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Le ricette della Strega (a cura di Adele Susino)

Orecchiette fresche con broccoli e ricotta

Ingredienti:

500 gr di orecchiette fresche, 700 gr di broccoli, 300 gr di ricotta, 50 gr di parmigiano, 1spicchio d’aglio, 1 acciuga dissalata, 1/2 tazza di pomodorini secchi, q.b. di olio evo e sale, 1 peperoncino, q.b. di brodo vegetale

Preparazione:

Pulire l’acciuga, lavarla con l’aceto e condirla con l’olio. Tritare i pomodorini e condirli con olio. Dividere il broccolo in cimette. Mettere in un tegame l’acciuga, i pomodorini, il peperoncino e lo spiccio d’aglio, fare rosolare pochi minuti e unire i broccoli, far saltare a fuoco vivo per cinque minuti, bagnare con due mestoli di brodo, coprire e fare stufare a fuoco medio per circa dieci minuti. Togliere dal tegame poco meno di metà dei broccoli, aggiungere nel tegame la pasta, mescolare e aggiungere brodo vegetale fino a coprire a filo la preparazione, coprire e, dopo il bollore, abbassare il fuoco e portare a cottura la pasta unendo del brodo come se fosse un risotto. Spegnere il fuoco, mantecare la pasta con la ricotta, unire il parmigiano e servire con un filo d’olio a crudo e i broccoli messi da parte.




CONVEGNO SCIENTIFICO SULLA COMMENDA DI MODICA

Si terrà, il 18 novembre prossimo, presso la sala S. Triberio, del Palazzo della Cultura di Modica, ove è presente un quadro di cavaliere melitense modicano del XVII secolo (probabile tale Don Giovanni La Farina) un convegno storico-scientifico sulla Commenda Gerosolomitana di Modica, la cui sede fu, per più di 5 secoli, presso l’Auditorium Pietro Floridia (che tutti oggi conoscono ancora come l’ex cinema Moderno) e le cui vicende anche personali dei rispettivi cavalieri sono legate indissolubilmente con il percorso storico della Città stessa.

Il convegno è organizzato dal Dr. Carmelo Cataldi, che già si è occupato in passato di diritto nobiliare e cavalleresco, nonché delle vicissitudini storiche e politiche dell’Ordine, approntando in alcuni casi anche pareri pro veritate per sconfessare alcuni self styled orders che purtroppo oggi, più di prima, tentano di scimmiottare l’unico e riconosciuto Ordine di Malta a livello internazionale e cioè il Sovrano Militare Ordine di Malta.

L’argomento principale in questo caso è la nascita, lo sviluppo e la scomparsa dell’organismo politico, religioso e finanziario della Commenda di Modica, che nel panorama normativo dell’Ordine, per alcuni aspetti, è stato un unicum, se si pensa che già negli Statuti della Sacra Religione di San Giovanni Gierosolimitano del 1589, si prevedeva che: “…eccettuando però la congregatione dei Donati, e Confrati della Commenda di Modica, frà i quali per antichiſſima conſuetudine altrimenti s’oſſerua; ſaranno eglino però tenuti di prouare le ſudette qualità dinazi al Commendatore, nonoſtante qual ſi voglia ſtatuto, e con ſuetudine, che faccia in contrario…).

L’evento è rivolto non solo ad un pubblico di specialisti, ma anche a tutti coloro che desiderano conoscere parte della storia patria della propria Città, anche attraverso aneddoti e collegamenti di ordine comune, ricavati da quanto presente all’interno di una ricca documentazione esistente presso l’Archivio di Stato di Palermo e raccolta in volumi tecnicamente chiamati Cabrei. Questi documenti sono ricchissimi di dati (economici, personali, e storici) che possono, a distanza di secoli, interessare sicuramente una fetta enorme di pubblico modicano.

I relatori sono di elevato livello (universitario e di ricerca) e particolarmente esperti della materia cavalleresca, in modo specifico di quella parte afferente l’Ordine di Malta e quindi della Commenda modicana.

Gli atti del convegno verranno poi trasposti in un’opera collettanea a futura memoria e per la massima divulgazione del contenuto.




QUANDO L’ECONOMIA OSA FRONTEGGIARE LA POLITICA

22553020_10155905344727049_8576370898371244320_oQuella che sto per raccontarvi è una storia bellissima, di quelle che hanno il potere di far sperare che le cose possono cambiare, di far sognare che un mondo migliore è possibile.

Non è casuale che questa storia abbia come protagoniste delle donne, no, non è casuale, perché ci vuole moltissimo coraggio a fronteggiare un tiranno senza armi, le donne sanno farlo!

La storia che descriverò l’ho appresa alcuni giorni fa, partecipando ad una iniziativa organizzata dalla Dolceria Bonajuto presso la Fondazione Giovanpietro Grimaldi.

L’iniziativa aveva lo scopo di illustrare la vicenda del cacao venezuelano e il ruolo che attualmente svolge nella delicata vicenda politica di quel paese.

L’occasione per arrivare a Modica scaturisce da un incontro tra Pierpaolo Ruta, presente in Venezuela su invito della CAVENIT (Camera di Commercio Italo-Venezuelana) per partecipare ad un seminario sul packagin, cioè sulle modalità di realizzazione delle confezioni del cioccolato secondo le norme del commercio internazionale, e Maria Fernanda di Giacobbe. Pierpaolo l’aveva già conosciuta in dolceria a Modica, nel 2013, quando  la suddetta si era recata nella nostra città per promuovere il cacao venezuelano.

E’ in quella occasione che Franco Ruta, dopo avere ascoltato in silenzio Maria Fernanda, apre il libro di ricette di suo padre e sotto ogni ricetta mostra l’annotazione del tipo di cacao venezuelano utilizzato. Maria Fernanda scopre che a Modica sul loro cacao c’è più memoria che in Venezuela, avviene insomma una restituzione di memoria che era andata perduta, una memoria che a causa delle difficoltà economiche e politiche del paese era andata sotto le macerie, ne riceve una folgorazione, una di quelle che aprono percorsi mentali capaci di fare tornare indietro per poter fare lo scatto che conduce avanti.

Tornando nel suo paese Maria Fernanda comincia a studiare per riscoprire la personalità del loro cacao. Ne viene fuori una ricchezza di sfaccettature incredibile perché dietro ogni piantagione c’è una famiglia, un contadino con la sua personalità e il suo sapere empirico circa le pratiche da attuare, c’è un microclima che influenza, insomma ci sono tanti fattori che condizionano e determinano la qualità finale del prodotto.

Non è difficile da comprendere, noi che siamo una realtà a tradizione agricola sappiamo come il pomodoro o l’olio possano avere mille sfaccettature di gusto e di qualità a seconda delle condizioni climatiche, di umus della terra, di pratiche di coltivazione più o meno tradizionali.

La cosa straordinaria è che a questo punto Maria Fernanda comincia ad agire un’azione che non può che denominarsi politica. Non la politica che oggi aborriamo, quella delle carriere individuali, ma la politica che s’interessa e aiuta gli individui. Maria Fernanda vede che le donne fanno la cioccolata in casa ma non hanno la licenza per venderla, vede che non hanno contatti l’una con l’altra per via della condizione di guerriglia costante e per via della feroce repressione che condiziona i consumi delle famiglie razionandoli e controllandole tramite le tessere, si rende conto che c’è bisogno di agire un disegno organizzativo per aiutarle in modo da uscire dalla fame.

Maria Fernanda sfodera tutto il coraggio di cui è dotata, moltissimo, e si rivolge all’Università per organizzare un corso di formazione capace di far ottenere alle donne il permesso di fare e vendere la cioccolata almeno all’interno del paese visto che la commercializzazione con l’estero è vietata.

Maria Fernanda chiama a raccolta le donne, le organizza, le fa partecipare al corso per dotarsi dello strumento che le fa agire nel loro piccolo commercio stando dentro le regole, insomma le rende libere di effettuare il lavoro che compiono in casa e che consente loro di contribuire ad accrescere l’economia familiare.

Inutile dire che, aperto uno spiraglio di libertà, nella testa delle donne si apre un cancello da cui entra un vento impetuoso di spirito critico capace di valutare la repressione e il repressore, inutile dire che questa semina può condurre a raccolti inaspettati. Il governo lo comprende e tiene d’occhio Maria Fernanda che sta nel mirino, ma è troppo nota per essere eliminata, è scomoda e basta, è attenzionata costantemente, ma lei agisce di fianco, non sfida il nemico, diciamo che fa di tutto per erodergli il terreno che lo sorregge, ma ufficialmente lei fa formazione tecnica.

Imperterrita lavora in collaborazione con l’università, attualmente è riuscita a formare 8000 donne, ma la sua azione di contaminazione culturale non si arresta, la allarga nel territorio, fonda scuole, l’obiettivo è quello di disseminarle in tutto il vasto territorio della nazione, il progetto ne prevede 700.

A Modica è venuta anche per raccogliere fondi (tramite la vendita di cioccolato venezuelano realizzato in tandem con Bonajuto), fondi per costruire scuole, per aiutare le persone materialmente a sostentarsi per resistere e per aiutarle a comprendere l’assurdità del regime che le costringe a vivere sotto il terrore e in miseria, nel senso che le persone capiscono da sole, specialmente quando sono affrancate dalla fame.

Una di queste scuole porterà il nome di Franco Ruta perché la ditta Bonajuto la finanzia. Del resto, Franco Ruta ha fatto sempre questo, lo ha fatto in tutta la sua vita, aiutare i singoli a sollevarsi, a credere in se stessi, a sfidarli sull’orgoglio personale per tirare fuori il meglio di se stessi, ha fatto questo è continua a farlo perché il suo esempio è una corrente che alimenta il figlio e non solo.

Carmela Giannì

 




UN RICORDO ANCHE PER I MORTI SENZA NOME

La mattina del 2 novembre, nel centro storico di Modica, a parte qualche turista e le banche piene di anziani a ritirare la pensione, era pochi i vivi. Forse erano tutti al cimitero a portare i fiori ai morti.

Solo una musica a un tratto, ha attraversato il corso. Alcuni componenti della Banda Civica Filarmonica di Modica accompagnati dal loro maestro Francesco Di Pietro, che, fermandosi davanti al monumento del Milite Ignoto, ha suonato Il silenzio. Pochi ad ascoltare e a pregare un momento per tutti i senza nome morti.

Non c’erano fiori davanti al Milite, la tristezza ha superato il silenzio del giorno in cui tutti commemoriamo i morti, dimenticandoci di farli rivivere veramente.

Sofia Ruta

 




versi di versi per versi e detti male detti (di Sascia Coron)

Partito vecchio

orgoglio dell’insano.

Partito nuovo,

attento al deretano!

 

Finisce un regime.

Da solo nel seggio

la mente t’opprime

l’assillo del peggio.

 

Entrare in una lista rovina la famiglia

e riduce il cervello in poltiglia.

 

Per la composizione della lista

entra in guerra persino il pacifista.

 

Chi di lista ferisce

nella lista finisce

e vi perisce.

 

A lista compilata

non si guarda in bocca:

la sepoltura imbiancata

che non si ritocca.

 

 




Nello Musumeci è il nuovo Governatore della Sicilia




SÌ D’ISTINTO ALLO IUS SOLI, MA RAGIONANDOCI FORSE NO, ALMENO NON ORA

Se passiamo davanti al cortile di una scuola e vediamo dei bambini giocare e li sentiamo parlare fra loro, magari in dialetto, non ci accorgiamo nemmeno che qualcuno ha gli occhi a mandorla, qualcuno la pelle marrone, sono bambini e basta. Allora adottare giuridicamente lo ius soli ci pare un dovere da parte nostra, anzi, più che un dovere, qualcosa di ovvio, di scontato. Poi però ascoltiamo le voci di chi ci ricorda che in questo tempo c’è un mondo con costumi e abitudini diverse dalle nostre, costumi e abitudini che noi non capiamo, che non fanno parte della nostra mentalità, che vuole conquistare il nostro imponendoci con la violenza il suo modo di pensare e di vivere, cosa che per noi sarebbe impensabile accettare, perché il passato non si cancella, la storia non si cancella, ché di quel passato e di quella storia siamo fatti noi.

Quello di cui dobbiamo essere sempre consapevoli quando scegliamo una strada che deve essere valida per tutti è che la personalità, sia del singolo che di un paese, si modella in base alle esperienze che vive, pertanto, ove si vivano esperienze profondamente diverse, profondamente diversa sarà la personalità che ne emerge, quindi diverse saranno le norme che ne guideranno la società. Non dobbiamo trascurare mai che il termine “cultura” nasce da “coltivare”: come i prodotti della terra che il contadino cura giorno per giorno, seguendo il ritmo dell’alba e del tramonto, dell’estate e dell’inverno per come sono scanditi in un paese immerso nel Mediterraneo, quindi soggetto a quel clima e non a un altro, pertanto capace di produrre quelle determinate colture e non altre, così le cose che sappiamo, il modo in cui viviamo nasce da come siamo sati coltivati dai nostri genitori, dai nostri nonni, da tutti coloro che ci hanno preceduti e che ci hanno trasmesso un certo modo di essere, un certo modo di pensare. Per questo è apparsa illuminante la testimonianza di una ragazza figlia di immigrati che, ottenuta la cittadinanza al raggiungimento della maggiore età, ha sostenuto l’importanza di diventare italiano a tutti gli effetti solo nel momento in cui si è in grado di scegliere perché si capisce e si accetta questa cultura nella quale ci si identifica e quindi, a buon diritto, si può affermare di “sentirsi” italiano. In fondo, se fosse stata cittadina italiana fin dalla nascita, nulla sarebbe stato diverso nella sua vita. E’ bello poter essere noi a scegliere piuttosto che siano altri o il caso a scegliere per noi!

C’è poi chi teme che, col diritto di votare in Italia, i musulmani possano portare vanti un loro partito capace di stravolgere le nostre tradizioni e la nostra cultura. Se l’Italia fosse governata da persone capaci, che curano gli interessi del Paese, questo rischio si potrebbe considerare del tutto inesistente (o comunque estremamente improbabile), visto che la comunità musulmana, per quanto numerosa, non sarebbe mai in grado di costituire una forza capace di ottenere la maggioranza, ma, in balia di egoismi e interessi personali, incapaci di vedere qualcuno che sappia toglierci dalla palude nella quale siamo stati gettati, si potrebbe anche immaginare una reazione insensata della gente nella speranza di respirare un’aria diversa anche se inadatta ai nostri polmoni. In America non hanno forse votato Trump proprio le minoranze e gli emarginati? Le reazioni, le scelte delle masse non sono mai prevedibili né logiche.

Sarebbe bello, immensamente bello, che tutti fossimo capaci di vivere l’uno accanto all’altro, rispettosi delle idee dell’altro nella certezza del rispetto da parte dell’altro. Questa sarebbe la Civiltà, quella che i sognatori pensano che l’uomo un giorno raggiungerà, verso la quale anelano e per la quale combattono ma che la realtà miseramente e crudelmente nega, rivelando, a fronte di un passo avanti, un milione di passi indietro.

Ci sembra quindi insensato imporre frettolosamente una legge che richiede di essere soppesata e analizzata profondamente e attentamente, insomma ci sembra che non sia questo il momento per occuparcene, un momento in cui il governo si trova di fronte a ben altre tragiche priorità, un momento per giunta in cui al suo stesso interno c’è confusione e scollamento. Temiamo anche che possa trattarsi di una legge raffazzonata e di difficile comprensione e applicazione, come la maggior parte delle leggi che sono state emanate o si è provato ad emanare negli ultimi tempi. Insomma, una legge non da scartare ma semplicemente da rimandare a un momento in cui possa essere elaborata nel modo più consono per il nostro Paese e per i nostri tempi. Sempre, ovviamente, che s’intenda mantenere in Italia la democrazia.




PASSATA LA FESTA… GABBATO LO SANTO

La seconda decade di ottobre ha portato in provincia una ventata di riscoperta nobiltà e di straordinaria esibizione di ricchezza.

Alludiamo, ovviamente, alla visita del principe Alberto di Monaco a Modica, e alla improvvisa comparsa davanti alle spiagge sciclitane della barca a vela più grande del mondo, di proprietà di un nababbo russo.

Siamo stati onorati dalla scelta del prence monegasco, che ha voluto venire di persona a conoscere i luoghi dai quali la famiglia Grimaldi, o almeno un suo importante ramo, è partita alla conquista del Principato di Monaco, certamente una delle perle del Mediterraneo per la bellezza del sito e per l’altissimo benessere di cui godono i suoi abitanti.

Felicemente sorpresi nell’udire il principe esprimersi in un fluente e perfetto italiano, speriamo che i suoi interlocutori locali siano stati capaci di fare altrettanto.

Data la nostra natura di criticoni e rompiscatole, abbiamo notato tuttavia alcune cose un po’ fastidiose, dovute probabilmente a motivazioni di sicurezza apparse surdimensionate.

Solo a visita terminata i modicani hanno saputo che essa era stata programmata da molto tempo e che la città era stata oggetto di sopralluoghi accuratissimi da parte della securité monegasca, che di fatto ha imposto rigidissime procedure e itinerari blindati.

Modica ha vissuto una due-giorni di isolamento dal mondo: centro storico sotto assedio e financo chiusura delle scuole di ogni ordine e grado. Il regale ospite ha potuto vedere ben poche delle bellezze della città: è stato condotto al Museo del cioccolato – forse con finalità di espansione commerciale del prodotto – e, arrivando mezz’ora prima del previsto, probabilmente per spiazzare eventuali disturbatori o attentatori, ha inaugurato il castello cosiddetto dei Conti, riconsegnato alla città dopo lunghi anni di restauri, ma soprattutto di ripristini e ristrutturazioni. L’antichissima arce di Modica, che nei secoli era stata trasformata in una rocca fortificata, fu rasa al suolo dal terremoto del 1693. Solo alcuni vani interrati e parte delle torri, quella mostrificata dall’orologio e quello ottagonale che guarda San Giuseppe e il rione Catena, si sono salvati: sono state identificate alcune celle dove la Santa Inquisizione gestita dai padri Domenicani incarcerava eretici ed ebrei che hanno lasciato graffite sulle pareti le memorie delle proprie sofferenze. Tutto il resto non è che un casermone ottocentesco edificato per ospitare un ennesimo convento, quello delle suore “cappellone”. Inutile dire che mai un conte di Modica vi ha messo piede: i Chiaramonte avevano lo Steri a Palermo e numerosi altri castelli, tra cui quello ben conservato di Caccamo. Gli Henriquez-Cabrera risiedevano stabilmente in Spagna, a Modica c’erano solo delegati e reggitori.

Il principe Alberto avrà di certo apprezzato la vista della città, impagabile, ma chissà se ha apprezzato la sistemazione minimale, per non dire very cheap, dell’accesso da Corso Crispi: forse la fretta ha impedito di studiare e realizzare cancelli, corrimani e rampa di legno con un disegno più pensato.

In molti si sono chiesti dove il regale ospite avesse dormito e dove fosse finita la principessa Charlene. L’albergatore onorato dalla presenza di Alberto e del suo seguito, pare numeroso, lo ha rivelato a visita terminata, ma della bella Charlene nessuna notizia… chissà, forse, chiedendo alla Sciarelli si sarebbe potuta sapere qualcosa.

C’è stato poi lo “schiaffo” della cena a Ibla e non a Modica, che pure si era frettolosamente e, dicono i maligni, maldestramente parata a festa sfoggiando sfolgoranti led sulla facciata decrepita del Palazzo degli Studi. I citati maligni si sono anche chiesti quale fine abbiano fatto le lumiere originali poste a coppia ad ogni finestra. Ci piacerebbe saperlo, ma temiamo che l’argomento verrà in qualche modo segretato dall’oblio, come accadde per la Fontana dello Stretto.

Speriamo che la augusta visita sia stata motivata anche da intenti economicamente produttivi per la vecchia Contea che, da “Regnum in Regno”, si è trasformata nel tempo in Hybleashire per aver accolto gli stranieri amanti delle campagne italiche in fuga da una Toscana ormai troppo affollata. Staremo a vedere.

Come pure staremo a vedere se l’apparizione dell’enorme yacht del magnate russo sia stata motivata da qualcos’altro oltre che da una ricca cena imbandita sotto un tendone degno di un califfo sulla spiaggia con vista della “Mànnara” camilleriana, eretto da un’apposita truppa da sbarco.

La barca a vela o meglio, viste le dimensioni, la nave, si dice, ospiti tre piscine, un eliporto, un garage per limousine e Rolls-Royce ed un altro per moto d’acqua e natanti vari, oltre a decine di suite di extralusso, saloni e quant’altro possa mente umana associare allo sfarzo. Peccato che abbia un’apparenza sinistra, da nave da guerra, e che il fatto che il proprietario sia un megamiliardario russo munito di splendida biondissima moglie faccia correre il pensiero alla SPECTRE e a Goldfinger…

La notizia che il super yacht A, arrivato ieri nelle acque di Gibilterra, sia stato posto sotto sequestro da finanzieri britannici a seguito di richiesta dei cantieri tedeschi dove la barca è stata costruita, per mancanza del pagamento della stessa, non depone bene all’eventuale interesse del nababbo per le nostre coste. Vedremo.

Intanto, passata la sbornia di nobiltà e ricchezza, siamo ripiombati nella nostra consueta miseria materiale, ma soprattutto morale. Si avvicinano le elezioni regionali che la esecranda classe politica nazionale sta caricando di speranze malriposte e di significati oscuri. Travolti da faccioni in gran parte sconosciuti ai futuri votanti, ma non alle forze dell’ordine, che ci sorridono suadenti da cartelloni misurabili in metri quadri, assistiamo a balletti di candidati che volteggiano da una lista all’altra, a lotte intestine che lacerano quel che resta dei partiti tradizionali, ma anche le formazioni più recenti e innovative. Tra tendenze separatiste, in parte conculcate con l’esclusione di alcune liste, e ammucchiate camaleontiche, solo qualcuno osa chiedere conto di quanto fatto dalla precedente amministrazione, un bilancio consuntivo, e osa proporre un programma di sviluppo per questa povera splendida terra, che sa solo far scappare i suoi figli migliori. Una voce nel deserto.

Tra poco sapremo come andrà a finire. Speriamo bene…

laviniadnp

 




La Modica di Enzo Belluardo




Lettera al Direttore

Quel casermone sulla roccia. Ovvero la delusione di tante aspettative.

L’11 mattina, appena terminata l’inaugurazione e la visita al Castello di Modica da parte del principe Alberto di Monaco, ho potuto, come tutto il resto dei cittadini modicani che aspettavano l’ingresso al pubblico, mettere finalmente piede in quello che ritenevo un gioiello tutto modicano e di cui andare fiero per i prossimi 20/40 anni.

Avevo avuto il sentore che tutta questa aspettativa si potesse tramutare in una cocente delusione, poiché un mio nipote, che lo aveva girato quasi tutto, perché per anni aveva esercitato la scherma all’interno degli “stanzoni”, come li definisce lui, mi aveva appunto detto che era un casermone e null’altro, ma volevo toccare con mano quella realtà architettonica e gigantesca che ho avuto sulle spalle fin da piccolo perché fino a 18 anni ho abitato sotto quella parte del castello che potrebbe essere individuata come la “cittadella”, ovvero quella parte che ho sentito individuare come normanna-chiaramontana.

Sarà perché nel recente passato sono stato abituato a visitare castelli di epoca molto più recenti come quello di Fossano o Racconigi o regge come quelle di Stupinigi o Venaria che veramente stordiscono qualsiasi  visitatore per la ricchezza del proprio patrimonio storico ancora intatto o rivisitato, che purtroppo, con mio sommo rammarico, visitando quasi tutto il Castello, ad eccezione della chiesa, quella credo di San Cataldo, perché stranamente chiusa, ho trovato solo ruderi e “stanzoni” che seppur restaurati o meglio “imbiancati”, sono privi di ogni segnale del passaggio di un essere umano e di tracce tangibili della stessa storia locale.

Ad essere onesto effettivamente qualcosa di interessante, ma sconosciuto forse anche a coloro che hanno effettuato i lavori di restauro, l’ho trovato; nella prima di quella che considero una delle tre chiese del Castello e che tutti coloro che si trovavano a passare identificavano con una delle carceri, ho rilevato la presenza di due bassorilievi sull’arcata iniziale del tetto e che dovrebbero rappresentare un presbitero e un vescovo. Questo basterebbe per poterla identificare definitivamente come una chiesa, forse, successivamente adibita a luogo di detenzione, ma questo occorrerebbe anche farlo notare o segnalarlo ai visitatori.

Per inciso spero non sia sfuggito questo particolare alle maestranze ed agli esperti che hanno ivi operato per più anni, perché sarebbe veramente disarmante!

Non so se il Comune di Modica o chi per Esso avrà modo nei prossimi anni di poter intervenire per sanare questa mancanza di “carattere”, di “timbro” del sito, che sembra accattivare più per le tombe e le grotte presenti che per quello che invece ad oggi è assente totalmente, ossia una pur minima quantità di elementi decorativi o lapidei che possano in qualche modo narrare la storia ed il retaggio architettonico del sito, ma sono sicuro che senza una rivisitazione di tutto il complesso architettonico e in assenza di cospicui interventi di natura soprattutto multimediale, ci si troverà a visitare ancora una volta un casermone sulla roccia e null’altro.

Un’idea lanciata al volo potrebbe essere quella di un percorso guidato multimediale, che si possa interfacciare con il proprio cellulare e che permetta, sito per sito, di capire almeno di cosa si tratta, oppure un’etichettatura di tutti i siti con didascalie che spiegano in più lingue dove ci si trova e di cosa si tratta; in ultima analisi almeno una guida ferrata in materia che possa incentivare la curiosità e far capire al turista che non si trova in un’area comunale dismessa che potrà essere utilizzata da qualche onlus appena possibile, ma in un’area ancora del tutto “archeologia” ed in continua evoluzione, titolare di un retaggio storico millenario!

Insomma credo che ci sia ancora molto da fare ma ritengo che oggi, aldilà del panorama che si gode dall’orologio, non vi sia molto da visitare al Castello dei Conti di Modica.

Dr. Carmelo Cataldi

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Confesso che la sua lettera rispecchia totalmente il mio pensiero. Ai tempi in cui il Castello non era stato ancora rilevato dal Comune, un mio collaboratore fu accompagnato, dall’allora presidente dell’Opera Pia che lo gestiva, a visitare i sotterranei e ne venne fuori un’intera pagina (quella che fra noi della redazione chiamavamo “il paginone”) dedicata a questo tema. Quando il Castello fu rilevato dal Comune e ne fu deciso il restauro, ero piena di speranze di veder venire alla luce quello che per tanti anni era rimasto sepolto, poi fu reso pubblico il progetto e mi resi conto che l’intenzione era quella di azzerare completamente il passato per farne il casermone anonimo che lei ha tanto bene descritto. Facemmo immediatamente articoli che mettevano in guardia dal commettere questo errore, ma è ovvio che un vero restauro avrebbe richiesto spese di gran lunga maggiori e il Comune non intendeva o non poteva affrontarle, quindi si procedette come stabilito col risultato che lei ha potuto vedere, anche se, probabilmente, un restauro capace di portare alla luce tutta la ricchezza storica che giace sotto il Castello sarebbe stato un investimento economico per il futuro in termini di turismo, quello importante, non quello mordi e fuggi.. Se la nostra battaglia fosse stata sostenuta dagli storici locali, forse qualcosa si sarebbe ottenuto, ma, si sa, in questo paese manca il concetto di unirsi per ottenere, tutti insieme, qualcosa di buono per la città, ognuno vuol brillare di luce propria e finisce per brillare nel deserto.