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C’era una volta Modica




LA TERRA DEI CACHI

Fassina sì, Fassina no, Fassina boh?

Vi ricordate Elio e le Storie Tese a Sanremo nel 1996? Provate a rileggere il testo de La terra dei cachi: è un ritratto spietato, ancora atrocemente attuale, del nostro amato paese.

Passano gli anni, tramontano alcuni leader, ne compaiono di nuovi – che però somigliano tanto a quelli vecchi: della serie levati tu che mi ci metto io! – ma la musica non cambia.

In barba al dettato costituzionale ancora vigente, l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, al quale i giovani non hanno accesso e che viene tolto a chi ancora lo ha. Questo è il Paese dove regna l’uguaglianza, ma dove qualcuno è più uguale degli altri; dove la legge è uguale per tutti, tranne che per alcune persone; dove la doppia morale è la norma; dove financo in un movimento per certi versi rivoluzionario e irridente della “vecchia politica” – che rifiuta emolumenti, rimborsi elettorali e vitalizi, scorte e privilegi di casta – nel quale vige la regola uno vale uno, in certi casi dipende di che uno si tratta.

Le prossime elezioni amministrative stanno scatenando insopportabili tormentoni, in un vortice di incertezza condita da insulti e volgarità veramente di alto livello.

“Si vota solo la domenica!”

“Ma no, lasciamo aperti i seggi anche lunedì, così magari recuperiamo qualche voto di quei menefreghisti che sono andati al mare…”

“Ma scherziamo? Quanto ci viene a costare quest’ennesima idea peregrina di Alfano: non vi basta l’aver abolito l’election day? Se pensate che sprecare ancora il denaro degli italiani possa ridare fiducia nella politica a quel 45% di elettori assenteisti, siete fuori strada!”

“Ehm, sì, forse è meglio votare solo domenica…”

Intanto, liste non ammesse per irregolarità formali o sostanziali, vengono ripescate a suon di ricorsi cavillosi al Consiglio di Stato, alla faccia delle sentenze del TAR.

Piovono avvisi di garanzia sulle teste di sindaci di ogni parte politica per i consueti sospetti di coinvolgimento in turbative d’asta, corruzione, concussione, assunzioni in odore di nepotismo, ladronecci vari. Qualcuno si dimette sua sponte, altri vengono costretti a dimettersi, altri ancora vengono difesi a spada tratta dai propri sodali, a seconda della convenienza. Certi spiritosoni affermano che un sindaco senza nemmeno un avviso di garanzia è uno che non conta niente: l’avviso di garanzia si è trasformato da ingiusto pregiudizio di colpevolezza a status symbol!

L’elettore medio, che si sente preso dai turchi, pensa che voler fare il sindaco sia sinonimo di autolesionismo masochista: in effetti certe scelte di candidati e certe alleanze apparentemente contronatura sembrano voler preludere alla volontà di perdere le elezioni per lasciare agli avversari la patata bollente.

Il Job’s Act, a seconda della convenienza di chi ne parla, ha fatto calare la disoccupazione con migliaia di assunzioni a tempo indeterminato grazie agli incentivi fiscali, ovvero ha solo stabilizzato parte del precariato dei lavoratori a progetto e con l’abuso dei voucher sta creando nuovo precariato.

Le tasse stanno calando e verrà abolito il bollo auto! Le nuove bollette per il consumo di elettricità e di gas sono semplici e di chiara lettura! Sarà, ma la percezione che di queste dichiarazione ha la gente comune è ben diversa.

Niente bollo auto? Per non far piangere il piatto verranno aumentate le accise sui carburanti, così pagherà di più l’automobilista che insiste ad usare la macchina. Giusto.

Peccato che a fronte di una minoranza di sconsiderati che usano l’auto per diporto o per fare lo struscio, ci sia una maggioranza di poveri cristi che vivono incollati al volante per motivi di lavoro, costretti a ciò dalla carenza/inesistenza di validi mezzi di trasporto pubblico. Che dire poi del trasporto merci, che da noi – per antiche scelte scellerate di protezionismo autarchico pilotate dalla FIAT – viaggia quasi esclusivamente su gomma: l’aumento del pieno quanto inciderà sul costo d’acquisto dei beni di consumo?

Ma se i prezzi dovessero aumentare, i soloni economisti ci dicono che è un bene: la deflazione sarà sconfitta! Mah… negli anni ’70 ci hanno massacrato gli zebedei con l’inflazione, vista come un flagello biblico: adesso la si invoca come toccasana!

La vertiginosa discesa del prezzo del petrolio ha fatto calare un poco il costo del Kilowatt – unica voce in bolletta su cui i vari gestori privati possono intervenire – ma, unificando i balzelli e le addizionali sotto l’unica voce misteriosa e incontrollabile Spese per la Gestione del Contatore, le tasse sono state aumentate e le nuove bollette risultano sensibilmente più salate di quelle vecchie, per oscure e complicate che fossero.

Ad incrementare il caos, è partita già la campagna elettorale per il referendum sulle modifiche alla Costituzione. Molti i magistrati che si schierano fin d’ora rilasciando dichiarazioni di voto, strettamente personali ma inequivocabilmente politiche.

Il cittadino medio non riesce a capire se la chiamata al giudizio del popolo su una modifica della Carta Costituzionale sia un atto dovuto oppure una gentile concessione del Governo in vena di democrazia. Il quesito referendario posto è di difficile comprensione, soprattutto per gli effetti che la modifica potrebbe apportare a livello di potere di scelta dell’elettore.

Se poi il giovane ColadiRenzi intende caricare su di esso le sorti della sua carriera politica, il pateracchio è servito. L’ambiguità della situazione non potrà portare che ad un risultato comunque falsato.

Perché voteranno NO quelli che pensano che la riforma costituzionale sia malfatta assieme a quelli che detestano Renzi tout-court, e voteranno SI i renziani di ferro e quelli che pensano che finalmente si ammodernano le istituzioni di questo paese paralitico. Come si esprimeranno coloro i quali pensano che la Costituzione non possa essere manomessa frettolosamente, ma che sono certi che una caduta del Governo in questo momento di incertezze planetarie sia un salto nel buio? Probabilmente aumenteranno ancora le astensioni, e ciò sarà un danno serio visto che questo referendum non prevede il raggiungimento del quorum per essere valido: basterà un pugno di elettori a determinare il futuro del Paese.

Luminosa rinascita o sprofondamento nel baratro?

Sperduti nella nebbia del dubbio, perennemente di fronte a due strade diametralmente opposte che dicono di andare verso la stessa meta, verrebbe la voglia di andare a cercare la terza via per ritrovare certezze e rispetto. Se questa non c’è si potrebbe, con un po’ di fatica e sudato lavoro, tracciarla ex novo. Riusciranno i nostri eroi a ritrovare la retta via?

ldnp




La Modica di Enzo Belluardo




MAGGIO, LA MADONNA E I PELLEGRINI

Durante tutto il mese di maggio e soprattutto la terza domenica, si festeggia a Modica la Madonna delle Grazie.

Già dalle prime luci dell’alba domenicale del 15 maggio 2016, i devoti si sono avviati (molti anche scalzi) verso il Santuario dedicato alla Madonna ad assistere alla prima celebrazione della Santa Messa e ringraziare, donando fiori e ceri accesi, la Madonna per le grazie richieste e per quelle ricevute.

Questa devozione mariana che da secoli ha unito tutti i modicani di ogni quartiere, si è consolidata quando, il 4 maggio 1615, sulla collina di Monserrato fu rinvenuto un quadretto d’ardesia raffigurante la Madonna col Bambino. La pietà popolare attraverso lasciti ed elemosine s’impegnò nella costruzione della Chiesa nello stesso luogo ad opera dell’architetto siracusano Vincenzo Mirabella, le cui spoglie mortali (perì di peste nel 1624 ) si conservano nel marmoreo mausoleo collocato nel Santuario. Da allora il flusso dei pellegrini è aumentato sempre di più.

In forma leggendaria le vicende dell’erezione del Santuario sono state narrate perfino in un romanzo “Il roveto in fiamme”, edito nel 1934, da Virgilio Brocchi, uno scrittore veneto che agli inizi del 900 aveva insegnato a Modica nell’Istituto Archimede.

Un altro pellegrinaggio, e secondo me molto più toccante per i credenti, è stato quello che la statua della Madonnina del Sacro Cuore ha fatto, accompagnata dai fedeli e dal parroco Giorgio Cicciarella, presso tutti i reparti dell’Ospedale Maggiore di Modica, iniziando già dall’11 maggio presso la Cappella dell’Ospedale Maggiore di Modica, dove è stata trasportata e, qui, la prima celebrazione della Santa Messa per poi proseguire il pellegrinaggio per quasi tutta la settimana successiva, visitando ogni singolo paziente nelle stanze dei reparti e fermandosi per un giorno intero anche nel corridoio stesso nel reparto di Medicina, fino ad arrivare, martedì 17 maggio, presso l’Hospice di Modica, reparto di cure palliative e di grande empatia professionale, dove si è recitato il Rosario e alle ore 17:00 è stata celebrata la Santa Messa dedicata a tutti gli ospiti presenti (degenti e parenti), al personale medico e ai volontari che si sono prodigati per il grande evento. La Madonnina ha poi proseguito la sua corsa di pellegrina improvvisata, dietro suggerimento di alcuni fedeli, dal parroco stesso, che ha pensato bene di procedere ad un’ulteriore processione presso gli ultimi due reparti non ancora visitati dalla Madonnina, reparto di ortopedia e di chirurgia.

Il mese di maggio è dunque il mese dedicato alla Madonna ma anche alla mamma, alla sposa, ai pellegrini, ai fiori e a noi tutti che viviamo dentro questa valle di lacrime e, come tutte le feste, ecclesiastiche o anche un poco pagane, un minuto al giorno, un pensiero gentile, un attimo di preghiera per chiedere o per dare dovremmo trovarlo ogni giorno anche senza piedi scalzi, perché essere pellegrino non vuol dire girare il mondo e le chiese mariane, vuol dire soprattutto comprensione, collaborazione e amicizia, vuol dire darsi del tempo, mettersi in gioco e vivere a fondo la vita, soprattutto aiutando chi non la può comprendere, con grande spirito di sacrificio.

Sofia Ruta




AL GARIBALDI GRANDE FESTA DELLA MUSICA

L’incontro tra il Teatro Garibaldi e la musica classica si è espresso in un forte e caloroso abbraccio, un abbraccio di quelli che riempiono il cuore. Certamente complice la lunga assenza che aveva fatto lievitare il desiderio, evidenziato dalla grandissima affluenza di pubblico che ha onorato la circostanza esaurendo tutti i posti.

Il primo abbraccio il giorno 10 aprile, “Romantic Piano Recital”, con l’esibizione magistrale del Maestro Giovanni Cultrera. Un concerto con un programma particolarmente impegnativo. L’intensità dell’interpretazione ha rapito il pubblico suscitando un grande entusiasmo, ed un meritatissimo plauso. L’evento ha scaldato il cuore per l’eccellenza della tecnica esecutiva e per la magistrale interpretazione di brani di grande intensità emotiva.

Il tutto esaurito era un po’ nei fatti data la notorietà e la rilevanza del personaggio, ma il miracolo si è ripetuto per la seconda volta sabato 14 maggio. Anche questa volta con pienone di pubblico, per festeggiare quella che è stata definita, dalla brava Isabella Papiro che ha condotto la presentazione di entrambi gli eventi, la “festa della musica”.

Questo secondo appuntamento rappresentava la serata finale di una tre giorni in cui si è svolto il Festival Nazionale “Giovani Musicisti in orchestra”.

La manifestazione, giunta alla nona edizione, è nata a Roma nel 2005, con la finalità  di far vivere a tutti i ragazzi partecipanti una grande festa dedicata alla Musica, come momento di confronto e, al tempo stesso, di aggregazione e socializzazione.

Ad organizzare l’evento del Festival, in tutte le edizioni, “l’A.GI.MUS” (Ass. Giovanile Musicale) che quest’anno ha deciso di dislocare questo nono appuntamento da Roma a Modica.

Dislocare non è stato certamente facile, passare dal vasto Parco della Musica di Roma al nostro bellissimo, ma al confronto piccolissimo, Teatro Garibaldi è sta un’impresa audace, ma gli organizzatori si sono adoperati con tenacia affinché Modica con le sue bellezze fosse al centro della musica.

La presidente dell’A.GI.MUS, Marisa Di Natale, ha voluto che il patrimonio architettonico e paesaggistico degli Iblei fosse messo a disposizione dei tanti giovani partecipanti al concorso e delle famiglie accompagnatrici, consapevoli che Modica costituisce un’opportunità di scoperta suggestiva e interessante, oltre che godimento a compenso della grande fatica affrontata dai ragazzi.

Il Festival è supportato dall’alto Patronato del Ministero della Pubblica Istruzione, del Ministero dei Beni Culturali, della Regione Sicilia, con la collaborazione del Comune di Modica e quella di numerose scuole della primaria e della secondaria, oltre agli Istituti ad indirizzo musicale (Ist. Comprensivo G. Dantoni di Scicli e G Verga di Modica).

A questa edizione hanno partecipato 11 scuole, che si sono esibite al Teatro Garibaldi il pomeriggio del 13 e la mattina del 14 maggio.

Nel pomeriggio del 14 si è svolto il Concerto Finale del Festival che prevedeva l’esibizione delle scuole premiate: la Primaria dell’I.C. “Pappalardo” di Vittoria diretta da Sara Colosi; l’Ensemble di Chitarre dell’I.C. Don Milani di Scicli, diretta da Simone Alessi; il Quartetto di Chitarre del Liceo Musicale “Turrisi” di Catania, diretto da Daniele Pidone; l’I. C. di Santa Teresa di Riva diretto da Carmela Santagati, vincitore assoluto del Concorso.

E’ stata assegnata una menzione speciale all’Ensemble di Tombe dell’I.C. Don Milani di Scicli, diretta da Lucrezia Ragusa, che si è esibita giorno 15 al Teatro Donnafugata a Ragusa Ibla, in apertura del Concerto di Ibla Classica International.

Subito dopo le esibizioni delle scuole partecipanti, il Liceo Musicale “G, Verga” di Modica ha eseguito alcuni brani per dare il benvenuto alle varie autorità: Sua Eccellenza il Prefetto Dott.ssa Maria Carmela Librizzi, la Senatrice Venera Padua, il Colonnello Corrado Benzi e il Ten. Colonnello Riccardo Fani della Brigata Meccanizzata “Aosta”, il Sindaco Ignazio Abbate, il vice Presidente e il Soprintendente della Fondazione Garibaldi, Giuseppe Polara e Tonino Cannata, Il Direttore del Giornale di Scicli Franco Causarano. Quest’ultimo ha donato delle incisioni dei pittori della scuola sciclitana.

Subito dopo c’è stato il Concerto della Banda musicale meccanizzata “Aosta” di Messina che ha eseguito l’inno di Mameli e Sister act, insieme ai ragazzi partecipanti al Festival. Il Concerto della Banda è stato uno spettacolo nello spettacolo, la solennità della divisa, la suggestione del suono delle trombe, la marzialità dei ritmi scanditi dalla grancassa, l’evocazione di avvenimenti storici, perché si sa, la musica scritta custodisce memoria e, in esecuzione, mostra la parte invisibile della vita e dell’espressione umana.

Particolarmente emozionante l’Inno di Mameli cantato dai bambini della primaria e della media, una nidiata di piccoli, tutti in camicia bianca, riuniti alla base del palcoscenico, sono sembrati un’epifania felice di un’umanità futura che certamente si misurerà con tutte le novità di un’era altamente tecnologica, ma è ugualmente capace di custodire in cuore l’arcaica arte del canto che magicamente tramuta la voce in preghiera.

Una festa, sì, una festa per loro che hanno vissuto tre giorni intensi di scambi, socializzazioni, scoperte, ansie, divertimento, gioco, fatica, insomma tanto, tranne la noia.

Una festa per gli spettatori che, ammirati, almeno per una sera hanno sperato che questo vivaio possa diventare bosco.

Una festa per il teatro e per il personale che lo fa funzionare, che per tre giorni di fila ha vissuto confusione, stress, calca, ma si è sentito vivo ed importante.

Carmela Giannì




Fabulas (di Sascia Coron)

i gemelli impossibili

 capitolo ventiduesimo

Scemati gli effetti del terremoto, che pure aveva sconvolto i due regni, si presentarono ai due regnanti problemi non previsti e tuttavia derivanti dal permanente stato di guerra.

La potenza di Shabda era sul mare, ma senza il legname di Arjunacakanaka non poteva costruire le nuove barche necessarie a mantenere il suo dominio.

Oppresso duramente dalle tribù del Nord, a causa delle loro razzie, Shipi aveva bisogno di derrate alimentari e, finalmente, di uno sbocco al mare per essere sicuro di averle.

L’odio covato nei loro cuori non s’era estinto e la situazione si era messa in modo che non soltanto il loro rancore portava all’inevitabile conflitto: lo scontro era divenuto una questione di sopravvivenza.

Essendo identici, i due mahārāja pensavano e facevano le stesse cose.

Ambedue pensarono che non v’era altro punto del loro confine nel quale potessero di nuovo affrontarsi se non nel passo crollato di Patatrin e che, per scontrarsi, dovevano riaprirlo allargandone convenientemente la strettoia.

Era obbligatoria una tregua, sufficiente a sgombrare la montagna dalle macerie ed aprirvi un varco sicuro per potersi agevolmente scannare.

Con gran diffidenza iniziarono le trattative in un defatigante tira e molla fra i loro innumerevoli emissari. Alla fine gli ambasciatori dei due re raggiunsero l’accordo e lo sottoposero ai loro sovrani.

La rimozione sarebbe stata fatta da coscritti fra il popolo. Le operazioni sarebbero state controllate da delegazioni miste. Gli armati sarebbero rimasti ad una lega dal passo e il loro numero non avrebbe superato una brigata. A tutti i salariati veniva garantita acqua abbondante e buon cibo ed una gratifica per il procedere spedito del lavoro, consegnata a ciascun premiato ad ogni luna nuova.

Stabilito che il premio sarebbe stato un barilozzo di una forte bevanda alcolica, i due re sottoscrissero il patto.

Da ogni più piccola plaga dei reami si radunarono i lavoranti, gli uomini più aitanti e robusti e molti giovani; s’intrupparono in squadre; si misero sui carri e s’inviarono al fronte per combattere la montagna e favorire la guerra.

Ma come era possibile che tanti fossero allettati da un simile compito? Come mai nessuno resisteva ad adempiere un’impresa che aveva come scopo quello di favorire un conflitto all’ultimo sangue?

La risposta a simili quesiti potrebbe essere contenuta in un’altra domanda: è meglio l’uovo oggi o la gallina domani? Vediamo perché l’uovo faceva gola e la gallina fosse fantomatica.

Parlando di un regno parliamo anche dell’altro.

Il mahārāja aveva dichiarato una guerra al nemico giurato con tutte le più sacrosante ragioni del mondo. Per far questo aveva armato un formidabile esercito, senza badare a spese, intaccando il tesoro accumulato dagli antenati e suo personale di diritto. Aveva pagato senza lesinare tutto il seguito degli inservienti e degli addetti, gli annessi e connessi, nonché tutte le provviste. Aveva schierato le truppe e aspettato con prudenza il momento giusto per l’attacco vincente. Tranne qualche sporadico civile, non era morto nessuno.

Un caso fortuito, una bizzarria della natura, un terremoto, aveva scosso il regno. Da ciò era derivata la carestia, la povertà, la disperazione delle genti. Del tremendo sisma non si poteva incolpare il mahārāja e non lo si poteva incolpare, ora, di fare il possibile per salvare il popolo e il regno. Una guerra era meno temibile dell’attuale penuria e il vincerla (la gallina di domani) non apparteneva all’urgenza dell’immediato.

Con la fame che c’era, vitto e alloggio garantito ed un premio inebriante sembravano compenso sufficiente per il lavoro semplice di spaccar pietre, ed apparivano l’ovetto da succhiare fresco fresco prima ch’esso marcisse.

Iniziarono dunque i lavori di smantellamento dei blocchi rovinati sul passo di Patatrin, ciascuno dalla propria parte, con la celerità concessa da ottimi pasti e buone bevute. La roccia veniva forata e, con cunei di ferro, ridotta in massi che potevano essere portati lontano. A qualcuno venne in mente che le pietre squadrate potessero essere disposte a semicerchio e fu imitato. In pochi mesi sulle spianate ai lati della montagna furono eretti due anfiteatri dove la gente si incontrava e si liberava dalla stanchezza assistendo a recite di drammi del teatro antico o a spettacoli di divertimento vario.

Giunse così il giorno in cui, dell’intero crollo, restò l’ultima cresta. Essa era la più dura e difficile da smantellare. Una cosa era spaccare pietra sciolta, sia pure costituita da enormi blocchi, altra era frantumare un nucleo intero indurito dalla compressione delle rocce cadutegli addosso.

Ora che potevano guardarsi in faccia, gli artigiani avversi videro gli uni il modo di lavorare degli altri e capirono d’avere abilità uguale, rimanendo a ciascuno competenze specifiche legate a maestria personale e non alla superiorità generica di appartenenza a un popolo.

Prima cominciarono a chiamarsi con il nome del popolo, poi scherzosamente con il suo diminutivo (“cakanaka” e “majala”), poi per prenome personale e, in fine, con rispetto, per titolo e nome.

capitolo ventitreesimo

Proviamo ad immaginare come si trasformasse un dialogo fra due tagliapietre nel corso di poche settimane.

Fase uno.

Due energumeni voltati di spalle fanno finta di ignorarsi.

Fase due.

Il più curioso guarda con aria di superiorità l’altro per vedere cosa fa.

Fase tre.

L’osservato si rivolge all’osservatore e sbotta

– Arjunacakanaka, che guardi? Perché non ti fai i fatti tuoi?

l’altro risponde

– A Pūtamajala, ti rode tanto se ti osservo?

Tutti e due

– Ma va a quel paese!

Fase quattro.

– cakanaka, mi fai vedere i tuoi cunei? Mi sembrano ottimi.

– majala, sono di ferro temprato. Mi chiamo Madhukara1 (Ape) e tu?

– Io mi chiamano Yatna2 (Sforzo) e sono maestro scalpellino.

– Anch’io!

Fase cinque.

– Madhukara vedo che sei un vero maestro a trovare la vena della roccia per dividerla di netto con i tuoi magnifici cunei. Mi aiuti a spaccare la mia che mi sta facendo sudare sette camicie?

– Ben volentieri Yatna, basterà uno dei tuoi colpi magistrali per averne ragione. Il tuo insuccesso non è dovuto a scarsa abilità, ma a strumenti inadatti.

Fase sei.

– Maestro Madhukara, si fa scuro. E’ l’ora del riposo. Ho ricevuto in premio la botticella del vino. Posso avere l’onore di dividerla con te?

– Maetro Yatna, l’onore è tutto mio. Ho serbato certi fichi acconciati che mi mandano da casa. Vorrei che li assaggiassi. Se ti aggradano prendili, per il mio piacere.

Presto la stima reciproca contaminò tutti e cominciarono a chiedersi perché mai avrebbero dovuto distruggersi a vicenda.

Vero è che lo scontro sarebbe avvenuto fra guerrieri, ma il popolo non ne avrebbe sofferto come già soffriva le decime per preparare la guerra? Loro stessi e le loro famiglie godevano di un beneficio momentaneo.

Finita l’opera, sarebbero ripiombati nell’anonimato di un popolo angustiato. Stremati dal terremoto, avrebbero potuto reggere anche i lutti di una guerra?

Il mormorio delle domande si tramutò in chiara voce e negli anfiteatri si cominciò a dibattere sull’argomento, sino a giungere ad una discussione generale che vide assieme tutti i lavoranti, dell’una e dell’altra parte.

Giunse ai due re la voce del mugugno e s’adirarono. Decisero che i fomentatori della folla dovevano essere puniti.

Si raccolsero intorno ai re i loro compagni più fidati per vedere di condurli a più miti consigli. Per piacere di cronaca, il buon Kavaca s’incaricò di parlare a Shabda per fare da corazza al popolo in subbuglio. Shipi fu convinto dal suo fedelissimo Ariha3 (Uccisore di nemici), in veste di difensore della plebe.

Il discorso di Kavaca al suo re è identico a quello del generale di Shipi, a meno delle virgole, per cui basta riportarne uno.

Kavaca, pure ignaro delle vere ragioni della guerra, disse:

Mio Signore, le offese che ti ha fatto tuo fratello sono sanguinose e nessuno mette in dubbio che esse vadano lavate col sangue. La guerra è giusta perché la vittoria non vendicherebbe soltanto l’oltraggio subito, ma salverebbe il popolo dalla sottomissione a un tiranno. Nessuno osa mettere in dubbio il fatto che noi vinceremo. Eppure, dobbiamo mettere in conto alcuni fatti oggettivi.

Il tuo regno è stato devastato da un terremoto. Esso ha distrutto uomini e cose, ma soprattutto si è mangiato i frutti della terra almeno per un anno intero. Vero è che hai pagato profumatamente il cibo raccolto con gran parte del tuo immenso tesoro, ma i figli chiedono pane ai padri. Oro e argento, rubini e diamanti e perle, non sfamano e non possono comprare quello che non c’è. La gente ha fame, non puoi negarlo, e il poco che ha glielo togli di bocca per nutrire coloro che, liberando il passo, ti consentiranno di scontrarti col nemico. Ora che questi stessi privilegiati si lamentano, hai deciso di punirli. Ma cosa pensi dunque di fare? Non potendo entrare in battaglia col nemico, farai guerra al tuo popolo? Mostrati magnanime e generoso qual sei. Rinuncia a colpire i ribelli e, invece, ascoltali. Non te ne pentirai poiché, per il solo fatto di tenerli in considerazione, li avrai tutti fidenti ai tuoi piedi. Quello sarà il momento della tua consacrazione a difensore della nazione, poiché allora dichiarerai che gli eserciti non si scontreranno per due re, ma per la patria si affronteranno due campioni, e tu sarai il nostro. Tu non sei più forte di tuo fratello, né migliore, ma a te arriderà la vittoria poiché migliori sono le tue ragioni. Mostra a lui i segni della tua potenza ed alla tua gente dimostra i motivi della gloria che conquisterai per lei. Chiunque vinca sarà ritenuto eroe dai suoi e riconosciuto degno e giusto sovrano dagli altri. Combattendo uno contro uno, incarnerà ciascuno il valore di un popolo intero. Per ciò, nella memoria degli uomini tutti, diventerai simile a un dio che si è battuto e ha vinto un dio suo pari”.

 ———————————————————————————————————————————————-1. Madhukara – (Madhu-kara) sf. madhukara = ape, ottenuto da sn. madhu = miele (gr. methu) + agg. kāra = 1 che fa, 2 che lavora.

Pdf Madhukara è uno dei tagliapietre mandati dal mahārāja di Arjunacakanaka a sgombrare il passo di Patatrin dopo il terremoto. E’ uno dei primi a stabilire rapporti di amicizia e di stima con il popolo nemico, divenendo amico del collega Yatna, scalpellino di Pūtamajala.

 2. Yatna – sm. yatna = 1 azione di volontà, 2 aspirazione, 3 energia, 4 sforzo, 5 zelo.

Pdf Yatna è uno degli scalpellini mandati dal mahārāja di Pūtamajala a rimuovere le macerie del terremoto dal valico di Patatrin. E’ fra i primi a capire che i due popoli non hanno alcun vantaggio ad essere nemici. Kūrma lo chiama a testimone di questo, assieme a Madhukara.

 3. Ariha – sm. ariha = 1 uccisore di nemici, 2 nome di un principe.

Pdf Ariha è il generale fedelissimo di Shipi che s’incarica di fargli lo stesso identico discorso che il suo pari grado, Kavaca di Pūtamajala, fa all’altro gemello impossibile, Shabda, per salvare il popolo di Arjunacakanaka.




UNA FARFALLA AMICA DEL GIGLIO ROSA

Da moltissimi anni, e ora sono più di cinquanta, non avevo constatato un’affezione parassitaria a carico dei fiori del giglio rosa, né conosciuto dati entomologici analoghi.

Quest’anno, ho notato dei fiori dei miei gigli a terra con il peduncolo eroso. Dopo un’accurata osservazione ho scoperto il neonato di una farfalla, nascosto fra i fiori. Sono stato più fortunato un altro giorno e l’ho fotografato in flagranza di reato, assieme a un suo fratellino. È un bellissimo bruco, che, a differenza degli altri esseri viventi, in fase infantile, non ispira la sensazione di “effetto cucciolo”, per i danni che procura ai simboli della bellezza vegetale.

Ricordiamo i pulcini, gli anatroccoli, i gattini, i cagnolini e tanti piccoli animali, a cui si perdonano le ingenue marachelle, ma in questo caso, pur rispettando la sua bellezza cromatica, dissentiamo. Nel caso di tutte le farfalle, tanto eleganti e belle, da grandi, nella fase giovanile, dobbiamo constatare che sono discolacce, distruttive e dannose.

Questo insetto nella fase di bruco si nutre solo di fiori, preferendo quasi esclusivamente il peduncolo del fiore e poco i tessuti della corolla. Non attacca le foglie e per questo ci sarebbe, con un po’ di fantasia, da aspettarsi una rispondente coloritura delle sue ali, almeno per farsi perdonare il danno arrecato.

Non ho trovato facile e immediato riscontro sulla sua biologia e documentazione fotografica, ma cercherò di catturare alcuni bruchi, allevarli in cattività e quindi poter ammirare l’insetto adulto.

Considerata la novità e la mancata presenza di notizie letterarie, posso sospettare che si tratti di un insetto polifago, che, in caso di necessità alimentare, prova una convivenza con altro ospite.

Rimando quindi a un aggiornamento futuro, invitando gli amici a collaborare nella ricerca.

Abel

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UNO CHE CI CREDEVA

Se ne sono accorti solo adesso che è morto della grandezza di Marco Pannella. Fino a ieri quel poco che si parlava di lui diceva di un istrione che sparava cazzate solo per stupire, per scandalizzare, per attirare l’attenzione. Questo nessuno, oggi, sarebbe disposto ad ammetterlo, eppure è la realtà. Era un personaggio scomodo e, come tale, doveva essere sminuito in tutti i modi. Non bastava cercare di ignorare le sue iniziative, perché lui sapeva come non farsi ignorare, così si cercava di ridicolizzarlo, di trasformarlo in una macchietta. Non ci si è mai riusciti.

Se le sue iniziative, le sue proposte, di primo acchito apparivano sconvolgenti, dissacranti, persino oscene, ragionandoci sopra se ne capiva la logica, la ragionevolezza. Perché era un uomo libero, capace di pensare e proiettato nel futuro. Praticamente, tutto quello che noi non siamo, che forse vorremmo essere e che probabilmente non saremmo mai capaci di essere. C’era chi non voleva capire, per il proprio interesse e la propria comodità, ma anche chi non capiva davvero.

Se la sua intelligenza, la sua visione della politica e della strada che un paese doveva percorrere lo rendevano un unicum in Italia, quello che oggi più ci deve far riflettere è la constatazione che lui nella politica davvero ci credeva, credeva nelle battaglie che intraprendeva e soprattutto che non le ha mai combattute per sé ma sempre e soltanto per la nazione, in visione di una crescita alla quale tutti dovremmo aspirare ma che, evidentemente, poco c’importa, viste le scelte che facciamo e che accettiamo.

Sì, era uno che ci credeva, ci credeva davvero. Riuscite a immaginare se ogni partito avesse il suo Pannella? In questo caso si potrebbe tornare a far politica. Perché vorrebbe dire che, indipendentemente dal partito, quindi dall’idea nella quale ognuno di noi s’identifica, sapremmo che quell’dea viene portata avanti, davvero, quindi ogni voto non sarebbe solo la traccia di una matita su un pezzo di carta ma un progetto, un progetto da realizzare per un futuro che ciascuno di noi vorrebbe migliore, ognuno a modo suo, certo, ma che sarebbe poi il risultato della scelta della maggioranza, così come vuole la democrazia.

Appunto. La democrazia. Quella parola che oggi viene sbandierata continuamente da qualsiasi politico o politicante. Ma perché? Forse perché la stiamo perdendo? Forse perché l’abbiamo già perduta? Nominarla non serve, parlarne non serve: bisogna praticarla e oggi questa pratica pare sia stata smarrita. Dovremmo ritrovarla e per farlo occorre ricominciare a ragionare con la nostra testa, sbagliando se occorre, ma sempre e soltanto perché ci crediamo, non perché ce lo raccontano in tv.

Dobbiamo crederci, insomma, come ci credeva Pannella. Ma lui era un condottiero e noi un condottiero non l’abbiamo e fra di noi qualcuno che possa diventarlo non c’è. Solo qualche ducetto che vuole convincerci a seguirlo. Per andare dove? Verso il futuro? No, verso nessuna parte.




Fisco e previdenza: chiarimenti per il cittadino (a cura di Giovanni Bucchieri)

Per quanto riguarda i bonus e gli sconti fiscali l’Italia è stata, e continua ad essere, un cantiere sempre aperto. In cinque anni sono stati ben 88 gli interventi tra proroghe, nuove misure e modifiche che hanno riguardato famiglie e contribuenti persone fisiche. In questi giorni si riparla, al solito per non perdere l’abitudine, del riordino delle agevolazioni per consentire il taglio dell’Irpef e bloccare gli aumenti Iva previsti dalle clausole di salvaguardia. Cercheremo di seguire le novità.

– Il Fisco in questi giorni torna a scrivere ai contribuenti per favorire l’adempimento spontaneo. Infatti per la prossima campagna i destinatari di anomalie saranno le persone fisiche e le imprese individuali, con riferimento all’anno d’imposta 2012 (con riferimento alle dichiarazioni modello 730 o Unico – PF del 2013). Gli avvisi verranno trasmessi o per via Pec o con lettera cartacea.

– Possibilità di compensazione dei crediti Irpef nel 730 congiunto. Una notizia che potrebbe essere utile a tanti contribuenti. In caso di dichiarazione dei redditi congiunta, il credito d’imposta Irpef di uno dei due coniugi può essere utilizzato in compensazione dall’altro. Questo vale anche se il credito di imposta è maturato  per il versamento delle ritenute operate per il lavoro  prestato nell’impresa del coniuge. Questa regolata è stata dichiarata dalla Corte di Cassazione con la sentenza 8533/2016. Infatti la Cassazione dichiara che “dal sistema esposto, si evince che la unificazione delle posizioni dei coniugi si verifica esclusivamente sul piano della imposizione fiscale complessiva, ed unicamente con riferimento alle componenti che consentono la riduzione della stessa, come le detrazioni, le ritenute ed i crediti di imposta, che, originariamente propri di ciascun coniuge, vengono in tal modo applicate non già alle singole posizioni, ma sull’ammontare delle imposte calcolate sui redditi dei dichiaranti. Di conseguenza ha pertanto errato la Commissione Tributaria Regionale nel ritenere illegittima la compensazione tra il debito Irpef del dichiarante ed il credito Irpef del coniuge”.

– Non bisogna dimenticare  che il prossimo 31 maggio 2016 scade il termine per perfezionare la sanatoria dei ruoli derivanti da inadempimenti nei pagamenti rateali delle somme dovute per effetto di accertamenti con adesione.

– Interessante leggere un articolo pubblicato sul quotidiano Libero di domenica 22 maggio, in cui si riporta una lettera indirizzata al presidente dell’Inps: “Caro Boeri, perché prima di tagliare le pensioni non rinuncia al suo mega ufficio (ben 500 metri quadrati in Piazza Colonna a Roma), non smette di regalare assegni ed assistenza a chi non ha versato i contributi e non si attiva per incassare i 150 miliardi di crediti del suo Istituto?”.

 




Le ricette della Strega (a cura di Adele Susino)

Torta di rose al tonno

Ingredienti:

450 gr di farina (200 manitoba, 250 farro), 2 uova, 150 di latte, 3 cucchiai di olio di semi di girasole, 1 bustina di lievito di birra secco, 1/2 cucchiaino di zucchero di canna, 10 gr di sale, 2 scatolette di tonno da 120 gr, 200 gr di stracchino, 1 cucchiaio di capperi dissalati

Preparazione:

Mescolare insieme il latte appena tiepido, lo zucchero e il lievito, aggiungere la farina, le uova, l’olio e il sale, far amalgamare bene gli ingredienti fino ad ottenere un panetto liscio, metterlo a riposare per 15 minuti. Frullare lo stracchino con i capperi e il tonno. Stendere l’impasto in due rettangoli, spalmarli con la crema di tonno, arrotolarli e tagliarli in tronchetti di circa 2 cm, disporli in una teglia rotonda ricoperta di carta forno, cercando di chiudere l’estremità a contatto, e far lievitare per almeno un’ora. Infornare a 180° per circa 30 minuti.