domenica, 17 ottobre 2021
l'editoriale di Luisa Montù

IL POPOLO COGLIONE NON CI STA

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Ai tempi in cui Roma non era la capitale d’Italia ma il centro del dominio del Papa re, c’era Pasquino. Non era un personaggio reale o forse lo era. Forse era un calzolaio o un barbiere o un fabbro, che metteva versetti satirici, spesso feroci ma sempre rispecchianti con arguzia la realtà del tempo, sul busto di una statua di un eroe greco, forse Menelao, forse Ercole, chissà, che si trovava nei pressi di Piazza Navona. Forse Pasquino era il nome di un maestro di grammatica italiana che insegnava lì nei pressi, usato per rappresentare un personaggio inesistente come singolo ma ben vivo nell’espressione di molti. Forse. Tutto si perde nella leggenda, nella fantasia. Quello che invece non è leggenda né fantasia è la comparsa dei foglietti appesi al collo della statua che, con la loro ironia affilata come uno stiletto, costituivano l’arma più raffinata e pungente nei confronti del potere, perché ne mettevano a nudo debolezze, avidità, pochezza. Denunciavano, è vero, ma lo facevano, come si è detto, con ironia, intelligenza, arguzia, non erano beceramente offensive. Per questo colpivano nel segno, per questo avevano potere.

Oggi purtroppo la satira è rimasta appannaggio solo di pochi eletti comparendo sui media negli spazi appositamente ad essa dedicati o negli spettacoli d’intrattenimento e il più delle volte è grossolana, insomma una spada spuntata. Oggi la denuncia delle malefatte dei potenti avviene attraverso l’insulto, l’offesa volgare che spesso non riflette nemmeno la realtà ma solo la pochezza di chi attacca, soprattutto la mancanza di idee o, cosa gravissima, la totale indifferenza per le idee.

Se questo accadesse solo da parte dei cittadini senza nome o di cabarettisti decaduti, si potrebbe semplicemente pensare che il cosiddetto volgo, sprofondato com’è nell’ignoranza (ma per colpa di chi?), non fa che esprimersi all’infimo livello nel quale è piombato, invece no, quest’atteggiamento è quello assunto proprio dai personaggi politici, quelli che avrebbero la pretesa non solo di rappresentarci ma di guidarci e, udite udite!, di migliorarci. Non si gareggia più sulle idee ma su chi spara l’insulto più roboante e più offensivo, e questo accade con una legge elettorale così ridicola da costringere i partiti (sempre che i partiti esistano ancora, almeno come centro di principi e intenti sociali) ad allearsi per governare a meno di aver ottenuto una maggioranza bulgara, impensabile in un paese come l’Italia. Ci teniamo a ripeterlo: le idee non ci sono o addirittura non interessano a nessuno, così ci si insulta e poi ci si allea.

Ma volete saperlo? Il popolo coglione, per quanto coglione possa essere, non ci sta. Il popolo se ne infischia delle vostre diatribe, dei vostri litigi, spontanei o teatralmente impostati che siano, perché quel popolo coglione, per quanto coglione possa essere, da voi vorrebbe sapere come sarà costretto a vivere nei prossimi cinque anni, in che modo avete intenzione di risolvere i problemi di una città o della Nazione, se e in che modo riuscirete a far funzionare la sanità, la giustizia e la scuola, se continuerete a privilegiare i privilegiati e a lasciar sprofondare gli ultimi sempre di più o se prima o poi deciderete di preoccuparvi della gente per costruire finalmente e non per continuare a distruggere. Il popolo coglione, per quanto coglione possa essere, vuole ascoltare i vostri programmi e, fra questi, scegliere. E vuole garanzie che questi programmi vengano rispettati e, se questo non accade, se non siete capaci di farlo, vuole che sia a lui che dobbiate rendere conto anziché continuare a sbertucciarvi tra di voi, che tanto ormai non vi crede più nessuno.

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