sabato, 3 Dicembre 2022

L’AMORE AI TEMPI DEL COLERA AL “PICCOLO PALCOSCENICO”

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La varietà di programmazione del “Piccolo Palcoscenico” è uno dei punti di eccellenza, lo è perché c’è professionalità, buongusto, saperi, abilità sceniche ed interpreti versatili. Pertanto, ogni appuntamento è una garanzia di godimento e un’occasione per dare alimento all’anima.

E’ così anche quando in scena viene portata una performance che formalmente si muove su acque non proprie, come la lettura di un romanzo.

L’hanno chiamata infatti “Te lo leggo io”: Alessandro Sparacino e Michele Arezzo hanno portato in scena un capolavoro della letteratura come “L’amore ai tempi del colera” di Gabriel Garcia Marquez.

Lo hanno fatto senza manipolazioni, semplicemente narrandolo e leggendone piccoli stralci. Lo hanno fatto una sera dell’inizio di marzo, lo hanno fatto con la leggerezza di due danzatori professionisti che si esibiscono in una danza studiata a lungo e agita con l’arte della propria lunga formazione. L’esito è stato semplicemente ammaliante.

Certo il testo è un capolavoro, ma la formula scelta nel porgerlo è stata un capolavoro non da meno. Un’eccellenza!

Sulla scena solamente una poltrona e una scrivania con un lume, disposti simmetricamente.

Sulla poltrona Alessandro Sparacino con il libro in mano, pronto a leggerne qualche stralcio quando il narratore si fermava per prendere respiro, ma, per la maggior parte del tempo solo ascoltatore, come il resto del pubblico, ascoltatore di un ammaliante e trascinante affabulatore, Michele Arezzo, che, seduto alla scrivania, anch’egli con il libro vicino, solo come oggetto transazionale, perché il ruolo assolto è stato quello di narratore.

Questa coppia ha messo in scena un monologo dialogante che è riuscito a fermare il tempo, anzi a cancellarlo, riuscendo a lasciare spazio alla vicenda singolare, fuori dal tempo cronologico e storico dei due personaggi protagonisti del romanzo di Marquez: Florentino Ariza e Fermina Daza, alla loro vicenda che è una danza esasperante e mortale avvinghiata al tempo, che viene sfidato, vissuto, esorcizzato, e alla fine abbattuto ma non distrutto.

Una danza che si misura col beffardo, con il tragico, ma dove l’amore ha la forza di un titano e l’attesa, “cinquantuno anni, nove mesi e sette giorni notti comprese”, costituisce un carburante eccezionale.

Michele Arezzo narra, dipinge il contesto, lo fa con un pennello sottile che non tralascia niente, luoghi, atmosfere, paesaggi, costumi, abitudini, ma traccia anche parallelismi fra contesti, intreccia la solarità nostra locale con l’umidità asfissiante dell’altro luogo, due terre così lontane e così parallele, due nature umane che vivono l’eccesso in ogni manifestazione dell’essere.

Narra e riflette, illustra la vicenda e riflette sulla fragilità umana quando s’imbatte sulla potenza del sentimento amoroso, narra con un fiume inarrestabile di parole, narra accompagnandosi con espressioni del viso e gesti delle mani che emblematizzano stati d’animo e durezza del destino. Racconta con una favella che lascia poco spazio anche al respiro, è inarrestabile come un rullo impresso, non ha bisogno di ricordare, la vicenda la possiede, è in lui come fosse il protagonista, come fosse l’autore della trama.

Si ferma ogni tanto, per rispetto, per lasciare parlare Marquez in persona, cede la parola ad Alessandro che non interrompe il filo di narrazione-riflessione che lo ha preceduto, ma vi s’innesta dando voce all’autore che non si discosta dal narratore neanche nel tono.

Un balletto magico, un passo a due mirabile, un unisono fatto di “assoli” che si avvicendano senza cambiare passo, senza mutare stile, senza discontinuità all’orecchio e all’occhio dello spettatore- uditore.

Una danza mirabile come se questi due (Alessandro e Michele) fossero una coppia fissa da sempre.

Uno spettacolo, anzi un esperimento di quelli che penetrano dai pori della pelle e sedimenta nell’anima dello spettatore e che, mi auguro, il “Piccolo Palcoscenico” voglia ripetere ancora.

Carmela Giannì     

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