domenica, 25 Settembre 2022

LA CRISI È VERAMENTE PASSATA?

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Col trascorrere degli anni – dal fatidico 2007 – sempre più forte e malinconica è la consapevolezza della difficoltà di rompere l’involucro dei mali atavici italiani, sia nel mondo dell’economia che nelle istituzioni.

Gli italiani, a mio modesto avviso, hanno bisogno di chiarezza da parte di chi li governa e non di iperboli che servono a inebetire il popolo per poi lasciarlo affogare nel brodo primordiale.

Sono trascorsi dieci anni dall’agosto 2007 eppure, a differenza di quando dicono i vari governanti (la crisi ormai è alle nostre spalle ), lo scrivente è del parere che siamo ancora in mezzo al guado.

Siamo ad agosto e gran parte degli italiani è in vacanza (sempre con le eccezioni, perché c’è chi non solo non può permettersi la vacanza ma, ancora di più, non ha da mangiare), e spero che, leggendo che alcuni indici statistici sono positivi per la nostra economia, non si facciano indurre ad abbandonare ogni cautela. Sì, perchè questo è il tipico errore che nasce dall’agire in modo acritico nei momenti di spensieratezza e di falsa opulenza.

Vedi caso, era l’agosto del 2007 (ricorrenza? Mah?), quando emergono i primi scricchiolii nell’economia degli Stati Uniti, ma furono del tutto ignorati dai guru in auge in quel momento. Troppa sicurezza?

Nel maggio del 2008 fu sottovalutato anche lo sfascio della Northern Rock. Infatti per molti si trattava solo di una crisi congiunturale e non strutturale. Ci sono i tremori di un terremoto, ma volutamente ignorato?

Tale sottovalutazione favorì lo scoppio di una grande CALDERA che investì i SUBPRIME (prestiti concessi a debitori che non avevano la capacità di rimborsare i debiti/mutui o di rispettare le scadenze), generando, così,la grande crisi finanziaria (la più grande dopo quella del 1929 ).

E siamo arrivati alla ricorrenza del decennale. C’è un elemento che accomuna il presente al passato, la tranquillità del governo per i positivi dati statistici che danno il nostro Pil lordo in crescita annua intorno all’1,2%. Dato superiore alle aspettative.

Attenzione però, perché oggi più che allora è bene stare con i piedi per terra e non peccare di facile euforia.

Il dato di cui sopra, e di cui va fiero il governo Gentiloni, per essere ben interpretato va raffrontato col Pil degli altri paesi europei.

Purtroppo – a ragion del vero – dal confronto risulta che l’Italia è ancora fanalino di coda. Infatti la media UE per il 2017 è prevista intorno al 2,2%, la Germania prevede una crescita del Pil lordo del 2,1%, la Spagna una crescita dell’3,1% mentre la Francia dell’1,8%.

Con questi dati italiani difficilmente si potrà avere un adeguato sviluppo economico capace di creare posti di lavoro e di abbassare il tasso di disoccupazione, che è attualmente oltre l’11% mentre quello giovanile supera il 35% (in Sicilia addirittura si assesta al 57%).

Detto questo è chiaro – come è chiaro – che l’entusiasmo del governo pecca di eccessivo entusiasmo. O meglio, per usare un eufemismo appropriato, diciamo che produce sugo finto.

Il governo ha una sola strada da percorrere se vuole raggiungere certi obiettivi che creano occupazione e uguaglianza fiscale: abbassare il debito pubblico che attualmente è il secondo in Europa dopo la Grecia

A questo punto della nostra analisi, per farci capire da chi legge, è bene mettere a confronto il nostro debito/Pil (e i governi che lo hanno creato) dal 2007 al 2017 e confrontarlo con i maggiori Paesi europei.

Rapporto debito pubblico/Pil (%)

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– 2007 governo    Prodi                                     99,79

– 2008 governo    Prodi, Berlusconi                 102,40

– 2014 governo    Letta, Renzi                          131,78

– 2015 governo    Renzi                                   132,05

– 2016 governo    Renzi, Gentiloni                   132,62

– 2017 governo    Gentiloni                              136,62 (previsto).

Il rapporto debito/Pil a 132,6 è pari a un debito lordo di 2,218 mld di euro.

Rapporto debito/Pil di altri Paesi Area UE:

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  • Grecia 179
  • Francia 96
  • Germania 68,3
  • Regno Unito 89,3

Il raffronto è penoso.

Il debito pubblico è cresciuto ancora arrivando a giugno a 2.281 miliardi di euro (dato trimestrale Banca d’Italia).

Con il Pil che cresce, in Italia, dell’1-1,2% non si va da nessuna parte.

Come ho ribadito in altri miei contributi, occorre abbassare il debito pubblico per favorire crescita e sviluppo.

La via maestra è, a mio avviso, la riduzione della spesa pubblica che ammonta a 836 mld di euro per trovare i fondi per abbassare il debito. Gli 836 mld hanno nel loro seno oltre 400 mld di spese improduttive che vanno riviste e abbassate.

Ridurre il debito (2281 mld di euro) significa pagare meno interessi pregressi. Con tali risparmi i conti dello Stato troverebbero liquidità sufficiente per finanziare crescita, occupazione  e sviluppo.

Ma i politici avranno il coraggio di farlo, sapendo delle inevitabili ripercussioni elettorali, cioè di consenso a cui andrebbero incontro?

Chiudo con le parole di Charles De Gaulle, secondo cui “la perfezione invocata nei Vangeli non ha mai costruito un impero. Poiché ogni uomo d’azione possiede una forte dose di egoismo, durezza e astuzia. Ma tutte queste cose gli saranno perdonate, anzi saranno considerate alte qualità, se egli riuscirà a usarle per ottenere grandi risultati”.

Salvatore G. Blasco

 

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