sabato, 3 Dicembre 2022

MA COS’È DAVVERO LA DISABILITÀ?

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Tutto il mondo ha pianto la morte di Stephen Hawking. Un uomo totalmente disabile nel corpo ma con la mente di un genio. Fisico, cosmologo, matematico, astrofisico, ha nobilitato l’ingegno umano con le sue ricerche, fra cui forse la più nota è quella sui buchi neri.

All’età di 21 anni gli fu diagnosticata una Sla, con la previsione di solo altri due anni di vita, previsione che fortunatamente è stata smentita dalla realtà, che gli ha consentito di vivere fino a 76 anni.

Nonostante la malattia, ha avuto una vita piena, si è sposato, ha avuto tre figli, ha collaborato coi Pink Floyd, ma soprattutto la sua mente ha lavorato, ha lavorato come poche, infatti i suoi studi hanno rivoluzionato la cosmologia e l’astrofisica arricchendo enormemente il mondo della scienza.

Non sta però a noi ripercorrere le innumerevoli importanti tappe della vita del grande scienziato, ché in questi giorni in tanti l’hanno fatto con ben più autorevolezza e competenza. In questo spazio vorremmo porre l’attenzione su una frase che si è diffusa su Facebook alla notizia della sua morte, non una fake stavolta, ma una frase che dovrebbe farci riflettere tutti e parecchio (ma su Facebook, si sa, si scrive tanto e si riflette poco): “L’Italia è quel posto dove si piange per la morte di Hawking e poi si parcheggia l’auto sul posto riservato ai disabili.”. Di questo siamo sicuri: magari proprio chi stava commentando con dolore, forse addirittura sincero, la notizia, appena scorgeva un buchetto in cui parcheggiare la macchina ci s’infilava senza rispettare quel cartello che indicava che quel posto era riservato a chi aveva, almeno fisicamente, problemi ben più gravi che trovare un parcheggio nel caos della città.

Disabile. Ma che vuol dire realmente questa parola? Comunemente la si contrappone al termine “normale”. La normalità dovrebbe presupporre che tutti gli individui siano uguali, ma allora non sarebbero individui bensì una massa amorfa, un insieme di cloni l’uno dell’altro. Per fortuna non è così. Per fortuna della razza umana, questa è composta da singole individualità, ognuna diversa dall’altra, fatta di corpo e di mente. Se è il corpo a presentare delle deficienze, allora si parla di disabilità. Ma quando è la mente? Quelle persone decerebrate che si sentono superiori solo attraverso l’uso della forza fisica o, ancora peggio, attraverso la forza fisica che nasce dall’essere un gruppo, un gruppo fornito di muscoli ma non di cervello, non sono forse anch’esse disabili in quella parte fondamentale dell’essere umano che è la materia grigia? Chi pensa solo alla cura del proprio corpo non per renderlo più sano ma solo più bello ha mai provato a girare lo sguardo al di fuori di sé per osservare la vera bellezza che esiste tutto intorno fino a lassù, nel cosmo, oltre le stelle? No, non l’ha fatto, è rimasto povero, probabilmente anche infelice.

Se dunque disabilità indica una carenza, tale carenza non può che avere lo stesso significato sia che colpisca il corpo sia che colpisca la mente, pertanto in qualche modo siamo tutti disabili, perché nessuno di noi è privo di qualche carenza, pertanto “normale” diventa un termine senza significato. Una diversità però c’è fra chi presenta una carenza fisica e chi mentale: chi è disabile nel corpo è capace di soffrire perché sa immaginare la gioia di camminare e correre, chi lo è nella mente non può soffrire perché non comprenderà mai il fascino di pensare e capire. Sarà per questo che si cercano le cure per i disabili nel corpo mentre degli altri non s’accorge nessuno? Ma, visto che di cervelli pensanti al mondo ce ne sono sempre di meno, si può dedurre che la disabilità colpisce la maggior parte degli abitanti del pianeta. Purtroppo la società, incapace di cogliere la disabilità mentale (o, se preferite, spirituale), si è modellata su questa rendendo il mondo, quindi le sue strutture, spesso inaccessibile, o, nel migliore dei casi, non agevole, per tutti coloro la cui disabilità è esclusivamente fisica. Ma questo è un argomento del quale già abbiamo parlato in passato e che sicuramente dovremo affrontare ancora in futuro.

Invero quello che riteniamo di poter affermare è che il concetto di normalità sia un’astrazione totalmente priva di significato, se non forse quello di sminuire la personalità umana a un ripetersi di comportamenti molto spesso privi di motivazione.

Oggi comunque vorremmo chiudere con un messaggio di speranza, quello che ci ha insegnato Stephen Hawking, un messaggio che ciascuno di noi, pur non essendo un astrofisico o un cosmologo può cogliere e fare proprio: “Per quanto difficile possa essere la vita, c’è sempre qualcosa che è possibile fare. Guardate le stelle invece dei vostri piedi”.

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