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La Modica di Enzo Belluardo




L’AMORE AI TEMPI DEL COLERA AL “PICCOLO PALCOSCENICO”

La varietà di programmazione del “Piccolo Palcoscenico” è uno dei punti di eccellenza, lo è perché c’è professionalità, buongusto, saperi, abilità sceniche ed interpreti versatili. Pertanto, ogni appuntamento è una garanzia di godimento e un’occasione per dare alimento all’anima.

E’ così anche quando in scena viene portata una performance che formalmente si muove su acque non proprie, come la lettura di un romanzo.

L’hanno chiamata infatti “Te lo leggo io”: Alessandro Sparacino e Michele Arezzo hanno portato in scena un capolavoro della letteratura come “L’amore ai tempi del colera” di Gabriel Garcia Marquez.

Lo hanno fatto senza manipolazioni, semplicemente narrandolo e leggendone piccoli stralci. Lo hanno fatto una sera dell’inizio di marzo, lo hanno fatto con la leggerezza di due danzatori professionisti che si esibiscono in una danza studiata a lungo e agita con l’arte della propria lunga formazione. L’esito è stato semplicemente ammaliante.

Certo il testo è un capolavoro, ma la formula scelta nel porgerlo è stata un capolavoro non da meno. Un’eccellenza!

Sulla scena solamente una poltrona e una scrivania con un lume, disposti simmetricamente.

Sulla poltrona Alessandro Sparacino con il libro in mano, pronto a leggerne qualche stralcio quando il narratore si fermava per prendere respiro, ma, per la maggior parte del tempo solo ascoltatore, come il resto del pubblico, ascoltatore di un ammaliante e trascinante affabulatore, Michele Arezzo, che, seduto alla scrivania, anch’egli con il libro vicino, solo come oggetto transazionale, perché il ruolo assolto è stato quello di narratore.

Questa coppia ha messo in scena un monologo dialogante che è riuscito a fermare il tempo, anzi a cancellarlo, riuscendo a lasciare spazio alla vicenda singolare, fuori dal tempo cronologico e storico dei due personaggi protagonisti del romanzo di Marquez: Florentino Ariza e Fermina Daza, alla loro vicenda che è una danza esasperante e mortale avvinghiata al tempo, che viene sfidato, vissuto, esorcizzato, e alla fine abbattuto ma non distrutto.

Una danza che si misura col beffardo, con il tragico, ma dove l’amore ha la forza di un titano e l’attesa, “cinquantuno anni, nove mesi e sette giorni notti comprese”, costituisce un carburante eccezionale.

Michele Arezzo narra, dipinge il contesto, lo fa con un pennello sottile che non tralascia niente, luoghi, atmosfere, paesaggi, costumi, abitudini, ma traccia anche parallelismi fra contesti, intreccia la solarità nostra locale con l’umidità asfissiante dell’altro luogo, due terre così lontane e così parallele, due nature umane che vivono l’eccesso in ogni manifestazione dell’essere.

Narra e riflette, illustra la vicenda e riflette sulla fragilità umana quando s’imbatte sulla potenza del sentimento amoroso, narra con un fiume inarrestabile di parole, narra accompagnandosi con espressioni del viso e gesti delle mani che emblematizzano stati d’animo e durezza del destino. Racconta con una favella che lascia poco spazio anche al respiro, è inarrestabile come un rullo impresso, non ha bisogno di ricordare, la vicenda la possiede, è in lui come fosse il protagonista, come fosse l’autore della trama.

Si ferma ogni tanto, per rispetto, per lasciare parlare Marquez in persona, cede la parola ad Alessandro che non interrompe il filo di narrazione-riflessione che lo ha preceduto, ma vi s’innesta dando voce all’autore che non si discosta dal narratore neanche nel tono.

Un balletto magico, un passo a due mirabile, un unisono fatto di “assoli” che si avvicendano senza cambiare passo, senza mutare stile, senza discontinuità all’orecchio e all’occhio dello spettatore- uditore.

Una danza mirabile come se questi due (Alessandro e Michele) fossero una coppia fissa da sempre.

Uno spettacolo, anzi un esperimento di quelli che penetrano dai pori della pelle e sedimenta nell’anima dello spettatore e che, mi auguro, il “Piccolo Palcoscenico” voglia ripetere ancora.

Carmela Giannì     




versi di versi per versi e detti male detti (di Sascia Coron)

La lotta frettolosa fece i cittadini biechi.

 

Gli uomini nascono tutti uguali

ma, per fortuna, alcuni non rimangono tali.

 

Sono un cinico un poco idealista,

chi vince e non chi perde mi rattrista.

 

La gente accorta

butta il cretino fuori dalla porta

e quella destra

sbarra con cura pure la finestra.

 

Le palle di pelle di pollo fatte da Apelle figlio di Apollo stanno a galla.

Tutte le altre si rompono facilmente e non galleggiano.

 

L’unica vera certezza dell’uomo è la morte.

Non si capisce perché debba spendere tutta una vita per raggiungerla.

 

 

 




ATTENTI ALLE SVISTE IN PERIODO PREELETTORALE!

In periodo di elezioni, si sa, i miracoli avvengono, quindi puntualmente a Modica se non è apparsa la Madonna è però ricomparsa Villa Cascino, della quale si era quasi perduta memoria, e il 10 marzo è stata inaugurata la Biblioteca Comunale. O meglio, è stata riaperta dopo anni di vergognosa chiusura. E’ stata allocata nel restaurato Palazzo Moncada, oggi Palazzo della Cultura.

Sulla biblioteca il Sindaco ha pure realizzato un video, diffuso poi su internet, nel quale illustra le varie sezioni in cui questa è suddivisa e che comprendono dallo spazio per i ragazzi al sacrario (perdonate se lo chiamiamo così, ma chi ama veramente i libri ci può capire) dei volumi più antichi e preziosi, fino alla sala che può ospitare incontri e conferenze.

Dei tanti visitatori che hanno affollato l’inaugurazione (già, anche in tempo di tecnologia avanzata, di lettura digitale, di computer e tablet sempre a portata di mano, la biblioteca continua a rappresentare, per un paese di antica tradizione culturale, il cuore pulsante della memoria, della storia, dell’identità stessa di quella comunità) molti ricordavano com’era l’antico palazzo prima del restauro e hanno saputo apprezzare l’opera come era stata realizzata, la cura dei particolari, l’atmosfera elegante e accogliente che ora vi si respira.

Eh, sì, in periodo di elezioni i miracoli accadono davvero!

In periodo di elezioni accade però anche che i cittadini siano più attenti. Attenti a quello che succede intorno a loro, ma anche alle parole di quelle persone che si aspettano il loro voto. Forse è stato proprio per questo che in tanti hanno notato come, al momento dei ringraziamenti rivolti dal Sindaco a tutti coloro che avevano contribuito alla realizzazione di quest’opera così importante per la città, ringraziamenti spesi per tutti, ma proprio tutti, sia invece stato dimenticato il nome dell’architetto il cui lavoro in un’opera di restauro non può che giganteggiare rispetto a qualsiasi altro, per questo si sono rivolti a noi per conoscere questo nome.

E’ stata sicuramente una svista, ma una svista che è stata pesantemente notata e che, come appena detto, ci è stata segnalata, pertanto vogliamo informare tutti coloro che ce l’hanno chiesto, e in ogni caso ricordare a chi avrà la bontà di leggerci ancora, che il lavoro di restauro è merito della professionalità e del buon gusto dell’architetto Stefania Minardo, che (altra svista) non è stata nemmeno invitata all’inaugurazione alla quale ha presenziato solo come accompagnatrice di una scolaresca. Cose che succedono.

Ninì Giudici




SAN GIUSEPPE, UN UOMO GIUSTO

Non so se qualcuno ha mai pensato a San Giuseppe come a una metafora che dovrebbe rispecchiare tutti gli uomini e i padri sulla terra (sono certa che sì, sicuramente se andiamo a cercare troveremo notizie che non leggiamo mai ma oggi voglio scrivere ad occhi chiusi solo un mio pensiero).

Io, in questi giorni, ho avuto modo di pensare che potesse esserlo.

Povero e umile lavoratore, uomo dubbioso davanti al miracolo della gravidanza della moglie Maria, in cerca di una risposta ma teso soprattutto al modo di salvare la sua sposa dalla lapidazione. Un uomo che conosce l’amore che vive e cresce nel rispetto.

Da subito grande sposo protettore e custode di Maria gravida che porta con sé a Bethlemme per farla partorire lontano dall’eccidio. Padre putativo di Gesù che amò tanto, insegnandogli da piccolo anche la sua arte. Discreto e silenzioso, a un passo, ammirava suo Figlio e. pur se con paura forse, accettò il suo progetto per la vita. Un Figlio che quando lui morì, pianse e gli lavò tutto il corpo come un padre.

La festa del papà, dunque, è la festa che ci ricorda un grande uomo, un grande lavoratore, un grande Santo, prima che nel cielo, sulla terra con la sua famiglia e col mondo tutto.

E quali uomini dovrebbero popolare il mondo se non uomini come lui, uomini giusti?

Un uomo che sa camminare nel buio proteggendo e custodendo la sua famiglia, restando fermo nei problemi del giorno, superandoli con coraggio e dedizione. Un uomo che diventa padre ogni volta che si prende cura di un suo simile. Un uomo che dignitosamente non farebbe mai del male alla propria sposa e la rispetta, al proprio figlio, al proprio tutto del mondo. Un papà perfetto in tutte le sue imperfezioni.

Auguri per ogni giorno che riusciamo ad essere padri nel giusto.

Sofia Ruta




Buona Pasqua da La Pagina con l’artista Roberto Cesareo




Le ricette della Strega (a cura di Adele Susino)

Petto di pollo con mandorle e zenzero

Ingredienti:

1 petto di pollo intero, un pezzetto di zenzero da circa 5 cm, 3 spicchi d’aglio, 1 porro, 1/2 bicchiere di salsa di soia, 1 tazza di mandorle spellate, Il succo di due limoni, q.b. di olio evo, q.b. di farina di riso

Preparazione:

Pulire il petto di pollo dalle cartilagini e dall’ossicino e tagliarlo in due parti, metterlo in una ciotola a macerare con la salsa di soia, il succo di limone, l’aglio e lo zenzero tagliato a fettine, coprire la ciotola con la pellicola e lasciarlo in frigorifero per circa due ore. Fare tostare le mandorle e tagliarle a filetti. Affettare il porro e farlo saltare nel wok con poco olio, infarinare i petti e unirli al porro nel wok, farli rosolare e aggiungere la marinata, senza l’aglio, le mandorle e completare la cottura aggiungendo dell’acqua calda sufficiente a formare una salsina densa. Tagliare il pollo a fettine sottili, rimetterlo nel wok, aggiungere succo di limone e un filo d’olio, far saltare pochi minuti e servire con un’insalata di spinaci, fragole, noci e scaglie di grana condite con una vinaigrette di olio di sesamo e d’oliva emulsionato con succo di limone e salsa si soia.




MA COS’È DAVVERO LA DISABILITÀ?

Tutto il mondo ha pianto la morte di Stephen Hawking. Un uomo totalmente disabile nel corpo ma con la mente di un genio. Fisico, cosmologo, matematico, astrofisico, ha nobilitato l’ingegno umano con le sue ricerche, fra cui forse la più nota è quella sui buchi neri.

All’età di 21 anni gli fu diagnosticata una Sla, con la previsione di solo altri due anni di vita, previsione che fortunatamente è stata smentita dalla realtà, che gli ha consentito di vivere fino a 76 anni.

Nonostante la malattia, ha avuto una vita piena, si è sposato, ha avuto tre figli, ha collaborato coi Pink Floyd, ma soprattutto la sua mente ha lavorato, ha lavorato come poche, infatti i suoi studi hanno rivoluzionato la cosmologia e l’astrofisica arricchendo enormemente il mondo della scienza.

Non sta però a noi ripercorrere le innumerevoli importanti tappe della vita del grande scienziato, ché in questi giorni in tanti l’hanno fatto con ben più autorevolezza e competenza. In questo spazio vorremmo porre l’attenzione su una frase che si è diffusa su Facebook alla notizia della sua morte, non una fake stavolta, ma una frase che dovrebbe farci riflettere tutti e parecchio (ma su Facebook, si sa, si scrive tanto e si riflette poco): “L’Italia è quel posto dove si piange per la morte di Hawking e poi si parcheggia l’auto sul posto riservato ai disabili.”. Di questo siamo sicuri: magari proprio chi stava commentando con dolore, forse addirittura sincero, la notizia, appena scorgeva un buchetto in cui parcheggiare la macchina ci s’infilava senza rispettare quel cartello che indicava che quel posto era riservato a chi aveva, almeno fisicamente, problemi ben più gravi che trovare un parcheggio nel caos della città.

Disabile. Ma che vuol dire realmente questa parola? Comunemente la si contrappone al termine “normale”. La normalità dovrebbe presupporre che tutti gli individui siano uguali, ma allora non sarebbero individui bensì una massa amorfa, un insieme di cloni l’uno dell’altro. Per fortuna non è così. Per fortuna della razza umana, questa è composta da singole individualità, ognuna diversa dall’altra, fatta di corpo e di mente. Se è il corpo a presentare delle deficienze, allora si parla di disabilità. Ma quando è la mente? Quelle persone decerebrate che si sentono superiori solo attraverso l’uso della forza fisica o, ancora peggio, attraverso la forza fisica che nasce dall’essere un gruppo, un gruppo fornito di muscoli ma non di cervello, non sono forse anch’esse disabili in quella parte fondamentale dell’essere umano che è la materia grigia? Chi pensa solo alla cura del proprio corpo non per renderlo più sano ma solo più bello ha mai provato a girare lo sguardo al di fuori di sé per osservare la vera bellezza che esiste tutto intorno fino a lassù, nel cosmo, oltre le stelle? No, non l’ha fatto, è rimasto povero, probabilmente anche infelice.

Se dunque disabilità indica una carenza, tale carenza non può che avere lo stesso significato sia che colpisca il corpo sia che colpisca la mente, pertanto in qualche modo siamo tutti disabili, perché nessuno di noi è privo di qualche carenza, pertanto “normale” diventa un termine senza significato. Una diversità però c’è fra chi presenta una carenza fisica e chi mentale: chi è disabile nel corpo è capace di soffrire perché sa immaginare la gioia di camminare e correre, chi lo è nella mente non può soffrire perché non comprenderà mai il fascino di pensare e capire. Sarà per questo che si cercano le cure per i disabili nel corpo mentre degli altri non s’accorge nessuno? Ma, visto che di cervelli pensanti al mondo ce ne sono sempre di meno, si può dedurre che la disabilità colpisce la maggior parte degli abitanti del pianeta. Purtroppo la società, incapace di cogliere la disabilità mentale (o, se preferite, spirituale), si è modellata su questa rendendo il mondo, quindi le sue strutture, spesso inaccessibile, o, nel migliore dei casi, non agevole, per tutti coloro la cui disabilità è esclusivamente fisica. Ma questo è un argomento del quale già abbiamo parlato in passato e che sicuramente dovremo affrontare ancora in futuro.

Invero quello che riteniamo di poter affermare è che il concetto di normalità sia un’astrazione totalmente priva di significato, se non forse quello di sminuire la personalità umana a un ripetersi di comportamenti molto spesso privi di motivazione.

Oggi comunque vorremmo chiudere con un messaggio di speranza, quello che ci ha insegnato Stephen Hawking, un messaggio che ciascuno di noi, pur non essendo un astrofisico o un cosmologo può cogliere e fare proprio: “Per quanto difficile possa essere la vita, c’è sempre qualcosa che è possibile fare. Guardate le stelle invece dei vostri piedi”.

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TURISMO A MODICA: OCCASIONE DI SVILUPPO. MA ATTENZIONE AI FURBI

Modica si appresta a vivere un’altra stagione estiva all’insegna di buoni auspici in quanto a presenze turistiche. Le previsioni, stando alle informazioni provenienti da Palazzo San Domenico, sembrano ottime. Ma, come si dice in questi casi, c’è il rischio che qualcuno “se la canti e se la suoni”.

E, allora, anche a beneficio di chi governa, è opportuno fare una carrellata su alcuni aspetti che caratterizzano i flussi turistici a Modica.

Fuor di dubbio che il cioccolato sia un richiamo importante. Ma, attenzione!, non bisogna ripetere gli errori che furono compiuti negli Anni Settanta quando i turisti tedeschi abbandonarono in massa Marina di Modica per i “bidoni” messi in atto, soprattutto, da commercianti e imprenditori che si illusero di poter impunemente “spennare” gli stranieri praticando prezzi alle stelle su vitto e alloggio. Necessario fare tesoro di quella esperienza con il prodotto-simbolo, il cioccolato, offrendo qualità e servizio. Sono i due semplici “segreti” per far rimanere e tornare in città i turisti.

Ma, a Modica, sarebbe necessario anche creare un sistema moderno ed efficiente per la fruizione di beni culturali e monumentali. I turisti devono essere “guidati” (non soltanto nei soliti negozi di dolciumi) verso chiese, musei, palazzi nobiliari: basterebbe un’adeguata segnaletica, strategicamente posizionata, per evitare ai forestieri “percorsi del nulla” alla ricerca di qualcosa da vedere. Questo si potrebbe fare senza eccessive spese e sarebbe compito di quel Consorzio Turistico che, purtroppo, continua ad essere un fantasma, sempre evocato e mai apparso nell’opera di promozione del territorio. Un grave handicap che penalizza il fenomeno turistico. Una pecca alla quale bisogna porre rimedio al più presto se si vuole veramente fare quel salto di qualità che la Città merita. A meno che non si voglia continuare a “vivacchiare” o, peggio ancora, a ripetere gli errori del passato.

Modica merita che la sua storia, le sue tradizioni, la sua cultura siano diffuse ai turisti nella maniera giusta, senza narrazioni “acrobatiche” o furberie estemporanee: servirebbero solo a danneggiare quello che è stato costruito e realizzato da modicani lungimiranti e veramente innamorati della Città.

Concetto Iozzia




QUANDO LA TOPPA È PEGGIO DEL BUCO

Che si viva in un mondo pieno di incertezze, di trappole e di cattiverie è purtroppo la dura realtà alla quale è quasi impossibile sfuggire. Per raddrizzare tutte le storture derivate dal malinteso uso della globalizzazione – concetto di per sé validissimo ed encomiabile – servirebbe un accordo plebiscitario sovranazionale.

L’organismo destinato alla collaborazione tra le tante realtà nazionali esiste già, si chiama ONU, ma tutti sappiamo quanto venga resa ininfluente ed inutile ogni sua azione quando essa sottintenda la limitazione dei privilegi di cui godono le grandi potenze, che hanno il potere di veto.

Analogamente si comportano tutti gli organismi assembleari, anche se formalmente dichiarati “democratici”.

Il Parlamento italiano, formato da un numero eccessivo di “delegati” ad esercitare il potere legislativo da parte di un elettorato disincantato, deluso e numericamente modesto, non fa eccezione.

Le tanto decantate e richieste riforme si sono rivelate troppo spesso dannose, soprattutto per le fasce più deboli e indifese della popolazione. La legge Fornero ha permesso un miglioramento del PIL, ma ha gettato nella disperazione e nella miseria una gran quantità di persone, che da un giorno all’altro si sono viste privare del lavoro ed allontanare dalla possibilità di andare in pensione ad un’età non troppo prossima alla tomba.

I rimedi adottati si sono rivelati quasi tutti dei palliativi, quando non addirittura delle tragiche prese in giro: i tanto strombazzati 80 euro in busta paga per parecchi lavoratori hanno significato l’accesso allo scaglione di reddito superiore e, avendo sforato il limite magari per pochi centesimi, sono stati costretti a restituire il beneficio ricevuto.

Per contro, tutti i tentativi di limitare/abolire i privilegi o i poteri accessori di cui godono i parlamentari, sono miseramente naufragati.

Similmente, i tagli alla spesa pubblica hanno colpito i settori politicamente più deboli nella contrattazione: i malati, i disoccupati, i tutori dell’ordine, la scuola, la protezione civile, e via discorrendo. Il risparmio così ottenuto, con lacrime e sangue, non ha minimamente riscosso il premio di ricaduta tanto atteso: nulla infatti ha intaccato la corruzione, vera responsabile del dissesto generale del paese, mentre si è visto incentivare in modo intollerabile il disagio della gente.

Scendendo vertiginosamente di scala, abbandonando i massimi sistemi, arriviamo a Modica, e parliamo anche qui di buchi mal rattoppati, quelli a livello terra-terra.

Che le nostre strade siano mal ridotte e mal gestite è cosa nota, sorte ahimè condivisa da gran parte dell’intera nazione. Quello che più dispiace è che un territorio, ricco di risorse asfaltifere, sia costretto a rattoppare in continuazione strade perennemente interessate da lavori di scavo per riparazioni di acquedotto e fognatura, o per passaggio di cavi elettrici e fibra. Evidentemente i lavori di ripristino della pavimentazione stradale sono mal fatti ed eseguiti usando prodotti bituminosi di scarsa qualità.

Basta un modesto acquazzone a intaccare e portar via le toppe, ed ogni volta il buco s’ingrandisce. Quando le buche sono troppe e il profilo della strada risulta deformato oltre ogni limite di decenza, l’asfalto viene “grattato” e il tappetino rifatto e, per qualche tempo, i modicani sfrecciano felici su un biliardo, dribblando ovviamente le buche rappresentate dagli innumerevoli tombini che risultano parecchio infossati rispetto al piano stradale. Cosa che in Germania è ritenuta inammissibile: un recente filmato passato in televisione ha documentato come, a fine lavori di ripristino del manto stradale, un ispettore munito di livella controlli il perfetto allineamento altimetrico del tombino!

Al disagio provocato da buche, fossi, sprofondamenti e crepature si devono aggiungere i sobbalzi scassa-schiena e scassa-sospensioni provocati dai dossi artificiali, posizionati con lo scopo di dissuadere gli automobilisti a circolare velocemente. Che i limiti di velocità siano poco rispettati è certo, e che troppi incidenti siano provocati da eccessi di guida “sportiva” di individui incoscienti, magari anche alticci, fumati e sniffati, distratti dallo smartphone sempre in mano, è indiscutibile.

A proposito dei dissuasori e degli attraversamenti pedonali soprelevati, il nuovo Codice della Strada non determina regole precise per la tipologia, i materiali, le dimensioni e la segnaletica. Questo buco legislativo consente, come al solito in Italia, scelte trasversali, in bilico tra il lecito e l’illecito.

Il problema della sicurezza dei pedoni ha spinto numerosi enti, tra i quali anche il comune di Modica, a permettere l’uso dei dossi artificiali anche su strade dove circolano con frequenza ambulanze, vigili del fuoco e veicoli della pubblica sicurezza, oltre ai mezzi di trasporto pubblico. I dossi artificiali, per legge, possono essere posti in opera solo su strade residenziali, nei parchi pubblici o privati e devono essere proporzionati alla velocità massima ammessa nelle singole realtà.

Da qualche tempo si va affermando l’uso degli attraversamenti pedonali soprelevati, intesi come prolungamento dei marciapiedi, e quindi come spazi destinati esclusivamente al traffico pedonale, dove il veicolo può passare ma a velocità ridotta e dando sempre la precedenza al pedone. Alcune provincie, come quella di Torino, hanno condotto studi sul problema in collaborazione con istituti universitari e, sulla scia di esperienze fatte in altre nazioni, hanno emanato delle norme comportamentali di stretto ambito locale.

In attesa che il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, che è l’unico ad avere il diritto/dovere di emanare direttive aventi effetto di legge, lo faccia, non resta che agire secondo il buonsenso e solo per necessità effettive di sicurezza, e non per scimmiottare scioccamente cose viste in altre realtà.

Nel giro di pochissimi giorni la nostra città si è dotata di attraversamenti pedonali rialzati in prossimità di tutte le scuole. Ottima cosa in teoria, ma un disastro in pratica.

Forse per inesperienza progettuale e per eccesso di frettolosità nella realizzazione, la circolazione veicolare si è trovata penalizzata da manufatti raccordati al piano stradale con pendenze simili a veri e propri scalini e non con rampe dalla pendenza massima del 10%. Il passaggio continuo dei veicoli e un paio di giorni di pioggia ne hanno sbriciolato i bordi, aumentando il dislivello e creando fossi suppletivi in cui l’acqua ristagna. Le strisce gialle di segnalazione dipinte sono sparite in breve tempo.

La larghezza raccomandata per questi passaggi pedonali soprelevati è di almeno m.3 per il piano di calpestio, oltre a circa m.1,80 di rampe per parte: queste sono le misure minime per consentire il passaggio agevole e sicuro dei pedoni e un attraversamento dolce, privo di doppio sobbalzo, ai veicoli. Solo gli attraversamenti realizzati nei pressi del polo scolastico della Sorda si avvicinano a questi standard che, ripetiamo, sono consigliati sulla base di esempi esteri collaudati da tempo, ma non normati da nostre leggi.

Tutti gli altri sono dannosi o pericolosi. Sono di ostacolo per tutti i veicoli di soccorso, creano disagi ai passeggeri, causano sbandamenti e cadute a motociclisti e ciclisti, non proteggono i pedoni. Un’ambulanza con un infartuato a bordo o un mezzo antincendio dei pompieri non devono trovare ostacoli che ne possano inficiare il servizio pubblico d’urgenza!

Da parte dell’amministrazione comunale è partita un’azione legale contro la ditta esecutrice dei lavori malfatti, ma non sappiamo se qualche azione risarcitoria dei danni sia stata intrapresa contro chi ha progettato questi nefasti manufatti.

Il colmo dell’assurdo è ben rappresentato in Via Loreto-Gallinara da un passaggio pedonale rialzato, o meglio, da un dosso impercorribile a piedi, realizzato in un tratto di carreggiata molto stretto e che collega due pseudo-marciapiedi larghi poche decine di centimetri fronteggianti due muri ciechi! L’unica giustificazione, peraltro risibile, è che in fondo ad una stradella limitrofa senza sbocco c’è una scuola materna: forse, ricevuto l’ordine di munire comunque ogni struttura scolastica di attraversamento rialzato, qualche solerte genio comunale avrà fatto la bella pensata di fare un passaggio pedonale dove i pedoni non possono fisicamente passare. Coi soldi pubblici si fa veramente di tutto…

Per contro, il primo cittadino ha annunciato che analoghi passaggi pedonali soprelevati verranno posizionati lungo tutto l’asse stradale del Polo Commerciale.

L’attraversamento a piedi della ex S.S. 115 è attualmente quasi impossibile, e realmente il pedone rischia la pelle. Tuttavia, non esistendo viabilità alternativa per i mezzi di soccorso e considerando la posizione della caserma dei Vigili del Fuoco e dell’Ospedale Maggiore, sarebbe opportuno pensare attentamente se è il caso di creare questi passaggi lungo un’arteria trafficatissima per i collegamenti con gli altri centri della provincia, soggetta al passaggio continuo di mezzi pesanti e attualmente in gran parte priva di marciapiedi, per non parlare del fondo stradale pessimo.

La pericolosità di questo asse viario è accentuata dal mancato intervento su incroci viari su cui insistono anche gli accessi di grosse attività commerciali, dove una rotatoria tarda ad essere realizzata. In compenso, micro rotatorie guarnite di massi e piante spuntano come inutili funghi dappertutto.

Comprendiamo, ma non condividiamo, la fregola preelettorale che pare sottendere  a questo tipo di interventi, ma riteniamo che sarebbe molto più fruttuoso in termini di successo politico e sociale affrontare una volta per tutte l’annoso problema della viabilità comunale, partendo da una rigorosa progettazione urbanistica che stabilisca una classificazione delle strade a seconda dell’uso che di queste si fa, scendendo di scala fino alla definizione particolareggiata per la circolazione ciclabile e pedonale.

Confidiamo che la risoluzione di questa problematica sia un pilastro importante nel programma dei candidati alla scomoda poltrona di futuro sindaco.

Non sarà facile: le casse comunali sono vuote e non sarà cosa da poco riuscire a riempirle senza intervenire seriamente sugli sprechi e contemporaneamente pretendere la riscossione di tasse inique che troppo spesso si abbattono su pensionati o disoccupati che faticano a sopravvivere.

Auguri al prossimo primo cittadino, chiunque esso sarà.

Con una preghiera: meno soldi per panem et circenses, e niente toppe peggiori dei buchi.

lavinia p. de naro papa