venerdì, 30 Settembre 2022

Lettera al Direttore

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Quel casermone sulla roccia. Ovvero la delusione di tante aspettative.

L’11 mattina, appena terminata l’inaugurazione e la visita al Castello di Modica da parte del principe Alberto di Monaco, ho potuto, come tutto il resto dei cittadini modicani che aspettavano l’ingresso al pubblico, mettere finalmente piede in quello che ritenevo un gioiello tutto modicano e di cui andare fiero per i prossimi 20/40 anni.

Avevo avuto il sentore che tutta questa aspettativa si potesse tramutare in una cocente delusione, poiché un mio nipote, che lo aveva girato quasi tutto, perché per anni aveva esercitato la scherma all’interno degli “stanzoni”, come li definisce lui, mi aveva appunto detto che era un casermone e null’altro, ma volevo toccare con mano quella realtà architettonica e gigantesca che ho avuto sulle spalle fin da piccolo perché fino a 18 anni ho abitato sotto quella parte del castello che potrebbe essere individuata come la “cittadella”, ovvero quella parte che ho sentito individuare come normanna-chiaramontana.

Sarà perché nel recente passato sono stato abituato a visitare castelli di epoca molto più recenti come quello di Fossano o Racconigi o regge come quelle di Stupinigi o Venaria che veramente stordiscono qualsiasi  visitatore per la ricchezza del proprio patrimonio storico ancora intatto o rivisitato, che purtroppo, con mio sommo rammarico, visitando quasi tutto il Castello, ad eccezione della chiesa, quella credo di San Cataldo, perché stranamente chiusa, ho trovato solo ruderi e “stanzoni” che seppur restaurati o meglio “imbiancati”, sono privi di ogni segnale del passaggio di un essere umano e di tracce tangibili della stessa storia locale.

Ad essere onesto effettivamente qualcosa di interessante, ma sconosciuto forse anche a coloro che hanno effettuato i lavori di restauro, l’ho trovato; nella prima di quella che considero una delle tre chiese del Castello e che tutti coloro che si trovavano a passare identificavano con una delle carceri, ho rilevato la presenza di due bassorilievi sull’arcata iniziale del tetto e che dovrebbero rappresentare un presbitero e un vescovo. Questo basterebbe per poterla identificare definitivamente come una chiesa, forse, successivamente adibita a luogo di detenzione, ma questo occorrerebbe anche farlo notare o segnalarlo ai visitatori.

Per inciso spero non sia sfuggito questo particolare alle maestranze ed agli esperti che hanno ivi operato per più anni, perché sarebbe veramente disarmante!

Non so se il Comune di Modica o chi per Esso avrà modo nei prossimi anni di poter intervenire per sanare questa mancanza di “carattere”, di “timbro” del sito, che sembra accattivare più per le tombe e le grotte presenti che per quello che invece ad oggi è assente totalmente, ossia una pur minima quantità di elementi decorativi o lapidei che possano in qualche modo narrare la storia ed il retaggio architettonico del sito, ma sono sicuro che senza una rivisitazione di tutto il complesso architettonico e in assenza di cospicui interventi di natura soprattutto multimediale, ci si troverà a visitare ancora una volta un casermone sulla roccia e null’altro.

Un’idea lanciata al volo potrebbe essere quella di un percorso guidato multimediale, che si possa interfacciare con il proprio cellulare e che permetta, sito per sito, di capire almeno di cosa si tratta, oppure un’etichettatura di tutti i siti con didascalie che spiegano in più lingue dove ci si trova e di cosa si tratta; in ultima analisi almeno una guida ferrata in materia che possa incentivare la curiosità e far capire al turista che non si trova in un’area comunale dismessa che potrà essere utilizzata da qualche onlus appena possibile, ma in un’area ancora del tutto “archeologia” ed in continua evoluzione, titolare di un retaggio storico millenario!

Insomma credo che ci sia ancora molto da fare ma ritengo che oggi, aldilà del panorama che si gode dall’orologio, non vi sia molto da visitare al Castello dei Conti di Modica.

Dr. Carmelo Cataldi

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Confesso che la sua lettera rispecchia totalmente il mio pensiero. Ai tempi in cui il Castello non era stato ancora rilevato dal Comune, un mio collaboratore fu accompagnato, dall’allora presidente dell’Opera Pia che lo gestiva, a visitare i sotterranei e ne venne fuori un’intera pagina (quella che fra noi della redazione chiamavamo “il paginone”) dedicata a questo tema. Quando il Castello fu rilevato dal Comune e ne fu deciso il restauro, ero piena di speranze di veder venire alla luce quello che per tanti anni era rimasto sepolto, poi fu reso pubblico il progetto e mi resi conto che l’intenzione era quella di azzerare completamente il passato per farne il casermone anonimo che lei ha tanto bene descritto. Facemmo immediatamente articoli che mettevano in guardia dal commettere questo errore, ma è ovvio che un vero restauro avrebbe richiesto spese di gran lunga maggiori e il Comune non intendeva o non poteva affrontarle, quindi si procedette come stabilito col risultato che lei ha potuto vedere, anche se, probabilmente, un restauro capace di portare alla luce tutta la ricchezza storica che giace sotto il Castello sarebbe stato un investimento economico per il futuro in termini di turismo, quello importante, non quello mordi e fuggi.. Se la nostra battaglia fosse stata sostenuta dagli storici locali, forse qualcosa si sarebbe ottenuto, ma, si sa, in questo paese manca il concetto di unirsi per ottenere, tutti insieme, qualcosa di buono per la città, ognuno vuol brillare di luce propria e finisce per brillare nel deserto.

 

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