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CHIARA CIVELLO, NON TIGRE MA USIGNOLO

E’ uscito il 31 marzo il nuovo disco di Chiara Civello, “Eclipse”. Della bravura della cantante abbiamo avuto occasione di parlare in più di un’occasione, ciononostante ogni volta rappresenta per noi una sorpresa. Se già avevamo posto l’accento sulla sua raffinatezza, dobbiamo constatare che in questo disco riesce a superare ogni aspettativa.

Ama cantare le canzoni di Mina e le propone mantenendo inalterato il loro fascino seppur in modo del tutto diverso: se Mina aveva fatto dell’aggressività, della grinta, una caratteristica che l’ha sempre distinta fra mille, non solo ma ha dato un’impronta indelebile a tutte le canzoni dell’epoca, Chiara le offre al suo pubblico in maniera più confidenziale ma ugualmente appassionata, dando loro quell’habitus di eleganza che troppo spesso oggi tanta musica pare avere perduto. Insomma, se Mina era stata soprannominata la Tigre di Cremona, a Chiara potrebbe essere dato l’appellativo di Usignolo di Roma (o di Modica, se preferite, viste le sue origini e il suo forte legame con questa città). Inevitabile dunque anche il suo avvicinamento alla Francia, a un mondo musicale che forse le appartiene da sempre pur senza che ne sia stata consapevole. Il disco infatti è stato registrato in Francia e prodotto dal francese Marc Collin, anche se nessuna canzone in lingua francese ne fa parte, restando l’italiano, l’inglese e il portoghese le lingue dei brani della raccolta, come in passato. Ma pensiamo, speriamo, che queste possano entrare nel suo repertorio, perché tante (lasciatelo dire a chi da questa musica è stato affascinato da sempre) sembrano scritte apposta per lei, o almeno per quella Chiara Civello che si è man mano scostata dal jazz. Eppure il jazz non potrà mai essere scisso dalla sua personalità, perché è lì che si è formata la sua base musicale, è lì che torna inevitabilmente la sonorità di certi passaggi, è al jazz, proprio al jazz, che fa capo la sua eleganza musicale, ma anche la sua forza, infatti, anche in questo disco, i momenti più coinvolgenti sono appunto quelli in cui le sonorità di questo genere musicale emergono con più forza.

Riteniamo comunque che, con Chiara Civello, la canzone italiana abbia acquistato una rappresentante di gran classe e, diciamolo pure, di tali personaggi ha estremamente bisogno.

L. Montù




IL MEDITERRANEO VISTO DA PIAZZA MATTEOTTI

Modica, Piazza Matteotti. Una sera d’estate come tante. Il rintocco delle campane della Chiesa del Carmine si sovrappone al vociare delle persone sedute ai tavoli della “latteria”. In uno degli angoli della piazza alcuni bambini giocano ad acchiapparella, o meglio, o succi. Uno dai tratti nordafricani, l’altro italiano, dai lineamenti normanni, biondo con gli occhi azzurri, quasi a testimoniare che in Sicilia il melting pot si sperimenta da secoli. I due ragazzini corrono, scherzano, ridono e parlano in italiano sotto gli occhi delle loro rispettive madri con la stessa enfasi e sintonia che ricorda Huck e Jim, i protagonisti de Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain. Le storie narrate lungo le sponde del Mississipi e del Missouri non sono le stesse di quelle “cuntate” e tramandate lungo i canali del Pozzo Pruni e dello Janni Mauro, ma, seppur lontane per distanza geografica e universi culturali, fanno parte dello stesso patrimonio umano. Infatti, fa sperare osservare quei due ragazzi giocare insieme in Piazza Matteotti, quasi a dire che, dopotutto, le battaglie di Martin Luther King, Madre Teresa di Calcutta e Gandhi hanno portato frutti e che film come Indovina chi viene a cena, Il buio oltre la siepe o Lontano dal paradiso hanno inciso e fatto riflettere in tempi e modi diversi generazioni di persone. Poi l’alert dell’ennesima app di news riporta a ben altra piazza: agli sgomberi, agli scontri di Roma, alle polemiche politiche che ruotano attorno a migranti, accoglienza e protezione internazionale. Una nota che sembra quasi stonata sul pentagramma di quella musica fatta di gioco e di gioia di stare insieme che quei due ragazzini stanno componendo sul palco vuoto di Piazza Matteotti. Quel Giacomo Matteotti ucciso perché si era opposto a un regime che voleva soffocare la democrazia e la libertà di pensiero. Quel Matteotti ucciso in un momento storico proiettato verso uno dei momenti più bui per l’umanità. Un contesto storico-politico-sociale che ha prodotto milioni di morti, l’industria dello sterminio, i campi di concentramento e le deportazioni non solo di ebrei ma anche di militari italiani internati, solo per citare un protagonista della vita locale modicana, come Giovanni Modica Scala. Il gioco di questi due ragazzi insegna che l’integrazione è possibile, ma solo se tutta la comunità, famiglie e scuola comprese, si proiettano verso una reale integrazione. Per farlo, per accogliere e favorire l’integrazione è innanzitutto importante una cosa: conoscere la propria storia ed essere consapevoli della propria identità culturale. Una questione quella dell’interculturalità ben focalizzata da Fernand Braudel in un libro da rileggere come Il Mediterraneo dal quale emerge, ieri come oggi, che il Mare Nostrum è ancora al centro dell’interesse geopolitico nazionale e internazionale. Non solo per quello che gli esperti definiscono “potere marittimo” ma anche per quello che il bacino del Mediterraneo rappresenta in termini di dialogo e cooperazione tra i popoli. Tutti concetti cari al pozzallese “sindaco santo” di Firenze Giorgio La Pira, ma che in pochi, tranne alcuni come Enrico Mattei, seppero mettere in pratica. Oggi si parla di task force “ad alto livello delle forze di sicurezza” per “accrescere la cooperazione” dell’Italia con Libia, Ciad, Mali e Niger in tema di migranti, così come si parla di sinergia di azione tra i Paesi come Francia, Italia, Spagna e Germania nel dare un concreto aiuto alla stabilità e alla sicurezza in Paesi come la Libia. E’ una strada possibile e irta di ostacoli e i Governi che la percorreranno fino in fondo sono molto coraggiosi in tempi di “terza guerra mondiale a pezzi” come dice Papa Francesco. Ma una cosa resta di fondamentale importanza: l’accoglienza si costruisce giorno per giorno prima di tutto nelle nostre coscienze, nella nostra cultura, consapevoli di avere alle spalle un passato e un’identità di popolo italiano ed europeo. Solo così fotografie come l’amicizia di quei due ragazzi che giocano a Piazza Matteotti diventerà un album da sfogliare. Solo se si lavora per la reale costruzione e condivisione dello stare insieme, dell’interagire, del socializzare e del parlare confrontandosi si potrà costruire un futuro diverso, forse migliore. Per farlo dipende dagli adulti, dalla scuola, dalla politica, dai media, insomma da tutti noi. Non è retorica né utopia. E’ possibile e si può fare.

Vincenzo Grienti




COMBATTIAMO LA VIGLIACCHERIA!

Si parla di stupri sempre più spesso. Forse sono aumentati, forse è solo che se ne parla di più. Se ne dà la colpa agli extracomunitari. E’ vero, sono colpevoli di molti stupri, così come ne sono colpevoli molti cittadini italiani. Perché il disprezzo per le donne non appartiene a una razza, ma a un genere: quello maschile. Probabilmente non si dovrebbe nemmeno parlare di disprezzo ma di paura. Eh, già, perché la donna si è andata conquistando un posto nella società ben diverso da quello della creatura sottomessa e prona ai dictat del marito, del padre, del fratello. La donna ormai ha affermato il suo essere persona, individuo pensante e soprattutto che sa e vuole scegliere. Questo c’è chi non riesce a perdonarglielo e usa l’unico mezzo che crede di possedere per affermare la propria supremazia.

E’ la tipica reazione del vigliacco, che, non possedendo né il cervello né il cuore per riuscire ad affermarsi, crede di poterlo fare con la forza bruta, con la prevaricazione. Ma attenzione, lo fa solo se ha la certezza assoluta di poter prevalere, per esempio nei confronti di una donna, a meno che questa non pratichi le arti marziali, o comunque appoggiato dal cosiddetto “branco”, l’esempio più tipico della massima vigliaccheria, perché questo stesso personaggio, nel momento in cui è privo dell’appoggio e del sostegno dei suoi pari, si tramuta in un coniglio tremante e si nasconde.

E’ vero, in parte è colpa dell’educazione impartita nelle famiglie e anche, purtroppo, nelle scuole, che, ancora oggi e nonostante le tante battaglie e conquiste delle donne negli anni Settanta, dà un rilievo diverso ai maschi rispetto alle femmine e che rappresenta il retaggio negativo di tradizioni passate che oggi troppo spesso indugiamo a rimpiangere, ma che non sempre sono state positive e degne di essere tramandate.

Quindi smettiamola di scaricare la colpa di tutto quello che accade sugli extracomunitari e di attribuirla invece a chi davvero ce l’ha, ovvero alle persone, singole, individuabili, che delinquono, italiani o stranieri che siano, e puniamo severamente i responsabili di stupro, italiani o stranieri che siano, perché i vigliacchi, italiani o stranieri che siano, è solo della pena che possono avere paura. Perché? Semplice: perché sono vigliacchi. Come chi dice di essere stato aggradito da degli extracomunitari per la vergogna di ammettere di essere stato accoltellato da un trans cui non aveva voluto pagare la tariffa richiesta…

Ci rendiamo conto che la Boldrini vorrebbe smontare questo rigurgito di razzismo che sta dilagando nel nostro paese che pure al razzismo non è avvezzo e per il quale nemmeno è portato, ma ci pare che lo faccia nel modo sbagliato, con le parole meno adatte, creando risentimento piuttosto che insegnare. Forse avrebbe bisogno di un bravo esperto della comunicazione che la consigliasse nel modo migliore. In ogni caso, pensare di risolvere i problemi con le chiacchiere, come è diventata la tendenza attuale di chi governa senza esserne capace, non serve proprio a niente, semmai ad aumentarli.

Occorrono, come si è detto, pene severe per gli stupratori e soprattutto la volontà di metterle in pratica. Non chiediamo uno stato di polizia, non lo vorremmo mai!, ma solo che chi commette un reato sia punito e chi è innocente tutelato, cosa che oggi nel nostro paese non accade più. E’ questo il motivo per cui fra la gente montano la rabbia e la paura e anche chi era abituato a ragionare, a riflettere, a non farsi suggestionare dalle paranoie del vicino, finisce per lasciarsi andare, per farsi trascinare e diventare stupido. La vigliaccheria è dietro l’angolo, attenti, non lasciamo che ci travolga!




“TEATRI DI PIETRA”, UNA MIRABILE STRATEGIA PER INCATENARE L’ANARCHIA ESTIVA

L’estate è, rispetto alle altre, una stagione anarchica, è quella che consente a quasi tutti di sospendere il lavoro e di uscire dalla routine per un periodo considerevole, è quella che spinge ad uscire di casa, a viaggiare, a frequentare luoghi aperti per trovarvi refrigerio, spinge a mutare abitudini, insomma a sperimentare la libertà di un altro modo di vivere.

E siccome nell’assoluta libertà l’essere umano è portato a confondersi, a smarrirsi, ecco che la cultura, ovvero il pensiero organizzato, mette in funzione delle reti di protezione, delle strategie leggere e proficue per incanalare in sentieri previsti la disponibilità di tempo che l’occasione delle vacanze regala.

Una di queste mirabili reti è “Teatri di Pietra”, un’iniziativa attiva ormai da più di dieci anni, spalmata su sei regioni (dalla Toscana alla Sicilia, che ha ben 14 siti interessati) che coinvolge venti teatri antichi, dove vengono allestiti spettacoli dal vivo con l’obiettivo esplicito di promuove i beni culturali come patrimonio da godere, valorizzare e tutelare.

“Teatri di Pietra” è una manifestazione di Teatro, Danza, Musica, coinvolge venti compagnie, si svolge tra luglio e agosto nei teatri e negli anfiteatri, è promossa da un’associazione denominata “Capua Antica Festival” il cui direttore artistico è il Maestro (coreografo e direttore di MDA produzioni Danza) Aurelio Gatti.

Il tramite tra questo grande maestro e Modica è stata Elisa Turlà che col maestro ha collaborato artisticamente e, con Elisa, Bartolo e Francesca Turlà, il maestro ha collaborato nella ideazione e realizzazione di “Cava di Pietra di Franco”.

Personalmente l’ho incontrato proprio lì nell’agosto del 2015 quando fu allestita una serata in ricordo di Elisa appena scomparsa. Quella sera in scena sono stati portati “Gli Argonauti”, fu una rappresentazione memorabile capace di fare palpitare l’amore e la tenerezza dedicati ad Elisa.

Questo 2017 il sito che ha raccolto le manifestazioni di “Teatri di Pietra” è stata Modica alta col suggestivo e prestigioso sito di Santa Maria del Gesù che ha ospitato ben tre serate di teatro imperniate sul mito con “Edipo Re-Make” (con Cinzia Maccagnano, Raffaele Cangale, Dario Garfalo, Luna Marongiu); “Daphne” (con Carlotta Bruni, Rosa Merlino e Luca Piomponi) e per ultimo, il 24 agosto, “Caligola” (con Carlotta Bruni, Vittoria Faro, Cinzia Maccagnano, Luna Marongiu, Rosa Merlino, Elisabetta Ventura e Sebastiano Tringali). Le ultime due sotto la regia del Maestro Gatti.

Tre messe in scena speciali, realizzate con grande maestria da un cast di artisti di altissimo livello per tre serate memorabili che hanno chiamato a raccolta un vasto pubblico per stare in contatto di armonia e bellezza con lo spettacolo danzato di Daphne, e negli altri due di strabilianti perfomance di forza e talento della Maccagnano sia nel “Re-make” di Edipo che nel “Caligola” di Camus.

La messa inscena del “Caligola” in forma di danza teatro, tutta al femminile, è apparsa un po’ scabra, ma allude all’ambiguità del personaggio tormentato e travolto dall’ossessione paranoica.

Caligola ha agito sul palco con un doppio, con la figura della sorella/amante Drusilla (Valentina Capone) e Cinzia Maccagnano lo ha reso con la forza di una belva affamata; Scipione (il giovane poeta innamorato di Caligola), affidato alla giovane Roberta Rossignoli, ha saputo esprimere la nostalgia e la delusione in maniera grandiosa.

Affidati a donne pure i ruoli dei due soldati/guardie, quasi amazzoni (Carlotta Bruni e Rosa Merlino), l’unica fuori dall’ambiguità è la devota e sacrificata sposa Cesonia (Luna Marongiu).
Unica presenza maschile il senatore/filosofo Cherea, che guida la congiura contro Caligola, che è stato interpretato da Sebastiano Tringali.

Sei donne e un uomo, le donne interpretano la dinamica, la passione, la necessità di cambiamento, la determinazione (seppure sfigurata e paradossale come quella di Caligola) mentre il maschile interpreta la staticità della forma, l’aspirazione ad una vita “felice” seppure tra mille compromissioni e un subordine costante ad un ordine sempre più estraneo.

Il “Caligola” di Camus non si può ridurre alla “evidente” rappresentazione del potere, la sua elaborazione contiene molti temi: quello della libertà, della dignità dell’uomo e della persona, il rischio dell’omologazione sociale.

Poiché ogni rappresentazione dallo spettatore può e deve essere decontestualizzata dal periodo storico dell’autore, la messa in scena diventa certamente una riflessione sul malessere contemporaneo, diventa un grido lacerante, un j’accuse che proviene da un palazzo piuttosto che da una baracca, ma ha ugualmente la potenza di un tuono.

Sotto alle parole testuali crude e taglienti affiancate all’azione sfrenata della gestualità degli eccezionali interpreti, sta la musica di Lucrezio de Seta che non svolge il ruolo di colonna sonora ma quello di un altro personaggio pure lui vittima dell’ossessione.
L’opera inizia con la scomparsa di Caligola in seguito alla morte della sorella/amante Drusilla‚ un personaggio chiave sul quale gravita la “trasformazione” dell’imperatore‚ che viene descritto dai senatori come un principe ideale: un condottiero‚ generoso e amato dal popolo‚ ma con un difetto‚ amava troppo la letteratura.

La narrazione di Camus è molto veloce come la trasformazione dell’imperatore, Caligola è in preda alla pazzia ma con i suoi comportamenti influenza e mette nella condizione di interrogarsi: costringe a pensare, mette in pericolo la normalità.

Il dramma di Camus si conclude con il discorso in cui Caligola comprende che la felicità è irraggiungibile ma anche il dolore non ha senso perché nulla dura a lungo.

In questa sintesi la libertà, perché non si è più soggetto ai ricordi o alle illusioni‚ ma anche la consapevolezza del vuoto. Caligola si rende conto di essere vuoto‚ non possiede niente‚ nemmeno la paura della morte dura molto e ciò che gli resta‚ come dice lui stesso‚ è solo “un grande buco vuoto nel quale si agitano le ombre delle mie passioni”.

Quando nel 2015 ho assistito alla strabiliante rappresentazione degli “Argonauti” con la regia firmata dal Maestro Gatti ho pensato che tanta bravura e tanta magia erano scaturite dall’amore che rendeva omaggio ad Elisa, insomma una magia creata da una serata speciale, adesso, assistendo alle rappresentazioni di quest’anno a S. Maria del Gesù, ho capito che la cifra è costante e si ripete, insomma una garanzia!

Carmela Giannì




Le ricette della Strega (a cura di Adele Susino)

Spaghetti alla chitarra con alici fresche

Ingredienti:

500 Gr di spaghetti alla chitarra, 500 Gr di alici fresche eviscerate e aperte a libro, 1cipolla di Giarratana di media grandezza, 300 Gr di pomodori datterino, 2 cucchiai di origano, 1 peperoncino fresco, q.b. di oli evo e sale, 1bicchiere di aceto di vino rosso

Preprazione:

Mettere le alici in un contenitore con l’aceto per cinque minuti. Tagliare la cipolla a fette e i pomodori a metà. In un tegame dai bordi alti sistemare a strati la cipolla affettata, i pomodori con la parte tagliata rivolta verso il fondo, il peperoncino tritato e le alici aperte, condire con olio, sale e origano e continuare gli strati fino  ad esaurimento  degli ingredienti. Coprire la preparazione con un piatto a contatto mettere il coperchio e cuocere cinque minuti a fuoco vivace e quindici minuti a fuoco basso. Cuocere la pasta, scolarla al dente e unirla al sugo di alici, mantecare qualche minuto, unire origano e olio a crudo e servire.

 




CANCELLARE LA STORIA

Si sa, la Storia la scrivono sempre i vincitori.

Poi, a grande distanza di tempo, arrivano i revisionisti, e la Storia diventa come un calzino, da rigirare a piacimento: tanto la Verità non la conosceremo mai, forse perché non ne esiste una unica, valida per tutti, ma è un concetto astratto soggetto ad infinite interpretazioni. “Rashomon” docet.

Per gli antichi egizi era assolutamente normale sostituire le teste delle statue del faraone defunto con altre ritraenti le fattezze del nuovo re: la stessa Sfinge di Ghiza ha cambiato testa chissà quante volte. Visto che gli egiziani hanno lasciato il più grande corpus di notizie sulla propria civiltà, incise e dipinte sui muri delle tombe e scritte nella enorme quantità di papiri giunti fino al nostro tempo, probabilmente questo uso non era diretto soltanto a cancellare la memoria dei fatti e dei misfatti del sire trapassato, quanto a significare una linea di continuità del potere della sovranità in quanto di origine divina.

La distruzione sistematica di immagini ed effigi non gradite al potere vigente prese corpo e nome – iconoclastia – intorno all’VIII secolo dell’Era Volgare in Bisanzio. Eliminando i simulacri religiosi si intendeva estirpare una rinascente idolatria tra i cristiani e, dal punto di vista strettamente politico, togliere ai musulmani uno dei principali motivi di ostilità verso di essi, gli “infedeli” affetti da iconodulìa.

In tempi a noi più vicini, l’iconoclastia ha abbandonato quasi totalmente l’aspetto strettamente religioso, ed è diventata una pratica prettamente politica.

È nella memoria di tutti noi l’immagine della grande statua di Saddam Hussein abbattuta in diretta televisiva mondiale dai soldati americani come convalida della tesi della raggiunta libertà del popolo iracheno. Tesi rivelatasi subito dopo fallace visto che l’eliminazione dell’unico leader capace di tenere unito il paese in quanto laico, ha innescato lotte fratricide spaventose tra sciiti e sunniti, alimentate senza scrupoli da nazioni, anche europee, per bassi ed innominabili traffici di armi e petrolio. Ora l’Iraq è ridotto a un campo di battaglia dominato dall’odio, dal terrore e dalla miseria, terreno fertile per i movimenti integralisti che seminano morte e distruzione ovunque.

La mano fanatica dei Talebani ha distrutto i grandi Buddha di Bamiyan, così come i seguaci assassini del Califfato continuano a distruggere le testimonianze di un passato non islamico, e perciò impuro e degno di disprezzo. Qui alle motivazioni parareligiose si unisce un significato politico che porta un messaggio chiaramente minaccioso al resto del mondo.

Recentemente la discussa Presidente della Camera Boldrini, fatta oggetto di una incredibile campagna di diffamazione ed eletta a furor di social network nemico pubblico n.1 e capro espiatorio di qualunque cosa, ha avanzato l’ipotesi dell’abbattimento della stele dedicata a Mussolini al Foro Italico di Roma.

Tale ipotesi è estremamente gradita all’ANPI, anzi da anni caldeggiata dai vecchi partigiani che vedono in essa un’insopportabile omaggio alla memoria del duce. Per coerenza, andrebbero abbattuti lo Stadio dei Marmi con l’intero complesso sportivo del Foro Italico, l’EUR e gran parte delle scuole e degli ospedali ancora in uso in tutt’Italia, per non dire che dovrebbero sparire Latina (già Littoria) e Sabaudia, e con esse la pregevole opera degli architetti razionalisti italiani, da Piacentini a Terragni.

La zanzara anofele, portatrice della malaria, tornerebbe a ripopolare le Paludi Pontine, opportunamente ri-allagate. A Ragusa, cancellati gli affreschi di Duilio Cambellotti in Prefettura, spianata Piazza Libertà e con essa la memoria di Filippo Pennavaria, non resterebbe che restituire il primato ibleo alla città di Modica!

Negli Stati Uniti d’America, dove qualunque fenomeno prende proporzioni esasperate, hanno cominciato col demolire i monumenti dei generali sudisti schiavisti e stanno prendendosela adesso con Cristoforo Colombo, passato da intrepido e curioso navigatore, scopritore “moderno” del Nuovo Mondo, a bieco e laido emissario dell’imperialismo europeo, e dunque padre del genocidio dei nativi.

Statue e monumenti dedicati al genovese vengono tirate giù, in alcune città non festeggeranno più il Columbus Day: anche qui, per coerenza, dovrebbero quantomeno cambiare il nome al District of Columbia, dove sorge Washington, e al Ponte Giovanni da Verrazzano, intitolato ad un altro navigatore ed esploratore italiano che, scoprendo per primo la baia di New York, aprì la strada agli olandesi, che comprarono Manhattan dagli omonimi nativi algonchini per 24 dollari!

Cosa sarebbe Trump senza New York? Dove avrebbe potuto erigere la Trump Tower? Grossomodo dovrebbe ringraziare non solo Colombo e Verrazzano ma anche Stuyvesant, ultimo governatore olandese, che la cedette agli Inglesi.

Queste rivendicazioni, dovute ad una doverosa rilettura della storia americana che ha avuto in film come Soldato Blu o Piccolo Grande Uomo uno struggente riconoscimento, vengono portate avanti in questa era balordamente trumpiana in modi tali da rinfocolare mai sopiti odii razziali, dei quali sarebbe bene invece trovare il modo di spegnerli, nel nome di una convivenza civile paritaria.

Continuando di questo passo, i rumeni potrebbero pretendere l’abbattimento della Colonna Traiana, e i siciliani dovrebbero eliminare dalla toponomastica tutti i nomi e i luoghi in odore di Risorgimento, dalle onnipresenti vie Roma ai re e principi sabaudi per finire con l’Eroe dei Due Mondi: Modica resterebbe con le sole vanelle numerate!

Va da sé che queste sono sciocchezze da colpo di calore estivo: nel bene e nel male, quel che è stato fatto resta, e deve restare comunque nella memoria del popolo.

Soprattutto per non rifare gli stessi errori, ma anche per capire e, con umiltà, apprezzare opere d’arte o scelte sociali che i politici d’oggi non hanno la capacità, la cultura, il coraggio né la volontà di promuovere.

lavinia de naro papa




Lettera al Direttore

La triste storia di una storia triste

Un uomo di nome Giovanni anni e anni fa viveva serenamente insieme alla moglie e al piccolissimo Giuseppe, ignaro del fatto che il triste destino un giorno gli avrebbe strappato un pezzo di cuore portandosi via la giovanissima moglie e lasciandolo in un immenso dolore col suo bambino ad affrontare la sua vita segnata ormai per sempre. Passò qualche anno e Giovanni conobbe un angelo (mia sorella) che amorevolmente si prese cura di loro, facendo crescere quel bambino con tanto amore, quell’amore che solo una madre può dare. Gli anni passavano e il piccolo Giuseppe ormai diventato grande si ritrovò all’altare, sotto gli occhi commossi di mamma e papà, per pronunciare il suo Sì, quel sì che l’avrebbe legato alla sua Antonella, una ragazza solare, dal dolce sorriso e gli occhi color del cielo. La gioia e la serenità regnava in queste due umili famiglie, fino al giorno in cui alla povera Antonella fu diagnosticata una terribile e rarissima malattia, per mesi lottò tra la vita e la morte. Al 6° mese di gravidanza i medici vedendo la gravità ed essendo in pericolo di vita sia la mamma che il figlio, decisero di far nascere il piccolo Giovanni. Avvenne un miracolo!!! Antonella e il suo piccolissimo bambino furono salvati, medici e infermieri presero molto a cuore la loro degenza in ospedale e dopo 3 mesi finalmente Giuseppe, Antonella e il piccolo Giovanni in aereo fecero ritorno a casa. La loro vita però era molto cambiata e dovettero fare i conti con la nuova realtà che costringeva Antonella a portare un marsupio con una macchinetta all’interno dove puntualmente ogni giorno veniva introdotto un medicinale che tramite un tubicino collegato arrivava direttamente al suo polmone. Iniziò così il calvario. Ogni due mesi sia la mamma che il piccolino partivano per Bologna per sottoporsi ai controlli di routine rimanendo ogni volta circa una settimana in ospedale

Nonostante tutto, la loro vita continuava normalmente, mia sorella correva sempre ad aiutare, non potendo Antonella fare la mamma a tempo pieno a causa della sua malattia. Una notte però il destino crudele ancora una volta si abbatté su di loro. Mia sorella durante il sonno, in silenzio e in modo discreto (come discreta era sempre stata lei) si addormentò per sempre volando in cielo. Una TRAGEDIA!!!! Giovanni si ritrovò così a rivivere per la seconda volta l’atroce dolore per la perdita della moglie e il povero Giuseppe perdeva la sua seconda mamma che l’aveva amato più della sua stessa vita. Due vite distrutte dal dolore. La vita però doveva continuare e a stenti si tirava avanti, non c’era più quell’angelo che sacrificava se stessa per accudire tutti e, quando sembrava che finalmente un po’ di serenità regnasse in quella casa, ecco all’orizzonte un’altra nube su di loro: Antonella, poco dopo il rientro da Bologna, cominciò a stare male. Ricoverata con urgenza in ospedale, dapprima si pensò ad un problema allo stomaco, ma la situazione degenerò nel giro di pochi giorni, costringendo i medici al ricovero in rianimazione. Pancreatite acuta le fu diagnosticata. Da lì a poco tempo, Antonella chiuse gli occhi per sempre, volando in cielo. Tragedia delle tragedie!!! Padre e figlio accomunati dallo stesso crudele destino… entrambi soli senza la loro dolce metà e il piccolissimo Giovanni che dovette provare l’immenso dolore per la perdita della madre proprio come suo papà Giuseppe in tenera età. Ancora una volta questa famiglia dovette affrontare giornate difficili e dure da superare. il piccolino sballottato dai nonni materni agli amici di famiglia, ai vicini di casa ecc ecc… Ma appena si riesce a trovare un po’ di stabilità in questa famiglia, ecco di nuovo un altro dolore da affrontare: Giovanni, mio cognato, la settimana scorsa esce come al solito con la sua macchina per fare un po’ di spesa, al ritorno posteggia proprio davanti casa, entra e, forse colpito da un malore, cade stremato al suolo privo di vita. Potranno esistere mai parole per confortare mio nipote Giuseppe e il suo piccolino?

No comment…

Una cosa è certa… durante le feste la nostra casa non sarà più la stessa e il nostro morale segnato per sempre.

Maria Ausilia Giallongo

 




È al tramonto la lunga estate calda




CATTIVI NON SI NASCE

Anche io quando cammino per le strade della mia Modica e incontro qualche giovane di colore, ho paura, capisco però che non ne devo avere, perché non c’è niente che lo differenzi dai giovani occidentali.

Gli immigrati o i naufraghi che riescono ad arrivare nei nostri porti sono per la maggior parte giovani, comprese le donne e i loro piccoli. Sembrano, dal più grande al più piccolo, molto invecchiati, ma questo è il sole dell’Africa che li asciuga e li disidrata, esattamente come accade a tutti noi occidentali che, soprattutto d’estate, quando ci sdraiamo a sonnecchiare sotto il sole cocente, diventiamo tutti neri e arrabbiati forse, perché somigliamo di più a loro. Ma forse, inconsciamente il nero è il nostro colore preferito, siamo perennemente vestiti a lutto anche se non sempre di nero ma riusciamo benissimo a riempire le nostre giornate col nero del nostro pianto!

Già, piangiamo e ci rabbuiamo per tutto quello che accade senza però fare nulla per non farlo accadere, piangiamo se muore un giovane, se accadono attentati terroristici, se la terra trema, se crollano i ponti, se le alluvioni uccidono.

Riusciamo ad accettare tutto quello che ci viene proposto, costruito dall’uomo e diamo per scontato che è colpa dell’era in cui viviamo e della natura stessa. Accettiamo tutto quello sentiamo dire, non siamo mai presenti però ai funerali dei figli lontani che ci ammazzano, che magari sono scappati dal nostro paese in cerca di lavoro, di libertà, di diritti. Tutti se ne vanno e immigrano in paesi lontani, dove saranno trattati né più e né meno come dei poveri immigrati neri.

E questo penso sia l’unico scopo dei paesi (per non dire degli uomini) che si credono ricchi e superiori e stanno lavorando per noi, insegnandoci l’inciviltà che ci eravamo lasciati alle spalle grazie a chi per tanti anni ha lottato per la libertà dei suoi figli futuri e a chi ci aveva insegnato ad amare il prossimo come noi stessi. Adesso invece siamo bravi solo a mostrare di piangere per loro, ma sotto sotto siamo felici che le disgrazie altrui non hanno ancora toccato i nostri cari.

E devo dire che noi, da bravi scolaretti, stiamo imparando presto a credere non al bello delle cose ma al peggio che sta irrompendo nelle nostre teste.

Ci fanno credere innanzi tutto che siamo inferiori l’uno rispetto all’altro.

Ci aizzano l’uno contro l’altro rinfacciandoci la nostra provenienza.

Ci insegnano a rubare, a violentare, ad uccidere senza pietà chi si permette di perdere per primo la propria dignità.

Ci stanno proprio insegnando il razzismo e tutto ciò che lo concerne, ci stanno insegnando a catalogarci, a stuprare con le nostre parole i soggetti umani chiamandoli non più uomini ma trans, gay, africani, laziali, pachistani, siciliani, nordisti, sudisti, ecc.

Alle donne stanno mettendo il velo, quello del silenzio, agli uomini la spada in mano per ammazzare chi osa disturbare la quiete della propria assenza.

Non si nasce cattivi, cattivi si diventa e quando accade non è mai per colpa di un colore della pelle o perché si è poveri, ma per le ingiustizie ricevute da parte di chi si crede ricco e si fa padrone della vita altrui, facendolo diventare niente.

Ho paura anche io quando incontro un giovane di colore, ma ne ho molta di più quando quel giovane è bianco e sento che il suo cuore è nero e lo vedo in ogni pubblicità che discrimina chiunque, in ogni strada, in ogni luogo, in ogni posto di lavoro sottopagato, deriso e umiliato dalla sua stessa società che incivilmente gli sta insegnando a odiare chiunque osi contestare che il nero è nero e che il bianco è bianco e che non esistono altri colori per poter dipingere l’amore.

Sofia Ruta

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




versi di versi per versi e detti male detti (di Sascia Coron)

Ottima via di scampo è un fritto misto con calamaretti.

 

Al candidato non fare sapere

quanto è buono il gusto del potere.

 

L’omo è una bestia!

Anche l’etero.

 

Senza stipendio chi lavora come un mulo,

resta padrone di prenderselo al…bar.

 

Il veleno è come il Governo in Italia:

rischia sempre di finire in polpetta.

 

Quelli che fan promesse agli abusivi,

dovrebbero capir l’aria che tira,

solo incoscienti o folli recidivi

sotto i piedi s’accendono la pira.

 

I buoni, per sentirsi tali, donano il proprio bene a quelli che sono nel male perché li sentono fratelli e uguali.

Così, invece di liberarli dal male, alimentano i loro vizi.

 

Si sente nell’aria qualcosa di nuovo,

anzi, un profumo d’antico:

la tregua nasconde le spine del rovo

sotto una foglia di fico.

 

Gli uomini si amano fra di loro solo se hanno terrore di un dio terribile che li punisce con l’inferno se non lo fanno.