sabato, 3 Dicembre 2022

CORI DA STADIO

image_pdfimage_print

Fra le tante ipocrisie imperanti nella società attuale, c’è l’indignazione per i cori da stadio. Nel momento in cui si è cominciato a porre limitazioni al tifo di curva, vietando, per presunti motivi di ordine pubblico, gli incitamenti alla squadra con canti, tamburi e quant’altro, in cui si è preteso di trasformare i caldi stadi italiani in compassati (ma davvero?) stadi, anzi platee, nordici, i tifosi si sono incattiviti trasformando così i loro inni d’amore in insulti astiosi e crudeli.

Si è deciso, in pratica, di aumentare la repressione, ossia di aggiungere misure punitive a quelle che già dai tifosi erano viste come tali, anche se dalle autorità competenti (ma quanto competenti?) venivano intese esclusivamente quali metodi per mantenere l’ordine.

Soffocare il tifo, incanalarlo in comportamenti da spettatori di un concerto di Uto Ughi, vuol dire snaturarlo, ucciderlo. Vuol dire togliere alla gente un modo sano di sfogarsi, perché cantare, sventolare bandiere, suonare tamburi, anche insultare gli avversari è manifestare passione, vita. “Insultare gli avversari” abbiamo detto. Sì, perché ci sono tanti modi di farlo, anche modi che in un altro contesto potrebbero apparire offensivi ma che allo stadio non lo sono, non lo sono quando poi quegli avversari, che si sono ferocemente insultati tra loro, uscendo se ne vanno a cena insieme, perché, guarda un po’, sono amici da sempre, lo sfottò del calcio è solo un gioco. Quando però si lascia che l’ipocrisia la faccia da padrona, quando si costringe la gente ad andare allo stadio come a teatro, coi posti numerati e la proibizione di cambiarli, col divieto di guidare cori improvvisati e di suonare il tamburo, insomma quando si negano tutti quei modi genuini e innocenti di incitare la propria squadra, allora il tifo diventa cattivo. Finisce lo sfottò ironico e pungente per trasformarsi in insulto vero e proprio. Ecco dunque le frasi pesanti, razziste, che sottendono odio vero, non “sano” odio sportivo. La confusione tra i tifosi poi aumenta in quanto di città in città il metro di giudizio per distinguere l’insulto dall’insulto raziale varia senza spiegazione alcuna da parte di chi giudica.

Eppure avremmo potuto imparare da quello che è accaduto in alcuni paesi del Nord Europa, dove con severissime misure repressive si è riusciti a trasformare i tifosi in spettatori apparentemente compassati, ma si è dovuto constatare che quegli stessi tifosi, appena ne hanno l’occasione, per esempio quando vanno in trasferta in un paese straniero, si trasformano in vandali che distruggono gli esercizi commerciali, le piazze, persino le opere d’arte.

Nel momento in cui qualcosa che è sempre stato considerato innocente viene visto come cattivo è facile che diventi cattivo davvero. Perché l’uomo, specie l’italiano, per sua natura passionale, irriverente, amante della trasgressione, nel momento in cui si sente oppresso perché riceve un’imposizione che non comprende, diventa cattivo, ma cattivo davvero.

Le regole sono importanti, per questo i genitori ne devono imporre alcune ai propri figli così come i governi ne devono imporre ai propri cittadini, però devono essere regole comprensibili e sensate, altrimenti si trasformano in imposizioni arbitrarie e autoritarie, che, per loro stessa natura, invitano alla disobbedienza. Educare vuol dire insegnare, e questo vale sia per i bambini che per il popolo. Ma per insegnare (quindi, lo ripetiamo, educare) occorre che l’insegnante sia consapevole degli insegnamenti che deve impartire, e questo presume conoscerne il significato (che inevitabilmente incide sul risultato che intende ottenere), ma anche conoscere colui che di questi insegnamenti è il destinatario e pertanto saper pesare il modo e il limite con cui impartirli.

C’è poi, fondamentale, quel qualcosa che da tempo in Italia manca: l’esempio. Se un insegnante si comporta in modo responsabile, i suoi alunni impareranno a essere responsabili. Così, se un governo è capace (come da  tanti anni non è più il nostro!) di comportarsi in maniera responsabile, di occuparsi del paese che governa come gli è stato demandato dagli elettori, i cittadini diventeranno anch’essi responsabili, comprenderanno che ogni categoria, così come ogni persona, nella società in cui vive ha un compito e che quel compito lo deve svolgere al meglio, e questo proprio per poter vivere meglio. Lo stesso vale nello sport, negli stadi, dove è legittimo divertirsi, soffrire, gioire, tifare, litigare con gli avversari, ma farlo con quell’ironia che da sempre è stata caratteristica della nostra gente, poi, all’uscita, abbracciarsi e andare a cena insieme. Adesso questo non succede più. Perché? Chi spera di risolvere il problema solo aggiungendo restrizioni su restrizioni farebbe bene a chiederselo.

 

Condividi