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FRA

Fra, preposizione semplice, come tutte le altre serve a collegare le parole tra loro, cioè a metterle in relazione e arricchire il significato della frase, questo ci dice la grammatica.

Accidenti! ho pensato quando l’ho vista presentare come acronimo che sta per Franco Ruta Associazione, accidenti al genio dei creativi! Loro si che sanno andare all’essenza! Sanno proprio distillare! Perché Franco Ruta in questo era speciale, sapeva creare relazioni, sapeva connettere.

E che dire del segno grafico che si esplicita in due pagine di libro (lettore accanito) che assumono il carattere di ali leggere come il pensiero di Franco? Geniale!

E’ nata, il primo di aprile, di questo sto argomentando, l’associazione che porta il nome di Franco Ruta, ne hanno parlato abbondantemente i quotidiani, ne hanno dato sufficiente rilievo, ma ripetere certe volte è necessario.

Mi soffermerò su un aspetto dell’evento, quello che mi ha più impressionato, l’emozione!

Nella chiesa di S. Paolo (luogo del primo convegno di numerose persone) l’emozione vibrava insieme all’aria, toccava tutti i numerosi convenuti, li abbracciava in un palpito unisono mentre alcuni di loro testimoniavano il ricordo personale che evidenziava la ragione per cui erano stati catturati dal genio di Franco.

Hanno testimoniato in tanti, tante diverse individualità, mettendo in risalto tante sfaccettature di seduzione, tante sottolineature del talento riscontrato. Dell’uomo è stata sottolineata generosità, attenzione all’ascolto del prossimo, curiosità, capacità straordinaria di osservazione verso tutto e tutti, lungimiranza, visionarietà, capacità di incoraggiamento, godimento della conversazione, amore verso il territorio, incredibile capacità di progettare, fascinazione verso la sua cultura raffinata, scommessa sui giovani, ironia sottile, e un po’ tutti hanno sottolineato il fascino delle apparenti contraddizioni incarnate da Franco, contraddizioni giocate tra timidezza e capacità relazionale, tra lentezza della sua motorietà e velocità di pensiero, tra bruschi modi di troncare banalità dell’interlocutore e delicatezza nel fare emergere ciò che per pudore stentava ad affiorare al labbro. Spinoso e tenero, burbero e affettuoso, sarcastico e soffice, corrosivo e tenero.

Presente in tanti ambiti professionali e culturali che lo hanno visto cimentarsi con passione: la fotografia, l’editoria, ma anche la prima radio libera, la nascita del museo etnografico, il suo apporto presso la Camera di Commercio, e tanto altro ancora, ciascuno ha avuto modo di interfacciarlo in un ambito diverso, perché lui è stato così, presente in tante attività.

Si è quasi sorvolato, solo accennato, sui due aspetti professionali che hanno assorbito la maggior parte del suo tempo di vita, cioè come operatore sanitario (tecnico di laboratorio di analisi cliniche) e di cioccolatiere, sarebbe giusto dire di promotore della diffusione del cioccolato di Modica nel mondo, ma anche promotore del territorio e della sua cultura e delle sue tradizioni.

Ogni testimonianza un soffio di emozione del dicente e dell’ascoltatore, ogni intervento una ragione per dire E’ DOVUTO che tutto ciò non vada disperso.

Ogni intervento una testimonianza di umiltà personale e di determinazione a far lievitare la gratitudine che ciascuno custodisce in seno.

Personalmente sento di poter aggiungere che Franco era una stella di quelle che ogni tanto cadono sulla terra, una stella che con la sua energia calma riusciva ad emanare bagliori in ciascuno di noi, si interfacciava a quella traccia di specialità che ciascuno di noi, spesso inconsapevolmente,  reca dentro, lui, questa materia la faceva brillare con la sua scintilla, era capace di tirare fuori specificità personali che a volte noi stessi ignoravamo di possedere, insomma coglieva il genio di ognuno come se possedesse una calamita speciale, per questo ciascuno gli è grato, per questa abilità maieutica che solo certe stelle possiedono perché è nella natura loro, perché sono energia brillante e incandescente!

L’associazione di tanti individui riuniti sotto l’egida del suo nome vuole fare vibrare ancora l’energia che lo ha animato, perché l’energia non muore, l’energia che era custodita nel suo corpo adesso fluttua, in tanti si cercherà di darle forma sotto progetti per la città, per il territorio, come Franco ha insegnato a tutti. Un’associazione per sconfiggere quello che nel silenzio e nell’inattività sarebbe un buco nero.

A conclusione della serata di sabato, presso la chiesa di S. Paolo, quasi a rendere presente Franco ancora vivo col suo aspetto sornione, bonario e ironico, a ciascuno è stato donato un segno, il segno che lo simboleggiava nel suo apparire agli occhi altrui: il sigaro!

Un sigaro confezionato dalla sua discendenza e dalla sua troupe di collaboratori, un sigaro di cioccolata. Un sigaro confezionato apposta per esprimere un segno tangibile, con eleganza e raffinatezza alla maniera di Franco, un sigaro da annusare per ravvivare il ricordo con la potenza evocativa di questo codice sensoriale, un sigaro da portare in bocca per sentire il sapore della sua specialità attraverso le papille, un sigaro che in me ha sciolto l’emozione in lacrime liberatorie perché è stato come abbracciare lui, Franco.

Carmela Giannì




COME LEMMING

Vivono nella gelida tundra dell’Artico e sono piccoli e graziosi roditori. La leggenda, alimentata da un celebre documentario della Disney, vuole che ad un abnorme aumento della popolazione rispetto alle risorse del territorio, questa specie ponga rimedio con suicidi di massa precipitando in mare da alte scogliere.

Noi umani, non tanto piccoli e certamente assai meno graziosi dei lemming, saremo costretti quanto prima a seguire il loro esempio dalle immutabili e severe leggi della Natura. Lo faremo molto probabilmente senza averne piena coscienza, ma ne avremo comunque la totale responsabilità.

Abbiamo eliminato la maggior parte delle malattie che fino al secolo scorso decimavano il nostro numero: tranne che, in taluni paesi del cosiddetto terzo mondo, la mortalità infantile, pur conservando numeri abbastanza alti, è scesa vertiginosamente. Così pure, con le politiche agricole impostate sulle coltivazioni estensive, tanta gente non muore più di fame.

Siamo diventati quasi sette miliardi e mezzo, e già da molto tempo sappiamo che siamo troppi: la Terra non può sostenerci tutti.

Consideriamo anche il fatto che tutti aspiriamo ad una qualità della vita di un buon livello: i media pubblicitari mostrano gente ricca, bella, pulita, curata, talmente ben nutrita da aver bisogno di perdere peso. Tutti vogliamo abiti, auto, tv al plasma, smartphone, balocchi e profumi: se tutti riuscissimo ad avere lo stesso alto tenore di vita potremmo sopravvivere pochi minuti, poi il pianeta direbbe definitivamente: BASTA!

La Natura non è né buona né cattiva, chiede solo rispetto per le sue regole, che la specie umana disconosce e sottostima. La nostra è l’unica specie dotata della capacità di evolversi e di progredire con grande velocità, ma il progresso non è sempre segno di miglioramento, almeno non per tutti. Purtroppo siamo deficitari di senso etico e non abbiamo saputo elaborare una filosofia dell’equilibrio a livello planetario. Per contro, siamo stati abilissimi nell’affinamento delle tecniche primitive di sopravvivenza dei singoli o, al massimo, di piccoli gruppi.

La forza ha sempre la meglio sulla debolezza: in natura il leone uccide la gazzella per nutrirsi, ma caccia l’esemplare più debole del gruppo, quello la cui presenza potrebbe creare difficoltà al gruppo stesso. Similmente si comportano alcuni indios amazzonici che, per poter garantire la sopravvivenza della tribù in un ambiente tra i più ostili del mondo, non esitano ad abbandonare neonati malaticci e vecchi invalidi.

Ma quando la forza diventa prevaricazione, sfruttamento e schiavitù, unicamente per procurarsi benessere e ricchezza senza guardare in faccia nessuno e senza chiedersi se certi comportamenti alla lunga non porteranno a disagi e disgrazie, è la Natura stessa a fare giustizia e domani sarà sempre più severa.

La dote dell’intelligenza, che significa curiosità, studio, genialità, inventiva da sviluppare sempre nel solco dell’equilibrio, è stata troppo spesso sostituita dall’astuzia e dalla furbizia, che spingono a volere tutto e subito senza ragionare.

Sempre più spesso l’umanità viene colpita da cataclismi di dimensioni gigantesche. Eruzioni vulcaniche, terremoti, tsunami, uragani, esondazioni, piogge da diluvio universale. Quasi sempre vengono colpite aree del pianeta povere ma fittamente popolate: sembra una colossale ingiustizia che tanta gente che consuma poche risorse venga spazzata via in un attimo, mentre stati occidentali, ricchissimi per lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali ed umane, se la cavino tutto sommato con poche vittime.

Ma a vedere meglio la realtà, i guai che colpiscono la cosiddetta civiltà occidentale sono molto più sottili e sofisticati ed il bello è che ce li procuriamo da noi stessi.

Sappiamo ormai da quasi due secoli che creare energia da carbone e petrolio provoca danni all’atmosfera per surriscaldamento e inquinamento per le polveri sottili; sappiamo tutti che fumare fa male così come il troppo cibo, l’eccesso di alcool e di droghe, ma solo in pochi l’hanno capito e talvolta alcuni di loro assumono atteggiamenti fanatici e intransigenti, capaci soltanto di scatenare comportamenti avversi altrettanto violenti.

Ma la vendetta della Natura verso l’umanità irrispettosa è sommamente insidiosa quando implica la salute mentale della specie. Non passa giorno senza venire sconvolti da fatti di cronaca aberranti e inimmaginabili fino a poco tempo fa. Oramai le guerre hanno perso quel minimo di regole che, in qualche modo, ne limitavano l’orrore: senza arrivare ai combattenti spartani che deponevano le armi all’arrivo della sera o ai comportamenti cavallereschi dei primi aviatori, com’è possibile che adesso non si riesca a far rispettare una tregua, neanche per far arrivare aiuti alle inermi popolazioni civili assediate da milizie che si combattono senza divisa con armi micidiali comprate col denaro sporco del traffico di droga? E che dire della sorte dei trattati e delle convenzioni interazionali, bellamente calpestati e non adeguatamente difesi da una ONU inutile ed incapace: arsenali atomici e scorte di gas sono pronti a scatenare il botto finale. Se ci facciamo capaci che il potere di scatenare la fine, ovvero il suicidio di massa, lo abbiamo affidato noi, con democratiche elezioni, a pericolosi individui mentalmente instabili che si trasformano in tiranni imbecilli, vogliosi solo di affermare il loro potere e la loro insaziabile sete di soldi, la responsabilità di ciò che accadrà domani è solo nostra.

Trump, Putin, Assad, Erdoğan e il bambolotto assassino Kim Jong Un sono i primi della lista, ma, in tono minore, la loro porca figura la fanno i vari leader nostrani razzisti, scissionisti e alza-muri.

Una politica criminale impostata unicamente su regole economiche che favoriscono l’accorpamento dei capitali in poche mani e impongono una globalizzazione forzata di produzione e consumi, ha prodotto generazioni di giovani senza futuro, senza più fiducia in nulla, gonfi di rabbia contro tutto e tutti. Il risultato? Vandalismo, bullismo, machismo e femminicidi, stalking, baby-gang e criminalità organizzata.

Su tutto trionfa l’interpretazione più folle di un testo religioso, scritto in arabo senza vocali, il Corano. Per precisione, anche la Bibbia è stata scritta senza vocali…

Imparato a pappagallo dai cosiddetti studenti islamici afghani, i micidiali Talebani, che non parlano arabo ma urdu, pashtu e altre decine di lingue nuristani, così come da tanti altri, anche europei, e interpretato da personaggi che si autonominano imam, il Corano affascina col sogno del potere assoluto in terra e dal ricco premio nell’aldilà. Stragi organizzate, attentati suicidi di lupi solitari, distruzione di ogni cenno di civiltà non islamica, dai Buddha di Bamiyan alla distruzione di Palmyra, vedono come protagonisti solo il disprezzo per la cultura, per la storia e per le qualità positive dell’umanità.

Come il povero Cristo, tirato in ballo financo dai Nazisti nel motto Gott mit uns, anche il Profeta Muhammad mal inteso, trascina Allāh in faccende bassamente terrestri che fanno capire come sia stato possibile definire la religione come oppio dei popoli e che fanno di papa Francesco e del Dalai Lama gli esponenti religiosi più saggiamente laici mai apparsi sulla scena mondiale.

Chi vivrà, vedrà. Sempre che sopravviva.

L.deNaroPapa

 




La Modica di Enzo Belluardo




Lettera al Direttore

Molto gentile Direttore,

alcuni amici mi hanno fatto conoscere la sua Rivista online che mi ha permesso di migliorare il mio Italiano, soprattutto con i suoi editoriali e gli articoli di ldnp. In genere la vostra Carta stampata per me è poco utile.

Sono appassionato di molti argomenti, fra cui anche la botanica e la geometria. Avevo molto apprezzato gli articoli del Signor Abel, credo un pseudonimo. Vedo che ora preferisce pubblicare gli studi del suo amico Vincenzo Modica. Bene, devo dire che la riproduzione degli appunti di Herr Doktor Modica è illeggibile, con mio dispiacere. Mi piace sperare che il Sig. Abel continua a parlare di piante, cosa che gli riesce molto bene e favorisce la conoscenza della flora siciliana e degli scempi contro essa compiuti dagli Amministratori locali. Per scrivere mi sono aiutato con il Dizionario Oberosler e spero di essere stato chiaro.

Nel ringraziarla Le porgo i miei Saluti,

aus Frankfurt am Main,

Hans Schwarzkopf 

 




CE LO RICORDIAMO CHE ABBIAMO UN CERVELLO?

Sui social è scoppiata la polemica per un elenco presentato in una nota trasmissione televisiva di dieci caratteristiche delle donne dell’Est. Sull’Ansa è uscita la notizia di una prevista sospensione della trasmissione incriminata, ma è scomparsa nel giro di poche ore. Ci chiediamo perché. Ma non è su questo particolare che intendiamo oggi concentrare la nostra attenzione.

Quello che ci colpisce e ci lascia veramente perplessi è che una lista di elementi quali “perdonano il tradimento”, “non frignano, non si appiccicano e non mettono il broncio”, “sono casalinghe perfette e fin da piccole imparano i lavori di casa”, le stesse caratteristiche che i nostri nonni cercavano e trovavano nelle nostre nonne e che i nostri uomini cercano e non trovano in noi, possa essere più degradante di quella che, se fosse espressa, mentre è solo rappresentata, conterrebbe caratteristiche quali “hanno le labbra come canotti”, “portano i capelli ondulati e lunghi fino alla vita”, “sono alte più di un metro e settanta e non pesano più di quaranta chili”, “hanno il seno grande e sodo che non casca mai”. Come si è detto, questa lista è rappresentata visivamente nei film americani, nelle televisioni con le loro splendide speaker e via dicendo, dando l’illusione, anzi la convinzione, che le donne americane siano tutte così. Magari se poi capita che facciate un viaggetto in America, vi accorgerete che le vere donne americane, così come gli uomini, sono per lo più grasse, spesso obese, come, del resto, ci riferiscono le statistiche mondiali. Ma questo pare sia un particolare marginale. Il risultato però è che le italiane si sentono in dovere di uniformarsi, così si sottopongono fin da giovanissime a costose quanto inutili operazioni, che piano piano le portano a diventare statue senza espressione e senza personalità. E se ne vantano? Proviamo a guardare film e serie televisive o anche notiziari di altri paesi europei: vedremo donne belle e altre meno, e quelle belle non lo saranno perché tutte uguali, ma solo per un fascino personale, nato con loro, ma i loro volti li ricorderemo, non li confonderemo gli uni con gli altri.

Ci fu un tempo, nemmeno molto lontano eppure sembra sia passata un’eternità, in cui le donne il loro modello lo tenevano dentro: era quello che si costruivano pensando e giungendo a delle conclusioni che diventavano convinzioni. Era il bisogno di riscatto da una condizione d’inferiorità che non poteva essere più accettata, che non s’intendeva più farlo. E ogni donna esaltava e difendeva a qualsiasi prezzo la propria personalità, la propria individualità. E quelle conquiste valevano per tutte, erano condivise con tutte. Non c’erano modelli, ognuna di loro era un modello, un modello per se stessa.

Ancora una volta, ancora mille volte, non possiamo fare a meno di ricordare Anna Magnani. Portava i capelli corti e spettinati, aveva le borse sotto gli occhi e delle sue rughe non ne voleva cancellare nessuna perché “ci aveva messo una vita a farsele venire”. Una donna con un cervello.

Il punto è che le donne ce l’hanno, eccome, il cervello, e ce l’hanno in tante, proprio come gli uomini: anche loro ce l’hanno in tanti, ma la massa che ne è priva esiste, eccome se esiste! Ecco dunque i soli modelli che possono esistere: donne e uomini col cervello. Ma sapete qual è il grosso problema, quello dove la soluzione s’incaglia e non si potrà disincagliare mai? Che non esistono chirurghi che abbiano i mezzi per mettere il cervello nella testa di chi non ce l’ha.

L. Montù




ABUSIVISMO IN ZONA SISMICA: UNA FOLLIA!

Deferita alla Magistratura una persona che stava compiendo un abuso edilizio in zona sismica. Stava ampliando un fabbricato nel centro storico, sottoposto a vincolo paesaggistico. Fin qui si può discutere fin che volete sul fatto che quei lavori di ampliamento potevano essere necessari, che molto spesso ampliare un immobile già in possesso di una famiglia rende possibile abitarci in modo più confortevole e che il proprietario non ha altra scelta perché privo dei mezzi economici per acquistare un altro immobile più adeguato, fin qui si può partecipare alla sua tristezza di fronte a un provvedimento che lo colpisce e del quale non comprende il motivo. Dura lex, sed lex.

Quello però che non riusciamo in alcun modo a giustificare, ma soprattutto a comprendere, è come si continui a voler costruire in zona sismica o comunque soggetta a frane o alluvioni o quant’altro. Ma che vuoi che succeda! Ecco, è la frase che si sente ripetere più spesso. No, non succede niente. Finché non succede. E allora si dà colpa al governo alla malasorte o al padreterno, ma la colpa è nostra, solo nostra, perché troppo spesso accettiamo un rischio non per coraggio, ma per semplice, insensata incredulità. E troppo spesso questo rischio non coinvolge solo noi, ma ricade sulle nostre famiglie, ricade su persone. Ribellarsi alle scelte dello Stato ha un senso: esistono per questo le elezioni, ma ribellarsi senza ragionare è da sciocchi, perché va contro noi stessi quando non è corredato dalla consapevolezza e dall’informazione.

Crediamo che il nostro popolo, per sua natura indisciplinato e ostile all’autorità in quanto tale, più di qualsiasi altro avrebbe bisogno di una formazione che lo rendesse edotto, ma non in maniera superficiale, del territorio sul quale vive, dei fenomeni cui è periodicamente e implacabilmente soggetto e a rispettare le misure necessarie per non diventarne prima o poi una vittima. E’ un insegnamento che deve accompagnare il cittadino fin dalla più tenera età, perché questi, fin da allora, deve comprendere che il mondo che lo circonda non esiste per lui ma con lui e adeguare in tal senso i proprio comportamenti, le proprie scelte.

La nostra critica nei confronti dello Stato non si deve dunque rivolgere a quei divieti doverosi che appone per proteggere noi e i nostri beni, ma alla trascuratezza, al disinteresse nei confronti della formazione dei giovani, non scolaretti e basta ma cittadini responsabili del domani. La scuola è allo sfascio, i docenti, una delle categorie più importanti di una società civilizzata, malpagati e bistrattati in ogni modo. E’ questo che dobbiamo pretendere da chi ha l’ambizione di guidarci: una scuola capace di trasmettere il sapere, un sapere fatto non di nozioni astratte e inutili, ma quel sapere che genera la consapevolezza di sé e del proprio ruolo nel mondo.

Ninì Giudici




SFIDA ACCETTATA. MA QUALE DAVVERO?

La “sfida accettata” su Facebook è Partita dalla Spagna nel settembre 2016 per poi diffondersi in tutto il Regno Unito fino all’India con lo scopo di sensibilizzare la lotta ai tumori. Fin qui tutto regolare, ma, arrivata in Italia, si è trasformata in una mostra fotografica degli album di famiglia.

Il vero scopo della sfida è quello di raccontare agli utenti la condizione di chi è colpito da un tumore attraverso una foto simbolica.
Per partecipare alla sfida si doveva cambiare la propria immagine del profilo sostituendola con una propria foto in bianco e nero e mettendo nella didascalia la dicitura “Sfida accettata”. La scelta del bianco e nero sta a significare la perdita di colori nella vita di chi lotta ogni giorno contro questa brutta malattia.

Successivamente alla pubblicazione di tale foto monocromatica, l’utente doveva inviare un messaggio privato a tutti coloro che vi avessero messo un “Like” in segno di apprezzamento. Ecco cosa c’era scritto nel messaggio:

«Dato che hai messo “Mi piace” alla mia foto, ora devi postarne una in bianco e nero, scrivendo “Sfida accettata”. Riempiamo Facebook di foto in bianco e nero per mostrare il nostro supporto alla battaglia contro il cancro. È questa la sfida. Quando i tuoi amici metteranno “Mi piace” al tuo post, invia loro questo messaggio».

Il vero senso di questo messaggio virtuale è stato completamente stravolto ma è qui che incomincia il peggio nei nostri confronti. Mi spiego: non è tanto per lo scopo importante e umanitario che inconsapevolmente o consapevolmente abbiamo e continuiamo a condividere su Facebook col vero senso o con quello che noi vogliamo ricordare, lo facciamo ogni giorno con tutto quello che ci obbligano a leggere e ad ascoltare.

Il problema è più grande e ci fa capire quanto gli italiani siamo diventati pecore, anzi gregge che nulla ha a che fare con gli animali, che rispetto moltissimo nel loro habitat, ma pascolando come loro, noi, messi alla prova, siamo caduti nella trappola, quella di saper solo fare e dire tutto quello che ci viene imposto, perché, sono certa, ognuno di noi, anche sulla rete web, ha una sua storia da raccontare, triste o bella che sia, ma incoscientemente, ignorantemente, ipocritamente, indifferentemente ignoriamo la nostra storia e continuiamo a seguire e a copiare con i paraocchi le strategie delle grandi menti (!?) e sono le più umilianti che possano esistere, perché ci stanno insegnando a odiarci, a criticarci, a disprezzarci gli uni con gli altri.

La vera sfida quindi la stanno vincendo “loro”, ci mettono alla prova per capire fino a che punto siamo cotti e noi stupidamente stiamo vivendo, senza parole e solo con l’accettazione, quello che ci viene imposto. Ma possiamo ancora riparare, non accettando nessuna sfida, lottando invece con le unghie e con i denti per i diritti umani che ci spettano col dovere dell’amore di chi invece ci sta inguaiando la vita umiliandoci e facendoci credere di essere tutti ignoranti.

Sofia Ruta

 




versi di versi per versi e detti male detti (di Sascia Coron)

La scissione è l’azione

consueta del coglione.

 

Virginia Raggi

ha troppi paggi 

mascherati da saggi 

e a Roma un seggio 

che va di male in peggio.

 

Se ti devi sforzare di apparire intelligente,

sei un cretino.

 

Molti chiedono per-dono.

Io per-niente.

 

Mi dico sempre che non mi aspetto niente.

La grandine mi ha sfondato la casa ed un fulmine me l’ha bruciata.

Non me l’aspettavo.

Forse era meglio niente.

 

Proverbio cinese. Chi sa, fa. Chi sa poco, parla. Chi non sa nulla, scrive: le iscrizioni sulle lapidi di chi seppe. E non deve sapere niente, perché il testo glielo dettano i parenti del defunto.

 

Meglio le democrazie di pancia che quelle di colon, pericolosamente preliminari a quelle di evacuazione della democrazia, senza aggettivi.

 

Le truppe di terra 

non le uccide la guerra, 

ma quella maledetta 

mefitica sigaretta. 

Le truppe all’attacco 

mettono il nemico in scacco 

lanciandogli balle di tabacco. 

Si sa che il fumo 

non risparmia nessuno.

 

Dio vede

e l’uomo provvede

come crede

secondo la sua fede.

 

In guerra,

i primi voli

dei piccoli

a terra

son fermati

ed i sogni alati

spennati

dai soldati.

 

Quelli che mangiano in fretta

prendono la pilloletta,

se mangiassero lentamente

non prenderebbero niente.

 

Chi troppe scuse accampa

poi di rossore avvampa.

 




L’UTILIZZO DELLO SPAZIO PUBBLICO CITTADINO GOVERNATO DA UNA NUOVA STRATEGIA

Constato, con un certo piacere, che in seno al corpo dei Vigili Urbani si è ingaggiata una scommessa, niente di particolare, per carità, si sta solamente tentando di riuscire ad espletare al meglio la loro funzione più evidente, cioè quella di governare con razionalità il traffico e le soste cercando di fare cambiare abitudini agli automobilisti.

Pur nella sua apparente semplicità non è un obiettivo facile da raggiungere, non lo è in nessun posto, ancora di più non lo è a Modica dove l’esistenza di una sola strada, obbligata a raccogliere tutto il flusso veicolare con relative soste e parcheggi rende ancora più complesso il compito.

Se poi si aggiunge che su questa unica arteria si concentrano tutti gli uffici e i negozi del quartiere centrale, il governo diventa un’impresa che fa scontrare due atteggiamenti configgenti: il rispetto dei divieti e l’esigenza individuale di collocare il mezzo.

Il governo di queste esigenze contrapposte non è affatto facile. Non lo è perché le cattive abitudini dei conducenti sono facili ad attecchire e difficili da cambiare, non lo è perché tutti siamo bravi a lamentarci ma pigri nel mettere in discussione le nostre comodità, non lo è perché tutti siamo convinti che una piccola trasgressione individuale non cambia la vita degli altri, non lo è perché consideriamo tutto ciò che è pubblico come di nessuno e quindi abusabile.

Diciamo che la coscienza civica collettiva è piuttosto scarsa, quindi, per affrontare un problema annoso che ormai aveva raggiunto i livelli paradossali delle soste di auto sui marciapiedi, occorreva un nuovo piano, innanzitutto di organizzazione interna al corpo dei vigili, e una nuova strategia d’azione e di mezzi tecnici coadiuvanti l’azione di rigore.

Poiché è chiaro che non si poteva aumentare il numero dei vigili a fronte dell’aumento dei mezzi e dell’indisciplina dei conducenti, si è pensato di ricorrere al sistema elettronico di controllo denominato “street control” (controllo della strada).

Si tratta di un dispositivo di cui è dotata l’auto su cui circolano i vigili che compiono il giro di controllo della situazione, un dispositivo elettronico capace di rilevare e fotografare gli abusi dei divieti. Le immagini dei mezzi posti in divieto vengono trasmesse al comando in tempo reale, dove vengono esaminate con cura da un operatore e poi tramutate in multa che viene inviata al domicilio del proprietario del mezzo posto in divieto.

Questa sorta di registratore evita il tempo lento del giro a piedi dell’operatore, quello del fischio che avvisa gli eventuali possibili spostamenti, evita il tempo della compilazione del biglietto da depositare sotto il tergicristallo. Come tutti i dispositivi elettronici è rapido, obiettivo, neutro e imparziale perché non influenzato dalla relazione, insomma efficace e produttivo, come tutte le macchine che sostituiscono l’opera dell’uomo.

Può non piacere perché intercetta ogni minima infrazione, perché non ammette eccezioni, ma questa è la realtà operativa in ogni ambito di controllo e monitoraggio, bisogna farsene una ragione, se non si cambia abitudine verso l’uso della sosta e del parcheggio sono dolori, il mezzo è coercitivo, è in azione per essere tale.

Certo, vedersi recapitare un verbale a casa, a distanza di tempo rispetto al fatto, quando non si ha più memoria di dove ci si trovava, sembra una schioppettata alla schiena. Altra cosa era trovare il bigliettino sul tergicristallo al momento del fatto, diciamo che in quelle circostanze si prende direttamente coscienza della trasgressione e la multa sembra un’inevitabile punizione. Diverso è essere richiamati al pagamento senza avere ricevuto l’avviso, la sorpresa è più seccante, ci si sente quasi traditi.

Comprensibile lo stato d’animo, ma non è un provvedimento arbitrario, ciascuno può recarsi al comando, prendere visione delle foto che lo riguardano e verificare la propria condizione al momento indicato dal verbale multante.  Le foto sono una prova, la posizione è certificata e visibile da chiunque reclami la possibilità di verifica. Non può esserci abuso o ritorsione come invece potrebbe avvenire con il rilascio del bigliettino, il registratore computerizzato non ha amici né nemici, non conosce la parzialità, non possiede l’arbitrarietà.

Questo sistema ha un forte potere deterrente perché ciascun conducente sa che non viene più avvisato dal fischietto che annuncia l’arrivo del vigile che consente la corsettina per spostare l’auto. Con questo sistema si viene pescati e basta, e poco conta se la sosta è per pochi minuti o per tempi lunghi, un mezzo fermo in divieto è multabile e basta, uomo avvisato mezzo salvato. Ognuno sa e quindi cerca il posteggio consentito anche se un poco distante dalla meta.

La finalità è quella di togliere l’ingombro di doppia fila o l’occupazione di passi carrabili in alcuni punti strategici che costituiscono nodi ostacolanti lo scorrimento, insomma quello di liberare lo spazio prezioso dall’abuso.

E’ vero che il problema dello spazio di sosta esiste, ma se ciascuno adotta comportamenti virtuosi automaticamente lo spazio si crea, è una questione di cambio di abitudini, occorre fare un po’ di strada a piedi, oppure pagare quello a strisce blu per il tempo necessario, ma se la posta è la multa ciascuno si adeguerà.

Inoltre in ambito di parcheggi c’è in arrivo una novità (anche questa elementare, apparentemente scontata, ma giusto per questo incredibile) a breve (si fa per dire dati i tempi della burocrazia, comunque in tempi registrabili) verrà attivato il parcheggio di Viale Medaglie D’Oro, vedrà la luce l’eterna incompiuta.

A giorni l’apposita commissione sceglierà la ditta più idonea a cui conferire l’incarico di collaudare e attivare il parcheggio di Viale delle Medaglie D’Oro. La ditta che si aggiudicherà l’appalto governerà tutto lo spazio di sosta a pagamento tramite l’installazione di parchimetri che renderanno semplice all’utente la fruizione, e, per razionalizzare il sistema della circolazione da un capo all’altro di tutto il Corso Umberto, verrà messo a disposizione un bus navetta.

Come si vede, c’è un piano pensato, concordato tra Amministrazione e regia tecnica del comando dei Vigili Urbani, un piano pensato con l’obiettivo di rendere possibile il circolare e possibile il sostare, un piano che, se perseverato, potrà finalmente dare alla città l’immagine di essere ben governata, e potrà apparire civile.

Carmela Giannì

 




PER NON SVUOTARE IL SENSO DELL’8 MARZO OCCORRE POTERSI IDENTIFICARE

GIORNATA-DELLA-DONNA-SCHEMA-MANIFESTOQuando la didattica si aggancia all’esperienza reale, alle biografie incarnate, alla storia come avvenimenti che segnano vissuti umani nei quali gli alunni possono identificarsi, la scuola fa bene ai ragazzi e onore a se stessa.

Quando un insegnante scende dalla cattedra, quando al verbale e al frontale associa la drammaturgia, insomma quando  sa farsi laboratorio che narra, che mostra, che documenta, allora per i ragazzi è emozione, e l’emozione, si sa, impressiona gli organi di senso, incide sul tessuto neurale con solco indelebile, rende stabile un sapere, scolpisce concetti, rende palpabili evidenze che si tramutano in astrazione e generalizzazione, insomma si fornisce alla logica strumenti e metodi per leggere la realtà con occhi consapevoli.

Se così posta, la storia non appare più una noiosa roba del passato fatta di date e di battaglie remote che non si capisce perché imparare a memoria, la letteratura finisce di essere vista come roba romantica per gente ricca e sensibile, la matematica non appare più gioco astratto della logica che nella realtà concreta non usa gli integrali per governare la propria economia di bilancio.  Potrei continuare facendo l’elenco delle varie discipline di cui spesso i giovani alunni non comprendono il senso da tradurre nella vita quotidiana e vivono come noiosa imposizione.

Quando invece un ragazzo studente si rende conto che ciò che richiede il suo sforzo ha un senso e anche un fascino, lo studio diventa un’attrattiva, gli diventa piacevole, gli si tramuta in curiosità, in sfida della scoperta, in piacere della conoscenza.

Non è facile da tradurre ciò nella didattica quotidiana per una serie di ragioni che non sto qui ad esaminare, ma ogni tanto avviene ed è quasi un miracolo.

Quanto detto sopra vale anche per la celebrazione delle ricorrenze storiche, anche queste, se condotte come esperienze incarnate, diventano significative, altrimenti sono occasioni di sbadiglio.

La recente celebrazione della giornata dell’8 marzo ha avuto un momento particolarmente felice presso la scuola Giacomo Albo.

La professoressa Fernanda Grana, dirigente scolastico dell’Istituto, ha scelto di celebrare la ricorrenza ricordando la poetessa modicana Girolama Grimaldi Lorefice che, nel 1723 a Palermo, pubblicò il suo volume di poesie “La dama in Parnaso”.

In un incontro rivolto a tutte le classi quinte dell’Istituto la professoressa Grana ha sottolineato ai bambini ed alle bambine presenti che “la parità di genere” è frutto di tante conquiste e del superamento di una mentalità che a volte riaffiora anche nel linguaggio quotidiano, anche in famiglia o a scuola.

Ha inoltre richiamato le indicazioni ministeriali del superamento delle S.T.E.M.,   cioè di quel diffuso pregiudizio in base al quale le donne avrebbero poca inclinazione verso le materie scientifiche (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica). Il superamento di questo pregiudizio è un obiettivo del M.I.U.R. e la Ministra Fedeli sul superamento di questo pregiudizio sta spingendo tutte le scuole affinché si impegnino a lavorarci sopra.

L’incontro ha visto la partecipazione della dottoressa Clementina Papa, già curatrice della Mostra sui Grimaldi a Modica, che, con un taglio tra il narrato e il mostrato, utilizzando un linguaggio semplice, drammatizzando, in un certo qual modo, una vicenda biografica in maniera semplice, spoglia dalle valutazioni della critica letteraria, ma soffermandosi sulla vicenda umana in modo che bambini e bambine potessero identificarsi, ha scelto di presentare i luoghi dove Girolama visse, mostrando cioè posti che ogni bambino può incontrare con i propri occhi.

La dottoressa Clementina Papa ha ricordato ai bambini che il terremoto del 1693 fu l’evento che influì sulla vita di Girolama come una svolta determinante. In quella occasione infatti alla bimbetta Girolama morì la mamma.  La bambina restò con i fratellini, seguì il loro percorso, insieme ad essi studiò con il precettore Tommaso Campailla che scoprì, incoraggiò, e poi anche esaltò, nelle sue opere le qualità intellettive e letterarie di Girolama.

Insomma, se Girolama non fosse rimasta orfana avrebbe seguito un altro percorso, quello previsto per le femminucce, l’assenza della mamma la sottrasse da un percorso usuale, uscì dal controllo del costume dell’epoca, per lei una disgrazia si tramutò in un’opportunità che fece emergere e fiorire il talento di cui la natura l’aveva dotata.

La casa di Girolama era la casa dei Grimaldi, salotto letterario della città, un luogo ricco di stimoli perché vi s’incontravano i migliori intelletti.  Modica allora era la sede della Contea, centro di studi e di accademie, quindi un posto dove circolavano idee e proposte, dove si fabbricavano teorie scientifiche e teorie filosofiche. Tutto passava da casa Grimaldi e Girolama assorbiva questo clima ricco di stimoli che influì non poco sul suo sviluppo intellettuale, sulla sua libertà di pensiero, sulla consapevolezza di sé, sulla fiducia nelle idee.

Se tutto ciò fosse stato detto secondo le regole accademiche, per i bambini si sarebbe fermato a livello di cognizione della storia territoriale e presto lo avrebbero anche dimenticato e l’8 marzo sarebbe stato registrato come una ricorrenza del calendario e non come un processo che nel tempo, tramite azioni e battaglie civili, ha mutato la condizione femminile da destino in scelta soggettiva.

La differenza l’ha fatta la modalità illustrativa, l’ha fatta l’intuizione geniale della dottoressa Papa di illustrare la vicenda a partire dalla bambina coetanea loro, vissuta più di tre secoli fa, ma uguale a loro in emozioni e sentimenti, esposta al dolore del vissuto ma anche ad occasioni di riscatto, e capace di cogliere le occasioni presentate con intelligenza e volitività personale.

Nella cornice di una scolaresca con tante bambine di 10 – 11 anni, cioè  nell’età in cui le suggestioni ambientali possono fare la differenza, ecco che la scelta di instillare notizie di vissuto di una loro coetanea, farlo con parole semplici quasi a dare l’idea che, ieri come oggi, il caso può stravolgere la vita, può cambiarla anche con circostanze dolorose, ma la vita stessa può, pur nelle difficoltà, mostrare come ogni vita può incontrare il tragico ma anche il meraviglioso, il dolore, ma anche l’opportunità dell’imprevisto.

La modalità di presentazione della biografia della poetessa Girolama è stata una scelta felice e didatticamente efficace perché capace di mobilitare attenzione.

La dirigente Grana, con altrettanta geniale intuizione, ha predisposto un dettaglio utile a creare un colpo di scena, ha pensato ad un’azione da fare attuare ad una di loro, una bambina del gruppo, scelta a caso. E’ stata chiamata una bambina dal giubbotto giallo, chiamata dal posto per farle rimuovere il drappo che copriva il ritratto della poetessa in modo da dargli volto.

Questo gesto di coinvolgimento diretto, richiesto all’improvviso, certamente ha suscitato l’emozione della messa in gioco personale, infatti alla bambina dal giubbotto giallo che ha rimosso il drappo e scoperto il volto di Girolama, per un istante, a causa dell’emozione, si è bloccata la parola in gola.

Un’azione direi drammaturgica, capace di mobilitare sorpresa e piacevole subbuglio emozionale.

Possiamo comprendere come l’8 marzo per questa ragazzina, e per le altre che trepidanti hanno assistito alla scena, è diventato memorabile e, ne siamo certi, il prossimo anno non apparirà più come data da calendario.

Complice contenitore emozionale, utile cornice capace di raccogliere e amplificare le emozioni fluttuanti, la musica. L’evento infatti è stato accompagnato dall’esecuzione al pianoforte della maestra Virginia Vasco, che ha inframezzato la presentazione eseguendo motivi noti, aventi come tema la donna.

E’ stata scelta una modalità creativa, si è usciti dagli schemi, ci si è saputi porre a livello dei bambini e loro ne sono stati catturati.

Carmela Giannì