venerdì, 30 Settembre 2022

GRIENTI TORNA SULLA PRIMA GUERRA MONDIALE

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E’ uscito recentemente, a firma di Vincenzo Grienti e Fabrizio Corso, un libro molto interessante dal titolo “Un’isola in trincea”, edito dalla GBE.

Fabrizio Corso vive e lavora a Modica e da tempo è un ricercatore di storia della prima guerra mondiale. Vincenzo Grienti, giornalista, lo conosciamo bene perché ha collaborato a lungo a La Pagina, prima di trasferirsi a Roma essendo approdato a l’Avvenire, dove lavora tuttora. Anche lui si occupa da tempo della prima guerra mondiale, così gli abbiamo chiesto come si era formato questo particolare interesse, che, a leggere i suoi libri, possiamo definire un’autentica passione.

“Fare un libro sulla Grande Guerra dei siciliani e in particolare di giovani soldati sconosciuti di Modica, Scicli, Vittoria, Acate e altre cittadine iblee resta a mio avviso il miglior modo per fare memoria di chi ha perso la vita in quella inutile strage che fu la prima guerra mondiale. Non nascondo tra le motivazioni di fondo che mi hanno mosso a fare ricerche e scrivere il ricordo del mio bisnonno, Michelangelo Modica, cavaliere di Vittorio Veneto. Lo andavo a trovare a Modica Alta, guarda caso vicino a Via Carso, altro teatro di grandi battaglie, e mi confidava quanto disastrosa potesse essere la guerra. Nonno Michelangelo avevo toccato con mano il dramma di quel massacro. Ebbene, oggi parlare di prima guerra mondiale vuol dire fare memoria di quei poveri ragazzi che le madri, le mogli e le fidanzate non hanno più visto. Vuol dire trasmettere alle nuove generazioni un messaggio: mai più guerre.”

Ed è proprio questo che davvero riesce a trasmettere, la sofferenza di poveri ragazzi costretti a uccidere e a farsi uccidere senza, in fondo, capire veramente perché.

L’inutilità e la stupidità della guerra, di qualsiasi guerra, emergono prepotentemente dalle sue pagine, facendola vedere e capire a tutti come le innumerevoli aride cifre nel corso del tempo non avevano mai saputo fare.

Sono le storie di ragazzi sballottati in terre lontane, fra linguaggi che non capiscono, ma chi li parla sono altri ragazzi, anche loro sballottati in luoghi diversi da quelli in cui sono nati e allora il linguaggio che conta resta quello della giovinezza, dell’innocenza, della lontananza da casa e dagli affetti, della nostalgia. Nascono le amicizie, le ultime prima di morire. E si percepisce anche, profondo, l’orrore e l’ingiustizia di tante morti di soldati che sono stati giustiziati perché avevano avuto paura davanti al nemico. Morti ancora più inutili, perché l’eroismo non appartiene a tutti e non può essere imposto dall’autorità, dalla follia di chi decide sulla pelle degli altri, mai la propria, e sancisce regole che saranno altri, non lui, a essere costretti a rispettare. E l’eroismo di quei poveri ragazzi era invece quello, grande, di affrontare lavori duri, spesso una vita di stenti, e riuscire a mandare avanti una famiglia onestamente, e la patria, quella che amavano, era quel piccolo fazzoletto di terra che conoscevano, non andava più in là, come avrebbe potuto?

Tutto questo, narrato nello stile volutamente scarno da giornalista, che ancor più fa risaltare il dramma, ancor più ne denuncia la crudeltà, l’inutilità, andando oltre i proclami dei testimoni dell’epoca che esaltavano la più grade stupidità dell’uomo, la guerra, con toni misti fra trionfalismo e poesia.

Un libro tutto da leggere. Un libro che lascia il segno.

L. Montù

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