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Fabulas (di Sascia Coron)

i gemelli impossibili

capitolo ottavo

Valicate le gole di Patatrin, rientrai nel mio regno e capii che si era già sparsa la notizia del mio matrimonio straniero.

I popolani assiepati ai bordi delle strade avevano tutti un’aria perplessa. Come era possibile che il loro re avesse sposato la figlia del loro peggiore nemico? Infrollito da tale atto, il mahārāja sarebbe stato ancora in grado di difenderli dalla sempre possibile invasione? Con quali arti magiche la principessa aveva indotto il loro protettore a sposarla, rendendolo succube della sua volontà?

Sentito il brusio che accompagnava il corteo, Prabhā ne intuì subito il motivo e fece uno di quei gesti sorprendenti per i quali chiunque si arrendeva di buon grado alla sua grandezza.

Sfuggendo dalle mie braccia, spalancò le cortine del regio baldacchino e, scesa dalla portantina nuziale, cominciò a stringere le mani dei suoi nuovi sudditi e a carezzare le teste e le guance dei loro bambini.

Dopo un primo attimo di sbandamento, la folla comprese il segno ed un boato la proclamò regina di tutti e di ciascuno nell’intimo del suo cuore.

E finalmente il popolo la guardò, e ne vide la maestosa bellezza, lo sguardo regale, la lealtà sovrana, la bontà assoluta, e capì che il loro re aveva fatto la cosa giusta per se stesso e per la sua gente, e mi assolse.

Per la prima volta la volontà del governante e dei governati coincideva naturalmente. Senza nessuna forzatura o costrizione il popolo elesse sua regina colei che il re aveva voluto tale.

Molto in fretta mi adeguai al nuovo ruolo di marito a casa. Non ebbi più amanti, non perché in me fosse calato il desiderio, ma perché Prabhā soddisfaceva tutti i miei possibili e in ogni campo.

Anche Prabhā si conformò presto ai compiti nuovi di moglie e di mahārājnī e, appartenendo solo a se stessa, non fece alcuno sforzo nel cambiare patria e divenire membro del popolo un tempo nemico ed ora amato, a cominciare dal suo re.

Senza tralasciare alcuna incombenza e funzione di corte, spesso si confondeva fra la gente, e non aveva bisogno di frequentarla sotto mentite spoglie. Era questo che faceva impazzire tutti, che non si spogliasse delle vesti regali durante le sue visite e rimanesse “la regina” anche quando asciugava col suo splendido manto il sangue della ferita di un debole.

La sua figura minuta e sottile girava per le strade guaritrice, divenendo di maestà gigante agli occhi del popolo che l’aveva adottata. Ogni giorno tutti sapevano che la regina sarebbe venuta a trovarli per ascoltarli e fare per loro ogni cosa fosse possibile fare.

Anche col pancione era in mezzo al popolo che la sentiva sua e la più grande benedizione mandatagli dalla benevolenza degli dei.

Quando venne il tempo, Prabhā partorì una bambina che chiamammo Nandi1 (Gioia) ed era così bella che nessuno si rammaricò del fatto che non fosse nato un maschio. La madre di Prabhā era morta mettendola al mondo e Nandi ci parve una reincarnazione a compenso della perdita da lei subita per vivere.

Aggiunta alle altre la funzione di madre, allora, Prabhā sfiorò quella perfezione che lei stessa dichiarava essere irraggiungibile.

Quando eravamo a corte da suo padre, ogni giorno c’era una festa ed io con i miei uomini ci eravamo convinti che riunirsi per cantare e ballare fosse il modo di quella gente per sopportare il peso della vita.

Prabhā non era affatto festaiola e reggeva per poco godendone la confusione di una festa. Aveva uno spiccato senso del dovere ed adempiva con scrupolo tutte le mansioni affidatele dal rango ma, non appena poteva, si ritirava a studiare, concedendosi il contatto con la folla come ricreazione.

Dai suoi studi discendevano le leggi del mio stato e tutte le opere della mia corte e quelle nel mio regno.

Dopo avermi convocato a leggere i suoi scritti o a vedere i suoi disegni, mi guardava tutta trepidante e, con l’aria di una dea consapevole di esserlo, ma convintamente decisa a farsi umile di fronte a un mortale, mi chiedeva: “Mio re, non ti sembra giusto così?”, ed io non potevo che arrendermi di fronte all’evidenza che era giusto così.

Ed era giusto così che io la amassi, per la sorpresa continua di scoprire ogni volta un aspetto meraviglioso dei mille ancora sconosciuti che di certo avrei amato.

In me non si spegneva il fuoco della passione poiché non mi era possibile immaginare un solo giorno di monotonia vicino a quel vulcano di idee nate per amore e per esso regalatemi.

Quando giunse la delegazione di Bala per controllare lo stato di Prabhā, ella mostrò Nandi, e con questo solo gesto convinse tutti. Non era umanamente possibile credere che una creatura così perfetta non fosse stata concepita per amore e non vivesse immersa nell’amore.

Facemmo fatica a convincere i membri della delegazione a prendere la strada del ritorno. Prima di partire, ciascuno voleva accarezzare ancora una volta la bambina per poter riferire a Bala quanto bella fosse sua nipote e che era vera perché, oltre ad averla vista, l’avevano pure toccata!

 

  1. Nandi – sf. nandi = 1 gioia, 2 felicità (sm. = 1 nome di Vishnu, 2 nome di un attendente di Shiva, 3 nome di un Gandharva, 4 lettore di un prologo).

Pdf Nandi, primogenita di Prabhā e Vardhana, sorella di Dānī e Āshā e del fratello Shabda, è sorellastra di Shipi.

 

capitolo nono

La nostra vita scorreva senza intoppi.

Io mi sforzavo di tenere sempre pronto l’esercito e di rafforzarlo, perché non è mai bene abbassare la guardia, e mi affaccendavo a realizzare tutte le cose che mia moglie mi suggeriva e mi convinceva a fare.

Per merito suo il mio regno aveva tribunali veloci e giudici imparziali, tributi giusti ed esattori onesti, la scuola più efficiente e i maestri migliori, la rete dei collegamenti più vasta e la meglio mantenuta.

In una parola, tutti si sorprendevano di come veniva governato il paese, creando ricchezza e distribuendola in modo che la maggioranza vivesse felice, mentre la minoranza infelice andava riducendosi ogni giorno di più.

Prabhā era il motore di ogni progresso e, per metafora, la grande vela della nave che aveva ormai il dominio indiscusso dei mari. In effetti, la mia marina era rispettata dovunque e le mie navi commerciali e i miei mercanti arrivavano dappertutto.

Le rarissime volte che accadeva un incidente diplomatico, mi presentavo con la mia potenza di Re ad intimidire (senza far realmente paura a nessuno!), ma la questione veniva risolta dalla Regina, con la sottigliezza invincibile delle sue argomentazioni.

Dall’ardore delle nostre notti nacque un’altra bambina, che chiamammo Dānī1 (Dono), bella come la sorellina, che si fece adorare per il suo carattere e la sua grazia.

Il tempo del mio amore veniva scandito dalla discendenza che Prabhā mi donava con tale dedizione da sembrare non soffrire nemmeno le doglie del parto.

Anche questa volta gli ambasciatori di Bala tornarono dal loro re a riferire che sua figlia aveva un trattamento e un potere di cui non ricordavano avesse mai prima goduto una donna. Suo marito era l’uomo più innamorato del mondo per la sorte di aver scelto una sposa adorata che gli aveva offerto l’eternità del sangue in due bambine perfette.

A nessuno venne un mente di notare che non era ancora nato il maschio che avrebbe garantito la successione del regno. E tanto poco venne in mente a me e alla mia sposa che proseguimmo con grande soddisfazione ad amarci.

Nacque così una terza bambina. Questa la chiamammo Āshā2 (Speranza) perché, pur facendo con le sorelline la nostra felicità, ci parve lecito nutrire la speranza che il prossimo nato fosse un suo fratellino.

Inondato dalla gioia di quattro donne tutte per me e dalla fortuna di vederne crescere tre sin dalla culla per la fiducia di capirle finalmente, non mi accorsi che Prabhā cominciava a soffrire della situazione.

Messo in allarme da qualche timido accenno, sbagliando, volli prendere il toro per le corna.

Pigliai mia moglie di petto e le chiesi di dirmi per filo e per segno il motivo per il quale non mi dava più consigli e non scriveva e non disegnava più, restandosene chiusa con le sue ancelle a badare alle mie figlie.

Scossa dalla mia violenza, allora Prabhā così mi disse:

“Ma non lo capisci? Eppure è così semplice! Non riesco a darti il maschio che ti aspetti e che mio padre vuole ad ogni costo”.

Non riuscii a convincerla che il maschio per me non era un problema e non m’importava dei farneticanti desideri di suo padre.

Eravamo ancora giovani e c’era tutto il tempo per avere l’erede. E poi, anche se esso fosse giunto in tarda età, cosa cambiava? In caso di nostra dipartita, avevamo tre figlie che, per la saggezza appresa dalla madre, avrebbero saputo degnamente tenere il regno fin quando il fratello non fosse stato maturo e forte abbastanza.

“E se il maschio non dovesse mai venire?”.

Non ero preparato a rispondere a questa domanda e mi rintanai con essa nelle mie cure di sovrano.

Come una goccia che buca la roccia, la domanda cadeva sulle nostre teste con un fragore costante.

Quella che m’era apparsa una sua stupida apprensione divenne ossessione quotidiana per Prabhā, soprattutto quando fummo costretti a constatare che, nonostante i nostri sforzi, non rimaneva più incinta.

La corte di medici chiamata in consulto non potè dichiarare che la regina fosse divenuta sterile, ma che si trovava in uno stato di prostrazione tale che il mio seme non attecchiva.

Mi rifiutai di mettere il lutto per questo, e feci tutto il mio possibile perché intorno alla mia sposa regnasse la serenità.

Il risultato che ottenni fu la visita di Prabhā accompagnata da una donna bellissima e misteriosa che mi fu presentata come Chāyā3 (Ombra).

Tenendola per mano, la mia sposa mi fece un discorso dal quale rimasi orripilato, ma del quale, dopo tutto, dovetti convincermi, poiché, come sempre avveniva con Prabhā, alla fine, “era giusto così”.

  1. Dānī – Nome proprio di persona ricavato dal sn. dāna (lat. donum), reso sf. con la ī lunga finale, come quella della dea Kundalinī (agg. kundalin = che si avvolge a spirale; sm. = un serpente. Con la ī lunga finale, kundalin diventa il serpente al femminile. La Devī Kundalinī, la“dea ritorta” sta arrotolata dormiente alla base della colonna vertebrale di ogni uomo). Come sm. dāna = 1 atto di dare, 2 atto di dare in matrimonio, 3 dono, 4 comunicazione, 5 insegnamento, 6 restituzione, 7 aggiunta, 8 oblazione, 9 taglio, 10 divisione, 11 pascolo.

Pdf Dānī, secondogenita di Prabhā e Vardhana, è la sorella di Nandi, di Āshā e di Shabda ed è la sorellastra di Shipi.

  1. Āshā – Ha molti significati a seconda del contesto: sf. āshā = 1 desiderio, 2 speranza, 3 prospettiva, 4 personificazione della moglie del rishi Vasu (vasu = benevolo, rishi = veggente), 5 regione, 6 spazio, 7 regione dei cieli.

Pdf – Āshā, terzogenita di Prabhā e Vardhana. Le sue sorelle sono Dānī e Nandi, suo fratello è Shabda, suo fratellastro è Shipi. Per il motivo detto nel racconto, la terzogenita di Prabhā e Vardhana si chiama Speranza.

  1. Chāyā – sf. chāyā = 1 ombra (gr. skìa), 2 luogo ombreggiato, 3 protezione, 4 immagine riflessa. Riferimento evidente ad Ombra (Chāyā) e Coscienza-intuitiva (Samjnā).

Ogni nome trascina una favola. Ogni favola, se raccontata abbastanza a lungo, diventa verità sacra. Ogni libro sacro, a seconda del periodo storico, dà un nome agli dèi dei quali parla.

Vishnakarman, architetto dell’Universo (o degli dèi), può essere identificato con Tvashtri, il Forgiatore.

Si racconta che egli avesse una figlia, di nome Samjnā, di bellezza incomparabile. Vedendola, il Sole (Sūrya) se ne innamorò e la volle in sposa. Il calore dei raggi del Sole era però intollerabile per Samjnā che non poteva avvicinarsi allo sposo né di giorno, per non esserne arsa, né di notte, perché lui non c’era. Ella decise quindi di nascondersi nella foresta per darsi alla vita ascetica e si trasformò in giumenta. Affinché Surya non l’andasse a cercare, nottetempo impastò Chāyā, un simulacro identico in tutto e per tutto a se stessa. Sūrya giacque con Chāyā e ne ebbe due figli, il terribile Shani (Plutone) e Sāvarni (un rishi legislatore) ed una figlia, Tapati.

Da un certo gesto di Ombra, incompatibile con il carattere della moglie, finalmente il Sole si accorse dell’inganno e andò a cercare Samjnā. Vedendola in veste di cavalla, si trasformò in stallone e, dopo che ella gli ebbe partorito due gemelli con testa di cavallo, gli Ashvin Vivasvat e Saranyū, la riportò a casa. Di gemelli fantastici le storie ne sono piene in ogni angolo della terra. Si vede che l’argomento appassiona sin dalla notte dei tempi.

Ritornato in sé, il Sole chiese a Vishnakarman di adoperarsi per evitare di fargli bruciare la sposa. Allora, l’Architetto degli dèi gli tagliò parte dei raggi e con le parti recise fece il tridente di Shiva (Trishūla), il disco di Vishnu (Cakra), la mazza di Kubera, la lancia di Kārtikeya, il tempio di Konavak e le armi degli altri dèi.

Dopo l’operazione del parziale taglio dei raggi, al quale si era sottoposto per dimostrare il suo immenso amore alla sposa Samjnā, sembra che Surya avesse altre mogli. Secondo il Kurma Purāna ha anche Sovranità (Rājnī) e Luce (Prabhā). In altri testi le spose sono: Multicolore (Savarna), Esistenza-personale (Svati) e Grande-coraggio (Maha-Vīryā). Alcuni dicono che il Sole sposasse l’Aurora (Ushas), altri che ne fosse il figlio. Ma, si sa che gli arcani divini ciascuno se li racconta come gli pare (Mistero della fede!).

Pdf Chāyā, schiava di Prabhā. Madre di Shipi.




La Modica di Enzo Belluardo




FACCIAMOCI DEL MALE

Eh, sì… siamo troppi e continuiamo a fare un pessimo uso delle risorse del pianeta.

La Terra ci sta avvisando già da parecchio tempo che, se vogliamo sopravvivere come specie, dobbiamo cambiare completamente il modo di rapportarci con la Natura. Le mutazioni del clima ci costringono a vivere perennemente sotto una doccia scozzese: periodi di gran secco seguiti da piogge devastanti, caldo anomalo d’inverno ed estati piovose, uragani ed alluvioni improvvise. L’apparizione di malattie nuove dalla diffusione epidemica e le palesi manifestazioni di alterazioni mentali di massa completano il quadro: AIDS, Ebola, SARS, aviaria e una miriade di neoplasie da una parte, e, dall’altra, stragi provocate dall’intolleranza religiosa, da terroristi di varia estrazione e da pazzi armati legalmente. Anche la diabolica crisi dell’economia mondiale sembra causata dalle azioni scioccamente criminali di alcuni personaggi per brama di denaro e di potere, che vanno a scapito del bene di tutti e che, alla lunga, colpiranno anche loro. Lo sfruttamento e l’eccessivo impoverimento di intere nazioni provoca la stasi del mercato, oltre a ingigantire il fenomeno della migrazione.

Dei guai provocati dalla cupidigia e dalla prevaricazione pare che se ne siano accorti finalmente anche frau Merkel e i cinesi, le cui floride economie stanno gradualmente perdendo colpi: non è un caso se la Germania ha improvvisamente cambiato atteggiamento verso il fenomeno dell’immigrazione (almeno quella siriana…) e se la Conferenza di Parigi sul clima ha prodotto un primo accenno di pentimento per i comportamenti di incosciente spreco e di disprezzo per gli equilibri naturali da parte dei paesi più inquinatori: Stati Uniti, Russia, Cina, India, Brasile ed Europa.

È cronaca di questi giorni l’emergenza polveri sottili in Padania, come a Roma e a Napoli: si dovrebbe dire: “Non piove, Governo ladro!”. Perché, in effetti, i governanti locali si sono dati molto da fare, in maniera spesso inconsulta, per rendere di nuovo respirabile l’aria, con gravi ulteriori disagi per i cittadini e senza risultati in qualche modo apprezzabili. Ma finalmente sono arrivati pioggia e vento. Per adesso si torna a respirare, pronti a dimenticare.

È inutile chiudere la stalla dopo che sono scappati i buoi. Come coloro che installano costosi antifurto a protezione di una casa vuotata dai ladri, così si decide di abbassare la temperatura dei riscaldamenti domestici, si fanno blocchi del traffico o si attua il regime delle targhe alterne, si propone l’abbassamento della velocità dei veicoli da 50 a 30 km/ora e si arriva perfino a bloccare l’attività delle pizzerie con forno a legna!

Per il riscaldamento di abitazioni e luoghi di lavoro esiste da anni una normativa che limita la temperatura a 21° gradi e regola gli orari. Il problema è che, come al solito, mancano i controlli: ci sono soprattutto strutture pubbliche, dove chi paga è Pantalone, surriscaldate da sentirsi male, ma anche interi condominii dove abbienti residenti possono stare in t-shirt a guardare la neve che fiocca fuori dalle finestre.

Una saggia politica della gestione del riscaldamento avrebbe dovuto per tempo provvedere a facilitare la sostituzione delle vecchie caldaie a gasolio mediante incentivi o sconti fiscali, favorire l’uso del metano a scapito del GPL, rendere economicamente vantaggioso l’uso di inverter e pompe di calore abbassando realmente le tariffe elettriche. Invece, dopo aver tanto pubblicizzato le virtù ecologiche di stufe a pellet e di termocamini, si è arrivati ad incolparli assieme ai forni e ai caminetti tradizionali per il fumo di legna… che se fosse così cancerogeno come adesso si dice, non si capisce come l’umanità che lo ha respirato per millenni sia riuscita ad oltrepassare i sei miliardi di individui!

Solo un intervento miracoloso potrebbe far restare i nostri politici vittime di una tardiva, ma finalmente salutare resipiscenza, capace di illuminarli sulla via dell’energia veramente pulita. Mentre la ricerca continua a far progressi per la produzione sicura di energia infinita dalla fusione nucleare, si potrebbero bandire completamente i carburanti fossili a favore delle fonti rinnovabili: sole e vento.

Gli Emirati Arabi, ricchissimi di petrolio, sono tra gli Stati più avanzati nello sfruttamento dell’energia prodotta ecologicamente: l’oro nero lo usano in casa loro col contagocce per non inquinare l’ambiente, già di per sé ostile, e per venderlo a noi gonzi che insisteremo a comprarne fino all’ultimo barile disponibile. Gli emiri biancovestiti accettano con piacere solo gli scarichi fumanti dei bolidi di Formula Uno che, oltre al divertimento portano anche un cospicuo giro di denaro. Si sa, lo dicevano già gli antichi: semel in anno licet insanire.

Abbiamo visto gradualmente sparire dalle nostre città i tram e i filobus che, oltre ad essere elettrici, avevano binari e corsie preferenziali già dall’inizio del ‘900. Assaliti dal numero sempre crescente di autoveicoli privati, questi mezzi di trasporto sono stati ritenuti ingombranti e lenti, obsoleti. Adesso viene da rimpiangerli, visto che le metropolitane, veloci e moderne, sono merce rara in Italia, resa estremamente costosa dalla consuetudine di appalti mafiosi e di mazzette. Se poi si tollera che la Metro di Roma, in periodo di feste e di giubileo, venga chiusa senza nessuna ragione, come si può parlare di servizi pubblici efficienti in alternativa ai mezzi privati? A che serve concedere per un giorno l’uso dei bus al costo di un solo biglietto, se poi l’attesa alla fermata si prolunga oltre la mezz’ora? Per quanto riguarda la velocità del traffico urbano, lentissimo e straordinariamente inquinante, sembra risibile la proposta di abbassarne il limite massimo da 50km/h a 30km/h: paradossalmente si otterrebbe un forte aumento della velocità (virtuale) della circolazione! Inoltre, siamo sicuri che un grosso motore diesel costretto ad una bassissima velocità non produca scarichi ancor più nocivi? I blocchi totali del traffico e le targhe alterne si sono rivelati inutilmente penalizzanti per i cittadini, e totalmente inefficienti riguardo all’abbattimento delle polveri sottili: come mai nessuno, dico proprio nessuno, in questa circostanza ha parlato dell’inquinamento provocato dalle ciminiere degli impianti industriali? È vero che stiamo attraversando la crisi economica più grave di tutti i tempi e che ora sarebbe impossibile imporre ad aziende in difficoltà il rispetto di leggi vigenti che esistono già da oltre vent’anni: perché non lo si è fatto prima?

Per favorire la FIAT, per anni la vera padrona dell’Italia, è stato mandato in malora il trasporto su rotaia a vantaggio di quello su gomma, che è certamente più flessibile e personalizzabile, ma molto difficile da regolare: gli effetti deleteri li scontiamo ogni giorno, e qui in Sicilia ancora di più. Sentir parlare di piste ciclabili e di isole pedonali in una realtà dove mancano i presupposti di base perché queste proposte possano diventare accettabili, ed anzi in grado di apportare quegli anelati cambiamenti di abitudini essenziali per migliorare la qualità della vita, sa di utopia o di becera imposizione dovuta alla moda. Dove sono i parcheggi? Dove sono le colonnine di ricarica per i veicoli elettrici? Dove sono le navette? Dove sono gli incentivi all’acquisto di bici a pedalata assistita?

Forse qualche modicano ricorda ancora l’iniziativa presa da Legambiente diversi anni fa: bianche lenzuola stese alle finestre sul Corso che, nel giro di pochi giorni, diventarono luridi stracci bigi. A Modica dovrebbe essere proibito portare i bambini in carrozzina a fare lo struscio al Corso: l’aria è mefitica grazie anche agli autobus urbani, vecchi bidoni dismessi da Palermo gestiti in maniera assolutamente fallimentare dall’AST.

A furia di fare i furbetti, i nodi sono tutti venuti al pettine. Bisognerà tagliare i capelli che nessuno può più sbrogliare. Una volta rapati a zero, ci vorremo muovere, finalmente?

Lavinia de Naro Papa

 

 

 

 

 

 

 

 




E muore la prima palma…




UN INIZIO D’ANNO CHE PIÙ BRUTTO NON SI PUÒ

Il 2015 è stato un anno molto brutto, sicuramente il 2016 sarà meglio. Chi di noi non l’ha pensato? Invece no. L’anno nuovo peggio non poteva iniziare. E non ci riferiamo alle brutte notizie per i contribuenti (cioè per tutti noi) tristemente annunciate dal nostro consulente Giovanni Bucchieri nella sua consueta rubrica (rubrica peraltro che viene vista dai nostri lettori come un necrologio… sì, il necrologio dell’Italia), ma a qualcosa di ancora più grave che coinvolge il mondo intero: l’esperimento, alla vigilia dell’Epifania, della Corea del Nord, che ha pensato bene di testare una bomba all’idrogeno provocando un terremoto di magnitudo 5.1. Si tratta di una bomba fino a mille volte più potente di quella di Hiroshima, della quale tutti ormai conosciamo le conseguenze. La comunità internazionale è spaventata, ma come potrà intervenire? Come si può intervenire di fronte alle armi troppo potenti inventate dall’uomo che uomini prepotenti e arroganti intendono usare per diventare più potenti, per terrorizzare il mondo e sottometterlo alla loro volontà?

C’è una cosa che si chiama civiltà e che per brevi periodi (brevi, molto brevi) è comparsa sulla terra per poi essere cancellata dalla prevaricazione di chi non capisce che non esiste evoluzione se non nella collaborazione con chi ci vive accanto, nella partecipazione alla vita degli altri, di tutti, perché solo lavorando tutti insieme si può crescere, si può utilizzare in modo costruttivo la tecnologia (la sola cosa, oggi, capace di procedere in senso verticale, di migliorare se stessa, di trovare un’evoluzione reale). Gli esseri umani sono stati dimenticati. Se ne sono persino dimenticati i loro governanti, che, per ottenere il meglio per sé (ma quanto potrà durare questo “meglio” se ben presto saranno costretti a vivere in un paese dissanguato, povero, incapace di produrre, incapace di dar loro quei benefici per ottenere i quali si sono fatti terra bruciata intorno?), li schiacciano con leggi ingiuste, li tartassano con pretese insensate, li rendono spettatori della loro stessa vita togliendo loro la possibilità di gestirla.

Ci rendiamo conto di giorno in giorno, che il popolo, i popoli, contano meno di zero, che il pianeta stesso conta meno di zero, quindi la conclusione logica e inevitabile è che chi li governa dimostra, anche se sembra contare tanto, di valere, proprio per questo, meno di zero.

Nei tanti commenti proposti dai media su questo esperimento, si è sottolineato che la Corea del Nord, essendo una dittatura, può soffrire meno di un paese governato democraticamente le sanzioni che la comunità internazionale usa adottare nei confronti di chi viola determinate direttive, perché l’embargo di merci e materiali colpisce la popolazione più che lo Stato, pertanto chi di questa poco si cura da questo tipo di sanzione può essere solo leggermente infastidito purché sia in grado di portare avanti il suo programma volto a promuovere la forza e il terrore. Ascoltandoli, non abbiamo potuto fare a meno di pensare che, se è questo l’aspetto che caratterizza una dittatura, di sicuro è il tipo di governo che abbiamo in Italia. In questo caso che ci tocca pensare? Che è una fortuna che i nostri governanti pensino solo ai propri sollazzi anziché mettersi a vagheggiare il dominio del mondo e, invece che con le escort, mettersi a giocare con le bombe atomiche.




OCCORRE UN AIUTO DEL LEGISLATORE PER ASSICURARE LA SALVAGUARDIA DEL PATRIMONIO PUBBLICO LOCALE

Percorrendo la strada d’uscita da Modica per Ragusa abbiamo potuto constatare l’illuminazione riattivata del parco naturale “S. Francesco U Timpuni”.

Personalmente me ne sono rallegrata, all’improvviso un magnifico belvedere, una sorta di biglietto da visita per chi entra in città o di commiato per chi la lascia. Quell’anfiteatro illuminato parla una lingua muta ancestrale che dentro ciascuno evoca convivio, incontro, relazione culturale, insomma segno di civiltà. Bellissimo, mi ero detta, finalmente un ritorno alla normalità dopo tanto abbandono, finalmente un sospiro per l’avvenuto ritorno di funzionalità.

Nei giorni scorsi vi ho condotto la nipotina, è stato un tripudio di giochi e di scorazzamenti tra un attrezzo e l’altro, tra un vialetto ed un ponte, tra una discesa ripida e un’improvvisa salita secondo gli avvallamenti del terreno.

E’ ritornato il piacere di poterlo frequentare, infatti dopo l’avvenuto ripristino di funzionalità tramite pulitura, scerbatura e restauro funzionale delle parti danneggiate e ripristino dell’illuminazione il parco è tornato ad essere quello che era all’atto della sua creazione, un luogo da frequentare, decente!  Passeggiando ho potuto constatare il ritorno alla civiltà di questo luogo così prezioso per una boccata d’ossigeno a ridosso del Corso Umberto irrespirabile per chi si muove a piedi.

Nonostante la stagione erano infatti presenti diverse persone: un giovane uomo che si allenava utilizzando gli strumenti ancora funzionanti, diverse famigliole con bambini, diverse persone che conducevano a spasso il cane e diversi giovani che ammazzavano il tempo a modo loro, chiacchierando e scherzando.

La passeggiata è stata gradevolissima per il respiro salubre, per l’occhio che ha potuto incontrarsi con l’ordine e la pulizia, per l’orecchio che ha potuto riposare a contatto con suoni naturali prodotti dalle presenze umane e dagli uccellini che musicavano la danza della vita, ma anche per il piede che ha potuto posarsi senza temere per la slogatura di caviglie.

C’era presente una squadra di operai intenta a ripristinare e fare la manutenzione delle ringhiere di legno perché non ammuffiscano. Ho constatato l’avvenuto ripristino estetico ed igienico funzionale dei servizi igienici, insomma un ritorno alla normalità. Si può ben dire che la sinergia tra Forestale e Amministrazione comunale ha dato frutti virtuosi.

Ho constatato, con rammarico e una botta di stizza, per dirla eufemisticamente, la devastazione di uno dei nuovi lampioni. No! Non è possibile fare i conti con questa fatica di Sisifo, con questa tessitura di tela di Penelope dove la collettività investe e il singolo distrugge, non se ne può più!

Spero che l’Amministrazione comunale si dia da fare per l’installazione di una linea di videosorveglianza che possa scoraggiare, ma auspico soprattutto, in tempi celeri, un intervento serio del Legislatore Parlamentare affinché vari, al più presto, un provvedimento semplice, monoarticolato, con cui consenta e autorizzi i Sindaci di poter pretendere un risarcimento d’opera da chi devasta.

Certo ci sono tanti problemi da affrontare che urlano intervento del Parlamento, lo so, ma questo non è irrilevante come a prima vista potrebbe sembrare. Qui in ballo c’è la responsabilità educativa che gli adulti devono assumersi nei confronti della generazione figlia, responsabilità cui abbiamo abdicato irresponsabilmente, a tutti i livelli: in famiglia, a scuola, nelle istituzioni di diverso genere e soprattutto a livello politico.

L’irresponsabilità è una carie che distrugge il dente, se non la arginiamo dovremo spendere molto di più a rifare il dente, se oggi la curiamo salviamo anche il dente. La politica non può centrarsi solo sull’economia della crescita, certo deve farlo, ma l’economia della riparazione deve curarla, altrimenti non si bilancia nessun bilancio, curare le perdite è indispensabile!

Basta, riprendiamo il filo se non vogliamo perdere completamente la matassa. La collettività è fatta da individui, da singole unità ed è su questi fili sfilati che bisogna agire per non perdere il telo.

Il soggetto che oggi danneggia il lampione è un soggetto fragile, bloccato nelle normali facoltà elaborative, incapace di affrontare, mentalizzandola, la propria rabbia e il proprio disagio di vivere, incapace di governare le proprie emozioni, aiutiamolo nel modo giusto, rieducandolo finché si è in tempo.

Questo individuo oggi rompe il lampione, ma se lasciato a se stesso domani devasta la vetrina e poi la saracinesca e dopo si ubriacherà o si drogherà o si giocherà tutti i soldi che ha in tasca al gioco d’azzardo. Insomma questo soggetto che oggi fa un danno di 100€ domani farà il disastro della sua vita e del contesto. Aiutiamolo oggi con un provvedimento di rieducazione e ne otterremo un cittadino integrato alla comunità. Facciamo un gesto di prevenzione che impegnerà la comunità per pochi soldi e preserviamo lui e la comunità da un danno più oneroso e più devastante.

Pertanto, ogni Sindaco che, tramite la struttura umana e tecnica di sorveglianza di cui dispone venga a conoscenza del soggetto che danneggia il patrimonio pubblico, deve essere messo in condizione, dalla legge, di potere imporre al soggetto l’opera di ripristino del danno fatto.

Voglio precisare non l’ammenda monetaria, ma l’opera manuale del ripristino, perché è solo dalla fatica e dall’opera del riedificare che si ripristina la psiche e si rieduca il soggetto. E’ dalla manualità impegnata nella fatica del ricostruire che si comprende la stupidità e la vanità del gesto di devastare.

Certo, non è tutto così semplice, ma se il legislatore fa l’opera semplice, anche se lunga in termini temporali, bisogna però iniziare, dell’autorizzare a praticare la responsabilità civica, il resto è solo questione di ordinaria organizzazione.

Ciascun Sindaco sarà in grado di affiancare al ragazzo imprudente e trasgressivo un saggio operaio competente che si limiti ad indicare come si alza un sasso, come lo si mette in posa, come si ripristina il varco o come si riallaccia un filo elettrico o come si incastra un’ampolla nuova al posto di quella rotta.

Il sindaco deve solamente pagare un operaio per far lavorare, fare faticare chi, in un momento di rabbia o noia mal indirizzata, ha compiuto una bravata che a posteriori gli costa fatica.

Non teorizzo niente di speciale, richiamo semplicemente ad agire la responsabilità dovuta da ogni adulto verso i giovani. Non invento un teorema dell’impossibile, questo principio ricostruttivo del fare manuale e con fatica, è quello che applicano nelle comunità di recupero: solo se si paga un prezzo in termini di fatica si capisce il senso del non senso del distruggere.

Non è un gioco di parole, è una dinamica psichica che va attivata, è una responsabilità che noi adulti dobbiamo fare praticare ai giovani come una ginnastica, un allenamento che risana il guasto e attiva percorsi di senso, prospetta speranze, indica obiettivi e fa intravvedere scopi.

Personalmente impegnerò la Senatrice Padua ad iniziare il percorso legislativo per questo auspicabile provvedimento. La Padua è di buona volontà e sa lavorare, così come ha brillantemente condotto in porto il provvedimento in favore dell’Autismo potrà fare con questo, io ci spero e un po’ ci conto.

Carmela Giannì




Fabulas (di Sascia Coron)

i gemelli impossibili

 capitolo sesto

Frastornato da quel rimprovero e da quella tremenda voce, Vardhana non ebbe l’ardire di domandare per qual motivo il valico di Patatrin avrebbe assunto grande importanza dopo la sua morte. Si chiese perché mai avrebbe dovuto descrivere quel luogo se, morendo, gli eventi successivi non potevano più riguardarlo. Perché percepiva nella richiesta del dio la dolorosa sensazione che invece la cosa lo riguardasse da vicino? Aveva il cervello in tumulto e il cuore in gola, eppure, s’impegnò a sgombrare la mente da ogni altro pensiero e, pur di sottrarsi alla terrificante collera divina, il poveretto si concentrò a rivedere con la memoria il passo ed a rappresentare in dettaglio la natura, l’origine e la geografia del sito.

Fatta una breve pausa di meditazione, disse:

Non sarei preciso se non parlassi delle gole di Patatrin viste dalla mia parte prima d’attraversarle e poi mentre le traversavo ed in fine dopo averle oltrepassate.

Mi raccontarono che un tempo, al di là del passo, c’era un grande lago di forma semicircolare cui faceva da barriera una parte della catena montuosa chiamata Montealto.

Per una piccola porzione davanti al lago, la montagna era costituita da un accumulo di grossi massi che però reggevano la pressione dell’acqua del bacino riempito dalle nevi disciolte provenienti dai ghiacciai di Himavat Himalaya.

Ora Himavat, un giorno, sentendosi oppresso dal peso del ghiaccio e della neve, aveva voluto scrollarsi le spalle e, per quel tremore, grandi blocchi di ghiaccio erano precipitati nel lago. La diga naturale non aveva retto all’enorme pressione e, prima con un rivolo, poi con un fiotto inarrestabile, le acque e il fango avevano infranto ogni ostacolo e portato a valle i piedi della montagna. Il lago era stato completamente prosciugato. Mi dissero che ancora si vedeva il colossale anfiteatro contenente il vecchio lago. Per ovvi motivi, recluso dalla mia parte, io non potevo vederlo di persona.

Questo io sapevo, riferendomi a quello che mi avevano raccontato.

Con i miei occhi invece avevo visto il valico, perché m’aveva portato a vederlo mio padre quando decise di farmi capire l’estensione del regno che mi avrebbe lasciato da difendere e il punto in apparenza più debole dei suoi confini.

Il passo dell’Uccello è come un immenso traforo di roccia scavato nella montagna, il cui colmo è crollato. Dalla parte di Pūtamajala, davanti all’arcata, per un lungo tratto, si trova un gran numero di massi, evidentemente i pezzi di montagna sparsi dalla foga delle acque, ma vicino ad essa il terreno è scoperto. I macigni permettono a chiunque di proteggersi da un gruppo aggressore armato, ma in campo libero la carneficina è certa. Inoltre, ammesso che un grosso contingente, avanzando deciso, riuscisse ad entrare nella gola, gli arcieri avversari ne farebbero strage con un micidiale tiro incrociato dall’alto.

Ma quello che vale per l’uno vale anche per l’altro. La galleria con la volta crollata, così mi sembra sia ben rappresentato il passo, è lunga poche centinaia di metri, ma al sommo del varco potevano posizionarsi gli arcieri di mio padre e quelli di Bala rendendo impossibile valicare la strettoia senza un accordo di pace.

In effetti, nonostante si odiassero, i commerci risultavano vitali per ambedue. Per questo motivo decisero che bastavano alla loro sicurezza due guarnigioni, più di vedette ben armate d’archi possenti che di soldati da combattimento, ed io ho mantenuto le cose per come le aveva disposte mio padre.

Francamente non saprei cosa aggiungere, se non il fatto che la roccia è scura, senza traccia di vegetazione su entrambi i fronti, mentre il terreno oltre il passo è coperto da una sabbia candida e brillante come il sale, che quasi acceca chi la calpesti alla luce del Sole.

In effetti, avevo ricevuto il biglietto della principessa che era già Primavera inoltrata e quando arrivai al valico il Sole splendeva come sa fare in alta montagna, piegando la natura ad essere gioiosa, amorevole e bella oltre ogni dire. Solo le pareti rocciose di Patatrin restavano spoglie, come se, dopo essere state dilavate dalle acque, il dio avesse voluto lasciarle così, per ammonimento.

Sul volto di Pārvatī tornò l’enigmatico sorriso ed ella ordinò al mahārāja di continuare il suo racconto che così riprese.

Sorpassato l’ingresso della gola, il cuore contrastato da mille sentimenti, ci trovammo imprigionati fra i due fianchi scuri della montagna. Kavaca, fresco di nomina, mi cavalcava a fianco e percorreva con lo sguardo ogni più piccola rientranza della roccia, in basso, ai lati e sopra. Né lui, né io vedemmo arcieri, né i miei compagni notarono strani movimenti. Nel passo non c’era nessuno, nemmeno i guardiani di vedetta del regno di Bala!

Quando dalla mezz’ombra uscimmo in piena luce, ci accolse, di sorpresa, un dolce canto di benvenuto diffuso da una moltitudine di donne poste a semiciclo davanti a noi. Il fatto ci sconvolse letteralmente. Dove s’erano acquattati gli uomini? Se questa non era una trappola, che altro poteva essere?

Certi di non avere ormai più scampo, estraemmo tutti le armi per vendere almeno cara la nostra pelle. Ma a questo punto avvenne un fatto che nessuna nostra fantasia avrebbe potuto immaginare.

Il coro di donne s’aprì e lasciò nel mezzo una striscia di candida sabbia sulla quale, scendendo dal trono, avanzò la principessa a piedi nudi, e tutti la vedemmo e ci sembrò che non lasciasse orme e che procedesse sicura su un tappeto ricamato di luce.

A memoria umana, mai s’era vista una principessa accogliere l’ospite andandogli incontro e mai, ma proprio mai, si era visto farlo a piedi!

Folgorato da quella visione, il buon Kavaca di Tarkso cadde da cavallo e batté la testa, ma poi non andò a predicare in giro che Prabhā era una dea.

L’inconveniente ci diede il tempo di rinvenire dalla sorpresa per ascoltare le parole della principessa e di capirle.

capitolo settimo

Con la voce più soave del mondo la principessa esordì dicendo:

“Mio Signore, ero certa che saresti venuto. Non accusarmi di presunzione per questo. Noi donne abbiamo un fine intuito e capiamo quale sia un uomo degno della fiducia in lui riposta, anche basandosi soltanto sulla sua fama, pur non avendolo mai incontrato prima.

Sapendo del tuo coraggio, l’istinto mi ha guidata a crederti capace di esaudire il mio invito e di venire in terra ostile per conoscermi.

In verità, tu non mi conosci ed io, pur prevedendoti, non conosco te. Se è nel tuo desiderio, vieni dunque nella mia tenda come me bramoso di questa conoscenza e che essa per noi due abbia finalmente inizio”.

Vardhana, visibilmente commosso, si rivolse a Pārvatī pregandola di dispensarlo dal dare particolari su quello che era successo durante il tempo della conoscenza. Che la dea avesse pietà di lui, e gli risparmiasse di ripercorrere con il ricordo il periodo, assieme, più faticoso e bello della sua vita. Non c’erano parole. Solo con le immagini del sogno esso riviveva in lui, ma la memoria non poteva portargli ormai alcuna gioia ora che Prabhā non c’era più ed egli, senza sue carezze, rimaneva angosciato dagli eventi attuali.

Con un minuscolo cenno del capo la dea concesse, e Vardhana continuò il discorso.

Se è vero che i nomi sono adatti alle persone che li portano, Prabhā era veramente la Luce, ed ella entrò nella mia vita per illuminarla e rischiarare ogni mio pensiero ed ogni mia azione. Anche ora che è morta, custodisco nella mente il ricordo di quel bagliore per cercare di scorgere nel buio atroce la mia sorte.

Si parlò quasi subito di sponsali e la figlia convinse il padre che non c’era altro modo per risolvere la faccenda perché, o sposava Vardhana o si sarebbe uccisa, perendo per mano del genitore colpevole del diniego. Fu così che, inebriato d’amore, sposai la Luce.

Il nostro contratto di matrimonio rimase negli annali come esempio di scatenata follia.

Bala non avrebbe dato alcuna dote alla figlia ed io non avrei chiesto diritti su alcun territorio del suo regno.

I nostri commerci sarebbero rimasti uguali e non avrei avuto alcuno sconto sul legname. Bala non avrebbe attaccato il mio regno, né io il suo e questo avrei fatto, anche dopo la sua morte, con il suo successore.

Il matrimonio si sarebbe tenuto nella sua capitale ed io avrei presentato ai miei sudditi la sposa, fatta loro regina in terra straniera.

Il primo figlio maschio avuto da Prabhā sarebbe stato re e mio unico successore. Ogni anno una delegazione nemica sarebbe venuta nel mio regno a controllare che trattassi Prabhā con gli onori dovuti. In caso di deficienza nelle mie attenzioni ella sarebbe ritornata alla casa del padre che mi avrebbe dichiarato guerra all’istante.

Sottoscritto l’atto, ci preparammo alla partenza. Non parlo volutamente del matrimonio e delle feste colossali seguenti, perché essi, per me e la mia sposa, furono soltanto un gran chiasso, d’ostacolo alla nostra intimità per approfondire la nostra conoscenza ed, eventualmente, per mettere in cantiere da subito un erede.

Dovetti usare tutta la mia diplomazia per convincere i miei guerrieri a tornare in patria. Per la prima volta, in quella terra straniera, si erano sentiti in pace, senza la preoccupazione di un possibile attacco nemico. Per mesi avevano goduto di una munifica ospitalità e del favore di molte donne, meno schifiltose e svogliate di quelle che avevano lasciate a casa.

Al momento della partenza eravamo: io ed i miei centocinquanta uomini, Prabhā e trentasei ancelle addette alla sua persona, più mille e cinquecento schiavi, maschi e femmine, per la sua cura.

Mi rifiutai con violenza di accettare il giuramento di fedeltà di tremila soldati di Bala cedutimi per la difesa della figlia. Nel mio regno nessuno l’avrebbe mai aggredita e, comunque, io ero il suo sposo e toccava a me di proteggerla!

Al momento dei saluti, Bala aveva stampata sulla faccia un’insulsa aria furbetta. Forse credeva d’aver fatto un buon guadagno e che il contratto matrimoniale fosse il miglior affare della sua vita. Pover’uomo!

Non sapeva quel che m’aveva dato.

Io portavo con me il tesoro più prezioso del suo regno e ne ero ricco di una ricchezza che sapevo si sarebbe moltiplicata nel tempo all’infinito, poiché mi portavo la gioia della Luce ed il suo amore, dilatato a dismisura dal mio per lei.

 




Le ricette della Strega (a cura di Adele Susino)

Cheese cake al forno

Ingredienti:

200 gr di biscotti, 80 gr di burro, 80 gr di zucchero di canna + 2 cucchiai, 1 yogurt greco, 1 robiola, 1 lattina di latte di cocco, 2 cucchiai di confettura di mandarini, 2 uova, la buccia di un limone, 1 vaschetta di ribes rosso

Preparazione:

Frullare i biscotti con il burro morbido e sistemarli, formando una base compatta, in una teglia a cerniera. Mettere in frigorifero.  Frullare lo zucchero, aggiungere le uova, lo yogurt, la robiola e il latte di cocco e montare, unire la confettura e la buccia di limone grattugiata e continuare a montare fino ad ottenere una crema liscia e spumosa. Versare la crema sulla base di biscotti e infornare a 180° per 25/30 minuti. Sgranare il ribes e cuocerlo in un pentolino con 2 cucchiai di zucchero fino a renderlo sciropposo. Sfornare il dolce, farlo intiepidire e sformarlo, decorare con il ribes sciroppato e servire.




Fisco e previdenza: chiarimenti per il cittadino (a cura di Giovanni Bucchieri)

Nonostante gli incoraggiamenti del premier Renzi con la nuova Legge di Stabilità, iniziamo con una cattiva notizia relativa alle modifiche sulle imposte sugli immobili ed in particolare per le case date in comodato ai figli o ai genitori per pagare di meno. La manovra ha deciso di abbattere del 50% la base imponibile e quindi l’Imu e la Tasi da pagare, per chi concede una casa in comodato gratuito ad un figlio o ai genitori, ma a due condizioni: oltre all’immobile che offre, il comodante può essere proprietario della sola abitazione principale e questa deve essere nello stesso comune in cui si trova la casa data ai familiari. Quindi se il possessore/comodante possiede una casa di vacanza, ma anche lo 0,1% di un’altra abitazione in Italia, il comodato non opera. E ancora sempre con la legge di stabilità 2016 (legge 208/2015) lo sconto non è più concesso sulla base di una scelta discrezionale del Comune ma direttamente dalla legge, sussistendone le condizioni. Condizione necessaria per accedere all’agevolazione è che il contratto di comodato sia registrato e ciò comporta un onere minimo, una tantum, di 216 euro (200 euro di imposta di registro e 16  euro di marca da bollo ogni quattro pagine di contratto). Quindi il taglio del 50% sull’Imu-Tasi per la seconda casa cancella i super sconti previsti in 1700 comuni italiani. Quindi, dopo che tanti comuni si sono dati da fare per inserire nei loro regolamenti comunali questo tipo di agevolazione prevista dalla legislazione nazionale e tante famiglie si sono attivate, con tanto di documentazione, per usufruire di questa normativa, ecco che di un colpo tutto è stato tolto. Tanto allo Stato interessa far quadrare i conti i pubblici sempre a danno del povero cittadino. In questo modo una famiglia non può programmare i propri bilanci in quanto ogni anno cambia sempre tutto. Ecco perché la popolazione è demoralizzata e stanca.

Con la legge di stabilità è prevista anche una riduzione del bonus assunzioni. Dal primo gennaio 2016 per i nuovi contratti a tempo indeterminato esonero del 40% dei contributi previdenziali nel limite di 3.250 euro annui per 24 mesi. Un bella disincentivazione all’assunzione.

Aumento del limite di età per andare in pensione: si andrà in pensione di vecchiaia con 66 anni e 7 mesi (lavoratori privati, pubblici, autonomi), 65 anni e 7 mesi (lavoratrici private), 66 anni e 1 mese (le autonome).

Il canone telepass raddoppia da 0.78 a 1,50 euro al mese incluso il soccorso stradale. Peggio di così per coloro i quali viaggiano tutti i giorni non poteva andare.




UNA CURIOSITÀ BOTANICA

IMG_0028IMG_0003Da tempo mi sono interessato della plurigemmazione sui frutti di ficodindia di stagione, un curioso fenomeno dovuto ad una fornitura massiva di nutrienti oltre a condizioni climatiche particolarmente favorevoli. Il fenomeno è stato riscontrato anche su un cactus, usato come recinzione ostile. Su questo cactus, a differenza del ficodindia, si è notata una nuova gemmazione sui frutti successivi, per cui si notano due, tre frutti sovrapposti. Il frutto di questo cactus quindi rimane sulla pianta disobbedendo alla legge di natura sulla riproduzione e diffusione dei semi. I semi o gli abbozzi seminali rimangono all’interno inattivi.

Volendo sperimentare la capacità di radicazione e di evoluzione vegetativa di questo frutto, che poi botanicamente è un ramo trasformato, l’ho messo in vaso e con mia soddisfazione è avvenuta la radicazione e non è marcito come i frutti di ficodindia.

Sul frutto di ficodindia, ricco di polpa zuccherina, normalmente si sviluppano, una sola volta, solo altri frutti e eccezionalmente cladodi, come ho scritto e documentato in precedenza, mentre su questo cactus, solo dopo un anno dalla radicazione si sono sviluppati dei rami ordinari. Sorge quindi il quesito sull’interpretazione di questo fenomeno.

Io l’ho definito una semplice curiosità botanica, senza importanza connessa, però credo che un messaggio si possa intuire, cioè il messaggio del ”figlio di famiglia”. Il comportamento del figlio di famiglia, finchè questi vive a carico della famiglia, assume un ruolo secondario di convivenza in un sistema fisiologico e obbedisce alle sollecitazioni collettive, ma quando se ne distacca, deve “mettere giudizio”, per rendersi autonomo. Allo stesso modo il cactus, nella sua semplicità vitale, entra nelle analogie biologiche di tutti gli esseri viventi e diventa un individuo indipendente.

Abel