venerdì, 4 dicembre 2020
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Fabulas (di Sascia Coron)

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i gemelli impossibili

capitolo ventiseiesimo

Avendo conquistato con la sua bugia l’attenzione dei presenti, Kūrma proseguì:

Vi dicevo che la cosa peggiore che potrebbe capitarvi è che nessuno dei due re vincesse. Avete constatato con i vostri occhi che i due fratelli sono identici tanto da non distinguerli nell’arena. Avete chiesto a gran voce che si mettessero una fascia sulle mutande dorate, uno nera e l’altro bianca. Siete stati benevolmente accontentati e vi siete esaltati al pensiero che uno rappresentasse Vishnu e l’altro Shiva, perché a voi piace credere in divinità combattenti o in loro simulacri umani in lizza. Ma vi siete scordati del rosso? Non lo avete visto nel loro sangue? Vi resta difficile riflettere che il rosso è il colore di Brahmā e che la perfezione è il tre e l’equilibrio la Trimūrti?“.

“Perbacco quante ne sa costui e come le spiega facile!”, pensava la gente che non capiva niente, ma si segnava devota alla sola invocazione della Trimūrti. Poi, nel forsennato tentativo d’indovinare chi parlasse, gli uomini s’avvidero che il mantello con cui si copriva l’oratore era del più nobile e fulgido porpora. Vuoi vedere che erano in presenza di un avatāra di Brahmā? Ma no, non s’era mai visto! Brahmā non faceva “discese”. E allora chi cavolo poteva essere quel balordo che trattava gli dèi come se fosse un gran pāthaka (lettore dei Veda)?

Senza perdere il filo del discorso e senza farlo perdere alla folla, Kūrma continuò:

Che stabilità potrete avere sin quando i due sovrani si combattono? Se vincesse uno di loro conoscereste la vostra sorte, sia pure meschina e derelitta. Ma così? Così, aspettate soltanto, e continuerete ad aspettare.

Shabda e Shipi guariranno le loro ferite, non il loro odio. Voi aspetterete che tornino in salute e nel pieno vigore, ma non aspettatevi che rinsaviscano dal livore. Dunque, una volta rimessisi, si affronteranno di nuovo e si massacreranno, ma nessuno risulterà vincitore. E così può andare all’infinito, o almeno fino alla morte naturale di uno dei due contendenti. Ma voi credete che avverrà questo? No di certo, perché essi sono talmente identici, persino nell’impossibilità d’essere gemelli naturali, che moriranno nello stesso istante tutti e due. Tutto ciò voi lo avete visto con tale chiarezza nelle ferite del combattimento che non potete pensare ch’io menta.

Ora, o voi soffrite di una malattia grave che vi offusca la vista, oppure qualcosa non funziona nei vostri cervelli perché, altrimenti, avreste già concluso che questa guerra non può finire stando così le cose.

Non essendo possibile immaginare un vincitore, si potrebbe ipotizzare che si uccidessero l’un l’altro velocemente. In questo caso quale sarebbe il popolo sottomesso? Non dovreste continuare a farvi guerra per stabilirlo? E che motivo avreste voi di continuarla, quando fossero morti coloro che avevano soltanto motivi personali per farsela?

Mettiamo il caso che i due contendenti morissero di morte naturale. A parte il solito problema del dopo, di chi domina chi, voi rimarreste ad aspettare che ciò avvenisse?

Forse che non avete casa, famiglia, campi da coltivare, lavori da fare, incompatibili con una guerra ed impossibili da compiere fin quando rimarrete nell’arida regione di queste fredde gole di Patatrin?”.

“Come diceva giusto ‘sto Kūrma, chiunque egli fosse!”. Ciascuno pensò ai villaggi, ai vecchi e ai bambini, alle madri, alle mogli, ai figli lasciati a casa, e alle case, così belle e allettanti se viste da quello sperduto posto in montagna. Per quanto tempo ancora ne sarebbero stati lontani?

E Kūrma imperterrito continuò a rivoltare il coltello nella piaga:

Quando siete venuti qua sapevate cosa fare e sapevate cosa stavate facendo mentre lo facevate. Persino mentre i due re si scontravano sapevate di dover fare gli spettatori ed avete anche pagato per avere i posti migliori. Ora, restate qua, ma non sapete più che fare.

Prima che vi richiamassi con il suono della mia voce, giravate impazziti al grido di “Pane!”. Ma lo sapete bene che qui del pane non sono rimaste nemmeno le croste, e neppure le briciole. Il poco cibo che potrete trovare, se lo troverete, sta nei vostri villaggi e nelle vostre case. Tornateci, prima che anche quello finisca.

Tornate a casa! Che state a fare qua? Tornate ai vostri campi. Datevi da fare perché almeno l’anno nuovo abbia i suoi frutti e, dopo tanta fame, voi ne possiate godere!”.

“E’ vero, ha ragione. Noi che ci stiamo a fare qua? Il passo è riaperto, come ci era stato comandato. Il nostro compito era finito prima ancora che iniziasse il duello”, pensavano i maestri scalpellini.

“Ha perfettamente ragione. Noi che ci facciamo qua? Dovevamo stare ad una lega di distanza dal passo ed invece abbiamo pagato profumatamente un posto per vedere lottare i nostri re. Ma se l’esito della guerra sarà deciso da chi vincerà lo scontro, noi a che serviamo?”, pensavano i guerrieri delle due brigate contrapposte, e lo pensavano anche i loro comandanti generali.

“Torniamo a casa. E’ possibile, perché non abbiamo ricevuto né l’ordine di restare né quello di andar via. Siamo liberi di scegliere”, pensavano tutti.

capitolo ventisettesimo

Quasi leggendo i loro pensieri, Kūrma proseguì dicendo:

Fatelo allora! Perché niente vi sembrerà mai più bello che scegliere.

Quando un mahārāja uccide un ja che ha sconfitto in guerra, fa schiave le sue mogli. Solo in casi unici ed eccezionali ne sposa qualcuna. Ora, perché si tiene donne che lo odiano tenendole in schiavitù? A che gli servono? Riflettendoci, lo sapete anche voi. Più potenti erano le regine, più grande diventa il re che le ha fatte schiave. Con la schiavitù quelle donne perdono la libertà, ma non possono perdere la loro grandezza perché questo ridurrebbe quella del loro possessore. Lo stesso avverrebbe se un re facesse schiavo un altro re. Per evitare il ludibrio della propria passata potenza, un ja si uccide, di norma con tutta la corte, se appena ne ha il tempo prima d’essere sconfitto. Egli preferisce la morte alla schiavitù.

Ma, al di fuori delle alte sfere: cos’è per voi uno schiavo? Un bene prezioso che si compra al mercato. Una forza lavoro da tenere in grande stima, come un montone, un cavallo, un elefante.

Chi ha schiavi lo sa, chi non ne ha lo vede. Uno schiavo non è forte come un cavallo, ma è più intelligente, e due schiavi accoppiati fanno più di un cavallo. Lo stesso per l’elefante, a meno del numero degli schiavi.

Se vi si ammala o vi s’azzoppa un cavallo non andate al tempio ad invocare dal dio la sua guarigione come fate per vostra moglie, ma chiamate subito il veterinario perché vi conservi il bene del quale siete proprietari. Per lo schiavo siete ancora più solleciti e chiamate il medico, perché sapete che è fatto come voi e, per salvarlo al vostro utile, per lui valgono le stesse cure che giovano a voi.

Che differenza c’è fra voi e uno schiavo? Che lui non è libero e voi credete di esserlo”.

“Ma che sta dicendo ’sto gran pāthaka1?”, si chiesero gli ascoltatori. Nonostante tutto però non si stavano annoiando, colpiti a sorpresa dalle sue provocazioni che continuarono con queste parole:

E un servo? Cos’è un servo? Domanda sbagliata! Chi, è un servo? Così è giusto.

Servo è chiunque dedica tutto se stesso a soddisfare le richieste materiali e spirituali di un altro del quale non sia schiavo.

Servo è colui che, per deferenza o per devozione o per interesse, è disponibile ad uniformarsi alla volontà di un altro qualsiasi.

La schiavitù è uno stato momentaneo di oppressione forzata del corpo.

La servitù è uno stato permanente di costrizione volontaria dello spirito.

Voi che mi state ascoltando, guardatevi gli uni con gli altri e chiedetevi: “Siamo noi forse servi?”, oppure: “Siamo noi dunque schiavi?”.

Kūrma tacque e, sull’eco dell’ultima parola, gli astanti si guardarono in faccia. “Ma che schiavi e schiavi!” gridarono contro l’oratore, impugnando le pietre della lapidazione.

Quello, quasi estasiato dall’esaltazione della folla, continuò a provocarla e urlò:

Allora siete servi!”.

Quell’urlo fu un tuono così possente che la folla ristette esterrefatta e si sottomise al Verbo, alla dea Vāc2 che usciva da quella bocca.

Siete servi, perché ciascuno di voi ha dedicato tutto se stesso a soddisfare le richieste di re dei quali non siete schiavi. Siete servi, perché voi, tutti, vi siete conformati alla loro volontà. Per deferenza a chi? Per interesse a cosa? Per devozione alla Patria in guerra? Ma quale guerra? Quella che non avete deciso voi ed il cui esito dovrebbe essere consacrato da un duello fra due uomini come voi, che pure avete accettato come vostri padroni?

Ma i vostri padroni non sono forse anche loro servi? Servi delle loro reciproche bugie. Per quale motivo si fanno guerra? Voi lo sapete? Siete così ingenui da non capire che lo fanno perché essi stessi sono asserviti dalle menzogne che si rinfacciano? Ma, seppure fossero giuste le ragioni del conflitto, non si sono forse fatti servi delle loro passioni? Quelli che vi siete arresi a considerare padroni, non combattono per la patria o il regno. Essi combattono per l’odio del quale sono talmente servi da essere disposti a morire per lui.

Per fortuna, fino ad ora non è morto nessuno, se non per incidente. Eppure siete tutti morti. Morti, e morti di fame, vivi per combinazione.

Ribellatevi al vostro spirito che vi riduce in servitù! Liberatevi dalla soggezione ai vostri re. Voi vi credete liberi ed io vi ho dimostrato che non lo siete. Accettate il rischio, non di apparire, ma di essere davvero Uomini Liberi.

Andate a casa. Scegliete di fare quello che serve a voi o quello che vi pare, ma scegliete, qui, ora, subito, senz’altro indugio!

Il primo passo che conduce alla Libertà è la decisione di compierlo. Però, il cammino da percorrere non è una passeggiata e nemmeno una marcia, ma una corsa sfrenata, sino all’ultimo respiro”.

L’oratore pronunciò questa ultima frase senza enfasi alcuna, quasi la dicesse a se stesso e non al pubblico assiepato. Tacque un poco, come per riordinare le idee, e disse:

Guardandovi raccolti a me d’intorno, vi vedo attenti alle mie parole, a gruppi rinserrati o mano in mano, e inutile mi pare se li chiamo. Per pochi infidi, a testimoni invito il tagliapietre di Arjunacakanaka, maestro Madhukara, e lo scalpellino di Pūtamajala, maestro Yatna.

Cercateli fra di voi e interrogateli.

Fatelo, perché essi sono la dimostrazione vivente che i vostri popoli non hanno alcun motivo per odiarsi ma, al contrario, molte ragioni di rispetto e ammirazione reciproca.

Lavorando gomito a gomito per uno scopo comune, Yatna e Madhukara sono diventati amici.

Lavorando assieme per conquistare la libertà, frantumerete i macigni delle vostre prevenzioni e sgombrerete gli ostacoli alla pace come essi hanno rimosso le rovine dal valico delle gole di Patatrin”.

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  1. Pāthaka pāthaka = sm. 1 recitatore, 2 lettore, 3 discepolo, 3 studente, 4 insegnante.

Nf – Titolo attribuito dalla folla a Kūrma.

  1. Vāc vāc = sf. 1 parola, 2 voce, 3 linguaggio, 4 suono, 5 frase.

La dea Parola è emessa dal Progenitore Prajāpati (Svayambhū = Autoesistente) ed è quindi sua figlia. Prajāpati pensa se stesso come Brahmā e crea con la mente il Creatore. Prajāpati-Brahmā si unisce a Vāc che genera col padre il Legislatore Manu, l’Uomo per eccellenza, dal quale discendono la specie umana e tutte le altre creature. Il Creatore passerà l’esistenza immortale a provare di far dimenticare l’incesto del quale si era macchiato. Invece, saranno gli uomini a dimenticarsi di lui. Se e quando mai il Progenitore ritorna loro in mente, lo nascondono sotto il nome di Ka, che è la domanda “Chi?”, l’ultima che si pone quando tutte le altre sono già state poste.

La più bella storia su Ka è quella della sua scoperta da parte di Garuda, che riporto in sintesi perché ne vale proprio la pena.

Garuda, l’aquila immensurabile, è fatto di metri, di sillabe. Garuda è l’Inno. Per questo gli dèi non possono colpirlo, né può essere da questi battuto.

Suo padre Kashyapa, la tartaruga che sostiene il mondo col guscio, è un rishi, un Veggente, uno dei veggenti più antichi, un rishi di prima lista, uno dei Saptarishi, i sette Veggenti che risiedono negli astri dell’Orsa Maggiore. Sua madre Vinatā, resa schiava dalla sorella Kandrū, la madre dei mille serpenti Nāga, poteva essere riscattata soltanto col dono del soma ai Serpenti.

Il soma è il succo della pianta che dona l’ebbrezza. Il soma è il nettare dei Deva, gli dèi per eccellenza. Nemmeno gli Asura lo possono avere, seppure siano i fratelli maggiori dei Deva e siano gli dèi primogeniti pensati da Prajāpati, l’unico veramente esistente, Ka, “Chi?”.

Quando Garuda attaccò la montagna degli dèi per prendere il soma, le armi dei Deva non potevano ferire i metri dell’Inno e l’Aquila vinse, come granelli di sabbia i Deva tutti disperse, e conquistò il succo.

Ma Indra, guardiano del soma e re degli dèi, fece un patto con l’Aquila. Garuda non avrebbe donato, ma soltanto “consegnato” il soma ai Nāga, posandolo sul prato di fronte a loro, perché Indra potesse riprenderlo. E questo avvenne. In cambio, Garuda ottenne di poter studiare i libri della conoscenza e del sapere, i Veda.

Garuda volò sull’immenso Rauyņa, l’albero ai cui rami stanno appesi i Vālakhilya, i rishi alti un pollice, nati dai capelli di Prajāpati. Protetto dalle sue fronde cominciò lo studio che sarebbe durato per anni ed anni. Studiò i nomi e le stirpi dei 33 Deva e gli inni dei Veda gli diedero l’ebbrezza del sapere.

E giunse al decimo libro del Rig Veda, che dice ciò che è, come sono e come stanno le cose, e svela satya, la verità. E giunse all’inno 121, l’inno delle nove stanze, che si chiudevano tutte con una domanda, un interrogativo: “Ka (“Chi” o “Chi?”) è il dio cui offrire il sacrificio?”.

Neanche quando ascoltava i meravigliosi racconti del padre Veggente, che sempre diceva una verità, era stato rapito e concentrato com’era in quel momento e mai così incerto, né tanto mai s’era sentito così vicino a capire, com’era al suono di quella domanda, di quell’interrogativo, al suono di quella singola sillaba: Ka.

E giunse alla decima stanza, una strofe dell’inno staccata dalle altre nove: la stanza della risposta.

In essa Garuda lesse l’unico nome contenuto nell’inno, un nome che non sapeva e che non aveva mai prima incontrato. Il nome era: Prajāpati.

Alla fine del cammino della conoscenza, aveva trovato la risposta, l’unica possibile.

Alla fine, aveva trovato l’inizio. E questo era la domanda: Ka, “Chi?”.

E Garuda ebbe satya. La conoscenza non è la risposta, ma è una domanda; che sfida.

Per motivi più che validi, nel testo della mia favola non compare mai il nome Prajāpati, né la parola Ka. Ogni favola è un’invenzione, ma nessuna favola può sostenere con certezza che la realtà, tutta la realtà, sia un’illusione.

 

 

 

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