriosa che mi fu presentata come Chāyā3 (Ombra).

Tenendola per mano, la mia sposa mi fece un discorso dal quale rimasi orripilato, ma del quale, dopo tutto, dovetti convincermi, poiché, come sempre avveniva con Prabhā, alla fine, “era giusto così”.

  1. Dānī – Nome proprio di persona ricavato dal sn. dāna (lat. donum), reso sf. con la ī lunga finale, come quella della dea Kundalinī (agg. kundalin = che si avvolge a spirale; sm. = un serpente. Con la ī lunga finale, kundalin diventa il serpente al femminile. La Devī Kundalinī, la“dea ritorta” sta arrotolata dormiente alla base della colonna vertebrale di ogni uomo). Come sm. dāna = 1 atto di dare, 2 atto di dare in matrimonio, 3 dono, 4 comunicazione, 5 insegnamento, 6 restituzione, 7 aggiunta, 8 oblazione, 9 taglio, 10 divisione, 11 pascolo.

Pdf Dānī, secondogenita di Prabhā e Vardhana, è la sorella di Nandi, di Āshā e di Shabda ed è la sorellastra di Shipi.

  1. Āshā – Ha molti significati a seconda del contesto: sf. āshā = 1 desiderio, 2 speranza, 3 prospettiva, 4 personificazione della moglie del rishi Vasu (vasu = benevolo, rishi = veggente), 5 regione, 6 spazio, 7 regione dei cieli.

Pdf – Āshā, terzogenita di Prabhā e Vardhana. Le sue sorelle sono Dānī e Nandi, suo fratello è Shabda, suo fratellastro è Shipi. Per il motivo detto nel racconto, la terzogenita di Prabhā e Vardhana si chiama Speranza.

  1. Chāyā – sf. chāyā = 1 ombra (gr. skìa), 2 luogo ombreggiato, 3 protezione, 4 immagine riflessa. Riferimento evidente ad Ombra (Chāyā) e Coscienza-intuitiva (Samjnā).

Ogni nome trascina una favola. Ogni favola, se raccontata abbastanza a lungo, diventa verità sacra. Ogni libro sacro, a seconda del periodo storico, dà un nome agli dèi dei quali parla.

Vishnakarman, architetto dell’Universo (o degli dèi), può essere identificato con Tvashtri, il Forgiatore.

Si racconta che egli avesse una figlia, di nome Samjnā, di bellezza incomparabile. Vedendola, il Sole (Sūrya) se ne innamorò e la volle in sposa. Il calore dei raggi del Sole era però intollerabile per Samjnā che non poteva avvicinarsi allo sposo né di giorno, per non esserne arsa, né di notte, perché lui non c’era. Ella decise quindi di nascondersi nella foresta per darsi alla vita ascetica e si trasformò in giumenta. Affinché Surya non l’andasse a cercare, nottetempo impastò Chāyā, un simulacro identico in tutto e per tutto a se stessa. Sūrya giacque con Chāyā e ne ebbe due figli, il terribile Shani (Plutone) e Sāvarni (un rishi legislatore) ed una figlia, Tapati.

Da un certo gesto di Ombra, incompatibile con il carattere della moglie, finalmente il Sole si accorse dell’inganno e andò a cercare Samjnā. Vedendola in veste di cavalla, si trasformò in stallone e, dopo che ella gli ebbe partorito due gemelli con testa di cavallo, gli Ashvin Vivasvat e Saranyū, la riportò a casa. Di gemelli fantastici le storie ne sono piene in ogni angolo della terra. Si vede che l’argomento appassiona sin dalla notte dei tempi.

Ritornato in sé, il Sole chiese a Vishnakarman di adoperarsi per evitare di fargli bruciare la sposa. Allora, l’Architetto degli dèi gli tagliò parte dei raggi e con le parti recise fece il tridente di Shiva (Trishūla), il disco di Vishnu (Cakra), la mazza di Kubera, la lancia di Kārtikeya, il tempio di Konavak e le armi degli altri dèi.

Dopo l’operazione del parziale taglio dei raggi, al quale si era sottoposto per dimostrare il suo immenso amore alla sposa Samjnā, sembra che Surya avesse altre mogli. Secondo il Kurma Purāna ha anche Sovranità (Rājnī) e Luce (Prabhā). In altri testi le spose sono: Multicolore (Savarna), Esistenza-personale (Svati) e Grande-coraggio (Maha-Vīryā). Alcuni dicono che il Sole sposasse l’Aurora (Ushas), altri che ne fosse il figlio. Ma, si sa che gli arcani divini ciascuno se li racconta come gli pare (Mistero della fede!).

Pdf Chāyā, schiava di Prabhā. Madre di Shipi.

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