mercoledì, 29 Giugno 2022

Fabulas (di Sascia Coron)

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i gemelli impossibili

capitolo decimo

Ecco come provò a convincermi Prabhā che era giusto così. Ella disse:

“Vardhana, amore di tutta la mia vita, tu sai che ti ho scelto per amore e che avrei preferito morire piuttosto che rinunciare a te. Io so che tu mi ami e ne ho conferma ogni attimo standoti accanto. Per questo ti chiedo di compiere per me un estremo atto d’amore.

Il non sapere dare a te un figlio e a mio padre un nipote mi umilia a tal punto da rendermi sterile. Potrei farti un lungo discorso per spiegarti quali siano i motivi che io ritengo causa di questa situazione. Confido che tu li intuisca e basti a convincerti il solo fatto che non rimango più gravida.

I tuoi sforzi per creare intorno a me un clima sereno mi hanno dato la calma necessaria per riflettere. La mia mente arroventata dai dubbi non riusciva a trovare soluzioni allo stato delle cose. Ti ringrazio per avermi ridato la consueta freddezza di pensiero che tutti mi riconoscevate. In piena consapevolezza di quel che dico, ti faccio una proposta da me meditata a lungo e sulla quale vorrei che tu meditassi senza pregiudizio.

Tu non hai altre mogli, come tutti gli altri sovrani tuoi pari, perché mi hai detto e dimostrato che io ti basto e addirittura supero i tuoi desideri. Tu vuoi figli solo da me, e quelli che ti faccio sono la tua felicità. Non ti serve a sentirti potente avere numerosa discendenza poiché la perfezione di quella che hai da me sovrasta l’orgoglio dei numeri.

Ma tre figlie perfette non sono in grado di compensare la mancanza di un maschio”.

A queste parole intervenni con grande foga per smentirla. Lei alzò una mano con la palma a me rivolta in preghiera di silenzio e, al mio tacere, proseguì dicendo:

“Arrenditi alla realtà. Non puoi ingravidarmi. Qualora ciò, per caso imprevisto, avvenisse non puoi essere certo che partorirei finalmente un maschio. Per quanto possa sembrarti sciocca, la cosa mi avvilisce sino a rendermi l’irriconoscibile ombra di me stessa. A che ti servo così? A che ti serve avere accanto una moglie disperata e scontenta? Per quanto tempo potrai sopportare la situazione? Fin quando continuerai ad amarmi? Pur certa del tuo sincero affetto per me, alla fine non potrai che odiarmi e scacciarmi da te. Allora mio padre ti farà guerra e ne saranno sconvolti due regni. Pensa di quanti lutti diverremo colpevoli agli occhi dei nostri popoli”.

Non fui capace d’evitare d’interromperla per rimproverarla d’andare troppo avanti nell’immaginare l’impossibile. Ella alzò ancora la mano e mi zittì. Continuò poi dicendo:

Per amore mio, tu non hai nemmeno concubine dalle quali avere altri figli e non ne hai avuti dalle tue passate amanti.

Io sono la testimonianza del valore del tuo seme e solo a me si deve la mancanza di un maschio.

Ti ho condotto questa donna la cui bellezza è pari, se non superiore, alla mia. Chāyā è una schiava e capirai perché non ho scelto una delle mie ancelle. Chāyā è una mia cosa, forse la più intelligente delle mie schiave e, in quanto tale, deve obbedire ad ogni mio desiderio, senza opposizione possibile. Dico subito che non mi piace considerare le persone come oggetti a mia disposizione, ma la grave situazione mi costringe a farlo.

Chāyā è pura, leale e forte. Se lo vorrai, essa giacerà con te perché potrebbe darci il maschio che vogliamo”.

Questa volta fu Prabhā ad interrompersi di fronte al mio pallore. Bianco come un cencio ebbi solo il tempo per percepire i sintomi dello svenimento che mi colse.

Fatto rinvenire coi sali, la mia spossatezza permise a Prabhā di proseguire senza pietà il suo discorso che concluse dicendo:

“Preferisci dunque la guerra sicura piuttosto che darmi la prova che mi ami veramente e che vuoi il mio bene? Non ti piacciono più le donne? Io ero orgogliosa di rimanere sempre la prescelta fra tutte quelle che ti piacevano, non l’unica rimasta all’abitudine del tuo piacere. Tu credi che potrei sentirmi tradita? Ma come potrei essere da te tradita con una schiava? E non sono io stessa che te la offro per potermi dimostrare il tuo amore? Non è nel disegno divino che io sia Prabhā e lei sia Chāyā? Solo dove c’è Luce c’è Ombra ed esse sono indissolubilmente legate.

Convinciti Vardhana, il figlio che avrai da lei sarà mio figlio e lo faremo vedere come tale alla delegazione di mio padre.

Certo non può turbarti il fatto che io sia di pelle chiara e lei sia scura, perché i figli vengono del colore che vogliono gli dei e nessuno potrà fare obiezione.

Giaci con lei Vardhana e mi salverai, e salverai il tuo regno! Giaci con lei, e conserverai per sempre il mio amore come io conserverò quello che tu mi mostrerai giacendo con Chāyā. Pensaci Vardhana : non ti sembra giusto così?”.

No!, per la prima volta non mi sembrava giusto e non mi sembrava giusto così, ma non avevo la forza di urlarlo.

capitolo undicesimo

Forse il mio successo con le donne, prima di sposare Prabhā, derivava dal fatto che non pretendevo di capirle, ma mi limitavo ad accogliere senza preconcetti il dono che mi facevano di se stesse godendone.

Con il trambusto nella mente per l’affollarsi di sentimenti contrastanti, feci poco caso alla strategia adottata dalle due donne per vincermi.

Quando entravo nel letto coniugale trovavo, distesa accanto a mia moglie, Chāyā silenziosa presenza. Quando mi svegliavo la mattina, tastando nel dormiveglia, scoprivo di giacere in mezzo alle due donne.

All’inizio, per riflesso condizionato, coprivo soltanto la mia sposa ma, una volta allentata la guardia, giacqui anche con Chāyā che, per essere vergine, mi parve suprema esperta delle arti amatorie. La stregoneria con cui m’incantava stava nel fatto che si offriva in figura d’apprendista del gioco in cui era maestra, attribuendo alla mia eccellenza la sua riuscita.

Ben presto le due donne mi indussero a non capire più niente e, caduta ogni remora, mi fecero loro vibrante stallone.

Cominciò in quel periodo il tempo dei portenti ed ogni prodigio superava il precedente.

Entro due mesi Prabhā e Chāyā mi comunicarono di essere incinte. Dopo altri sette mesi, nello stesso giorno alla stessa ora della notte, partorì ciascuna un maschio. E i due maschi erano identici, più indistinguibili di due gemelli monovulari omozigotici. Solo dopo tempo, e per caso, Prabhā notò che suo figlio aveva una voglia a forma di punta di freccia su una natica. Ma anche il figlio di Chāyā aveva una voglia a forma di punta di freccia sulla natica dello stesso lato. L’unica differenza era che quella del mio successore designato puntava verso l’alto e quella dell’altro maschio andava verso il basso.

Mandammo corrieri a Bala per informarlo della nascita del nipote e quel re fu talmente contento di avere garantito a sua figlia un regno che, invece di mandare la delegazione di controllo, ne mandava mensilmente una di doni fra i quali copioso era il legno da barche.

Alla fine aveva visto bene Prabhā ed era giusto così? Adesso, perseguitato dall’angoscia, non saprei che dire.

Per quanto Bala dicesse di voler vedere l’unico suo nipote che sarebbe certamente divenuto re, non venne mai a trovarci, ma mandò una corte di artisti per dipingerne le sembianze. Si compiacque del nipote dipinto sin quando morì.

Con la scusa delle cure del governo non andai ai suoi funerali. Vi andarono invece mia moglie e mio figlio ottenedo un successo di affetti tale che il funerale si trasformò in un peana di tripudio in onore della loro rājnī1 che tornava da vera mahārājnī2 e del kumāra3 stupendo che mostrava i segni di diventare un ottimo re.

Anche il fratello di Prabhā, successore del padre, ma non ancora incoronato, dopo essersi appartato a parlare col ragazzo, dichiarò alla sorella di essere certo che suo figlio avrebbe garantito ai due popoli decenni di prosperità e di pace.

Se il figlio della regina era straordinario, altrettanto lo era quello della schiava.

Venivano educati assieme dagli stessi maestri ed amati dallo stesso padre e dalla stessa madre.

Chi pensa che la schiava si fosse ritirata annullandosi, sbaglierebbe. Prabhā e Chāyā si compenetravano. Non era necessario che Chāyā avesse dalla regina la carta di riscatto, perchè ella era già libera nel suo cuore, senza bisogno d’essere   liberata da una maternità straordinaria, e la sua padrona si faceva sua schiava per la ragione dei figli.

Chāyā non avanzò mai alcuna pretesa per sé e per suo figlio, amando come suo anche il figlio di Prabhā e questa non privilegiò mai il suo, amando come fosse suo anche quello dell’altra.

Quanto a me, felice di avere l’erede, gongolavo all’idea d’avere raddoppiati il valore e la bellezza di ognuno, nei due che potevo distinguere a fatica solo guardandoli nelle natiche.

Quando nacquero, io e le madri scegliemmo di chiamarli, uno Shabda4 (Parola corretta, Sillaba sacra AUM) e l’altro Shipi5 (Raggio di luce).

Nel tempo si rivelarono ambedue il nostro raggio di Luce e la nostra Parola ed, assieme, il monosillabo mistico AUM6 composto dai tre suoni a, u ed m pronunciato per raggiungere la percezione della Realtà suprema.

Lo stesso giorno, alla stessa ora della notte, Prabhā e Chāyā spirarono, senza che alcun segno premonitore ci potesse avvertire della tragedia incombente.

Erano tutte e due giovani, al massimo fulgore della bellezza e nel pieno del vigore. Perché rubarmele in quel momento? Perché toglierle ai loro figli? Perché privarle, con la condanna della morte, della gioia di vederli crescere e farsi grandi?

Io non ho risposte a queste domande, possente Shiva. Se vuoi, tu puoi soddisfarle. Ma se è nel tuo volere che prosegua il mio racconto per Pārvatī, obbedirò di buon grado al tuo comando.

1. Rājnī – sf. = 1 regina, 2 principessa, 3 moglie di un re

2. Mahārājnī – sf. maharājnī composto da agg. maha + sf. rājnī.

Nf – Il titolo spettante a Prabha nel regno del padre era già quello di Rājnī di Arjunacakanaka. Dopo le nozze con Vardhana merita anche il titolo di Grande Regina di Pūtamajala

3. kumāra – sm. 1 ragazzo, 2 figlio, 3 giovane, 4 principe.

4.Shabda – sm. shabda = 1 suono, 2 rumore, 3 voce, 4 tono, 5 parola, 6 affisso, 7 parola corretta, 8 sillaba sacra OM, 9 tradizione orale.

Pdf – Shabda, figlio di Prabhā e Vardhana. Fratello di Nandi, Dānī e Āshā. Il suo fratellastro è Shipi, figlio quest’ultimo di Vardhana e di Chāyā, schiava di Prabhā. Shabda è l’erede designato del regno di Pūtamajala e poi suo mahārāja. E’ nipote del nonno Bala e dello zio Vijaya, mahārāja del regno di Arjunacakanaka. Shabda è uno dei due gemelli impossibili.5. Shipi – sm. shipi = raggio di luce.

PdfShipi, figlio di Vardhana , mahārāja di Pūtamajala, e della schiava di Prabhā, Chāyā. Shipi è l’altro dei due gemelli impossibili.

6, OM/AUM – Si è costretti a semplificare orribilmente nella spiegazione del monosillabo sul quale esiste una vastissima letteratura.

AUM è un mantra, verso mistico o magico. Il mantra AUM è detto “seme verbale dell’immensità” o “formula mentale della conoscenza dell’Immensità”. Il suono è composto dalla gutturale A, dalla labiale U e dalla cerebrale M. Esso forma un triangolo che delimita fisicamente ogni possibilità di articolazione. Nel linguaggio primordiale il suo significato sarebbe “Io m’inchino; sono d’accordo; accetto” (è forse simile ad Augh! degli indiani d’America?).

A rappresenta l’Essere immenso, Brahmā, la tendenza orbitante e il colore rosso; U rappresenta l’Immanente, Vishnu, la tendenza coesiva e il colore bianco; M rappresenta il Signore del sonno, Shiva, la tendenza disintegrante e il colore nero. A e U, fusi nel suono O, rappresentano la verità, l’immortalità. AUM esprime anche l’Essere Unico che pervade lo spazio, il tempo e le forme.

 

 

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