giovedì, 12 dicembre 2019
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Fabulas (di Sascia Coron)

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i gemelli impossibili

 capitolo ventiduesimo

Scemati gli effetti del terremoto, che pure aveva sconvolto i due regni, si presentarono ai due regnanti problemi non previsti e tuttavia derivanti dal permanente stato di guerra.

La potenza di Shabda era sul mare, ma senza il legname di Arjunacakanaka non poteva costruire le nuove barche necessarie a mantenere il suo dominio.

Oppresso duramente dalle tribù del Nord, a causa delle loro razzie, Shipi aveva bisogno di derrate alimentari e, finalmente, di uno sbocco al mare per essere sicuro di averle.

L’odio covato nei loro cuori non s’era estinto e la situazione si era messa in modo che non soltanto il loro rancore portava all’inevitabile conflitto: lo scontro era divenuto una questione di sopravvivenza.

Essendo identici, i due mahārāja pensavano e facevano le stesse cose.

Ambedue pensarono che non v’era altro punto del loro confine nel quale potessero di nuovo affrontarsi se non nel passo crollato di Patatrin e che, per scontrarsi, dovevano riaprirlo allargandone convenientemente la strettoia.

Era obbligatoria una tregua, sufficiente a sgombrare la montagna dalle macerie ed aprirvi un varco sicuro per potersi agevolmente scannare.

Con gran diffidenza iniziarono le trattative in un defatigante tira e molla fra i loro innumerevoli emissari. Alla fine gli ambasciatori dei due re raggiunsero l’accordo e lo sottoposero ai loro sovrani.

La rimozione sarebbe stata fatta da coscritti fra il popolo. Le operazioni sarebbero state controllate da delegazioni miste. Gli armati sarebbero rimasti ad una lega dal passo e il loro numero non avrebbe superato una brigata. A tutti i salariati veniva garantita acqua abbondante e buon cibo ed una gratifica per il procedere spedito del lavoro, consegnata a ciascun premiato ad ogni luna nuova.

Stabilito che il premio sarebbe stato un barilozzo di una forte bevanda alcolica, i due re sottoscrissero il patto.

Da ogni più piccola plaga dei reami si radunarono i lavoranti, gli uomini più aitanti e robusti e molti giovani; s’intrupparono in squadre; si misero sui carri e s’inviarono al fronte per combattere la montagna e favorire la guerra.

Ma come era possibile che tanti fossero allettati da un simile compito? Come mai nessuno resisteva ad adempiere un’impresa che aveva come scopo quello di favorire un conflitto all’ultimo sangue?

La risposta a simili quesiti potrebbe essere contenuta in un’altra domanda: è meglio l’uovo oggi o la gallina domani? Vediamo perché l’uovo faceva gola e la gallina fosse fantomatica.

Parlando di un regno parliamo anche dell’altro.

Il mahārāja aveva dichiarato una guerra al nemico giurato con tutte le più sacrosante ragioni del mondo. Per far questo aveva armato un formidabile esercito, senza badare a spese, intaccando il tesoro accumulato dagli antenati e suo personale di diritto. Aveva pagato senza lesinare tutto il seguito degli inservienti e degli addetti, gli annessi e connessi, nonché tutte le provviste. Aveva schierato le truppe e aspettato con prudenza il momento giusto per l’attacco vincente. Tranne qualche sporadico civile, non era morto nessuno.

Un caso fortuito, una bizzarria della natura, un terremoto, aveva scosso il regno. Da ciò era derivata la carestia, la povertà, la disperazione delle genti. Del tremendo sisma non si poteva incolpare il mahārāja e non lo si poteva incolpare, ora, di fare il possibile per salvare il popolo e il regno. Una guerra era meno temibile dell’attuale penuria e il vincerla (la gallina di domani) non apparteneva all’urgenza dell’immediato.

Con la fame che c’era, vitto e alloggio garantito ed un premio inebriante sembravano compenso sufficiente per il lavoro semplice di spaccar pietre, ed apparivano l’ovetto da succhiare fresco fresco prima ch’esso marcisse.

Iniziarono dunque i lavori di smantellamento dei blocchi rovinati sul passo di Patatrin, ciascuno dalla propria parte, con la celerità concessa da ottimi pasti e buone bevute. La roccia veniva forata e, con cunei di ferro, ridotta in massi che potevano essere portati lontano. A qualcuno venne in mente che le pietre squadrate potessero essere disposte a semicerchio e fu imitato. In pochi mesi sulle spianate ai lati della montagna furono eretti due anfiteatri dove la gente si incontrava e si liberava dalla stanchezza assistendo a recite di drammi del teatro antico o a spettacoli di divertimento vario.

Giunse così il giorno in cui, dell’intero crollo, restò l’ultima cresta. Essa era la più dura e difficile da smantellare. Una cosa era spaccare pietra sciolta, sia pure costituita da enormi blocchi, altra era frantumare un nucleo intero indurito dalla compressione delle rocce cadutegli addosso.

Ora che potevano guardarsi in faccia, gli artigiani avversi videro gli uni il modo di lavorare degli altri e capirono d’avere abilità uguale, rimanendo a ciascuno competenze specifiche legate a maestria personale e non alla superiorità generica di appartenenza a un popolo.

Prima cominciarono a chiamarsi con il nome del popolo, poi scherzosamente con il suo diminutivo (“cakanaka” e “majala”), poi per prenome personale e, in fine, con rispetto, per titolo e nome.

capitolo ventitreesimo

Proviamo ad immaginare come si trasformasse un dialogo fra due tagliapietre nel corso di poche settimane.

Fase uno.

Due energumeni voltati di spalle fanno finta di ignorarsi.

Fase due.

Il più curioso guarda con aria di superiorità l’altro per vedere cosa fa.

Fase tre.

L’osservato si rivolge all’osservatore e sbotta

– Arjunacakanaka, che guardi? Perché non ti fai i fatti tuoi?

l’altro risponde

– A Pūtamajala, ti rode tanto se ti osservo?

Tutti e due

– Ma va a quel paese!

Fase quattro.

– cakanaka, mi fai vedere i tuoi cunei? Mi sembrano ottimi.

– majala, sono di ferro temprato. Mi chiamo Madhukara1 (Ape) e tu?

– Io mi chiamano Yatna2 (Sforzo) e sono maestro scalpellino.

– Anch’io!

Fase cinque.

– Madhukara vedo che sei un vero maestro a trovare la vena della roccia per dividerla di netto con i tuoi magnifici cunei. Mi aiuti a spaccare la mia che mi sta facendo sudare sette camicie?

– Ben volentieri Yatna, basterà uno dei tuoi colpi magistrali per averne ragione. Il tuo insuccesso non è dovuto a scarsa abilità, ma a strumenti inadatti.

Fase sei.

– Maestro Madhukara, si fa scuro. E’ l’ora del riposo. Ho ricevuto in premio la botticella del vino. Posso avere l’onore di dividerla con te?

– Maetro Yatna, l’onore è tutto mio. Ho serbato certi fichi acconciati che mi mandano da casa. Vorrei che li assaggiassi. Se ti aggradano prendili, per il mio piacere.

Presto la stima reciproca contaminò tutti e cominciarono a chiedersi perché mai avrebbero dovuto distruggersi a vicenda.

Vero è che lo scontro sarebbe avvenuto fra guerrieri, ma il popolo non ne avrebbe sofferto come già soffriva le decime per preparare la guerra? Loro stessi e le loro famiglie godevano di un beneficio momentaneo.

Finita l’opera, sarebbero ripiombati nell’anonimato di un popolo angustiato. Stremati dal terremoto, avrebbero potuto reggere anche i lutti di una guerra?

Il mormorio delle domande si tramutò in chiara voce e negli anfiteatri si cominciò a dibattere sull’argomento, sino a giungere ad una discussione generale che vide assieme tutti i lavoranti, dell’una e dell’altra parte.

Giunse ai due re la voce del mugugno e s’adirarono. Decisero che i fomentatori della folla dovevano essere puniti.

Si raccolsero intorno ai re i loro compagni più fidati per vedere di condurli a più miti consigli. Per piacere di cronaca, il buon Kavaca s’incaricò di parlare a Shabda per fare da corazza al popolo in subbuglio. Shipi fu convinto dal suo fedelissimo Ariha3 (Uccisore di nemici), in veste di difensore della plebe.

Il discorso di Kavaca al suo re è identico a quello del generale di Shipi, a meno delle virgole, per cui basta riportarne uno.

Kavaca, pure ignaro delle vere ragioni della guerra, disse:

Mio Signore, le offese che ti ha fatto tuo fratello sono sanguinose e nessuno mette in dubbio che esse vadano lavate col sangue. La guerra è giusta perché la vittoria non vendicherebbe soltanto l’oltraggio subito, ma salverebbe il popolo dalla sottomissione a un tiranno. Nessuno osa mettere in dubbio il fatto che noi vinceremo. Eppure, dobbiamo mettere in conto alcuni fatti oggettivi.

Il tuo regno è stato devastato da un terremoto. Esso ha distrutto uomini e cose, ma soprattutto si è mangiato i frutti della terra almeno per un anno intero. Vero è che hai pagato profumatamente il cibo raccolto con gran parte del tuo immenso tesoro, ma i figli chiedono pane ai padri. Oro e argento, rubini e diamanti e perle, non sfamano e non possono comprare quello che non c’è. La gente ha fame, non puoi negarlo, e il poco che ha glielo togli di bocca per nutrire coloro che, liberando il passo, ti consentiranno di scontrarti col nemico. Ora che questi stessi privilegiati si lamentano, hai deciso di punirli. Ma cosa pensi dunque di fare? Non potendo entrare in battaglia col nemico, farai guerra al tuo popolo? Mostrati magnanime e generoso qual sei. Rinuncia a colpire i ribelli e, invece, ascoltali. Non te ne pentirai poiché, per il solo fatto di tenerli in considerazione, li avrai tutti fidenti ai tuoi piedi. Quello sarà il momento della tua consacrazione a difensore della nazione, poiché allora dichiarerai che gli eserciti non si scontreranno per due re, ma per la patria si affronteranno due campioni, e tu sarai il nostro. Tu non sei più forte di tuo fratello, né migliore, ma a te arriderà la vittoria poiché migliori sono le tue ragioni. Mostra a lui i segni della tua potenza ed alla tua gente dimostra i motivi della gloria che conquisterai per lei. Chiunque vinca sarà ritenuto eroe dai suoi e riconosciuto degno e giusto sovrano dagli altri. Combattendo uno contro uno, incarnerà ciascuno il valore di un popolo intero. Per ciò, nella memoria degli uomini tutti, diventerai simile a un dio che si è battuto e ha vinto un dio suo pari”.

 ———————————————————————————————————————————————-1. Madhukara – (Madhu-kara) sf. madhukara = ape, ottenuto da sn. madhu = miele (gr. methu) + agg. kāra = 1 che fa, 2 che lavora.

Pdf Madhukara è uno dei tagliapietre mandati dal mahārāja di Arjunacakanaka a sgombrare il passo di Patatrin dopo il terremoto. E’ uno dei primi a stabilire rapporti di amicizia e di stima con il popolo nemico, divenendo amico del collega Yatna, scalpellino di Pūtamajala.

 2. Yatna – sm. yatna = 1 azione di volontà, 2 aspirazione, 3 energia, 4 sforzo, 5 zelo.

Pdf Yatna è uno degli scalpellini mandati dal mahārāja di Pūtamajala a rimuovere le macerie del terremoto dal valico di Patatrin. E’ fra i primi a capire che i due popoli non hanno alcun vantaggio ad essere nemici. Kūrma lo chiama a testimone di questo, assieme a Madhukara.

 3. Ariha – sm. ariha = 1 uccisore di nemici, 2 nome di un principe.

Pdf Ariha è il generale fedelissimo di Shipi che s’incarica di fargli lo stesso identico discorso che il suo pari grado, Kavaca di Pūtamajala, fa all’altro gemello impossibile, Shabda, per salvare il popolo di Arjunacakanaka.

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