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La Modica di Enzo Belluardo




SEMPRE PIÙ CORNUTI E MAZZIATI

Nei giorni precedenti il Natale appena passato, una grandinata di raccomandate spedite dal nostro amato Comune si è abbattuta su un alto numero di famiglie che si accingevano a festeggiare il Santo Bambino a suon di fragranti pastizzi di ciurietti, croccanti torroni e cubaita a tinchitè.

Babbo Natale ha portato in dono ai modicani ingiunzioni di pagamento TARI risalenti agli anni 2012 e 2013, per mancati/omessi pagamenti. Le cifre richieste sono ingenti: gravate di sanzioni, interessi e spese di spedizione, cancellano di colpo le tredicesime appena accreditate, per i fortunati che l’hanno percepita, e gettano nella disperazione chi non viene pagato da mesi o è disoccupato.

Dopo essere riusciti in qualche modo a decrittare il burocratese estremo della missiva, l’unica cosa chiara appare l’importo da versare entro 60 giorni. La tassa riguardante il 2012, passati cinque anni, è prescritta, a meno che l’Amministrazione non abbia interrotto i termini con l’invio di un sollecito di pagamento.

Scattano così frenetiche ricerche di ricevute dei pagamenti fatti o almeno dei solleciti o delle bollette originarie. I contribuenti ordinati vanno a colpo sicuro, trovano l’incartamento relativo alla tassa, e controllano l’effettivo stato dei pagamenti richiesti. I disordinati, quelli che hanno fatto un trasloco, quelli che hanno in casa situazioni difficili, probabilmente non trovano nulla. Comunque è evidente che, per contestare le richieste di doppi pagamenti o per chiarire la situazione eventualmente debitoria, il cittadino deve recarsi presso l’ufficio posto in Corso Umberto al pianterreno dell’ex Palazzo delle Poste.

E qui la situazione si fa grottesca.

Dopo aver girato per almeno mezz’ora invano, se si è fortunati finalmente si trova un parcheggio a diverse centinaia di metri da Piazza Monumento. Possibilmente sotto la pioggia battente, scansando torrenti che vengono giù da grondaie e vicoli, saltando pozzanghere e dribblando sedie, tavolini e fioriere di decine di dehors dei ristopub, cafeterie, scaccerie e compagnia bella, finalmente si guadagna la porta dell’ufficio.

A questo punto possono succedere le seguenti cose: la porta è chiusa, hai sbagliato giorno, e te ne torni a casa incavolato, oppure la porta si apre e precipiti nella bolgia dei dannati costretti in uno spazio ristretto a file interminabili per riuscire a parlare con una delle gentili signore, dipendenti comunali, che possono solo controllare al computer la spedizione dell’ingiunzione ma senza dare l’accesso alla documentazione cartacea, e che non sanno dire se la tassa evasa riguarda il mancato pagamento di rate o la presunta mendace dichiarazione della quantità di metri quadri della casa.

Vieni perciò dirottato verso una scrivania dove siede un’altra gentile signora, dipendente da una società privata alla quale il Comune ha dato l’incarico di esigere i tributi evasi. La signora, che viene espressamente da Catania, fa servizio solo il martedì e l’accesso ai suoi servigi è regolato dal distributore di numeri, come al reparto salumeria del supermercato. Sono disponibili solo trenta numeri, già tutti presi: con le pive nel sacco te ne torni a casa. Da notare che il cartello che segnala il giorno e l’orario in cui viene erogato questo servizio, è piccolo ed è affisso sul davanti della scrivania, coperto dalla dolente massa umana in attesa: non lo vedi, e quindi ti viene di pensare “vabbé, torno domani”, col risultato di fare un altro buco nell’acqua. Il giramento di zebedei diventa preoccupante…

Mediamente servono almeno tre visite all’ufficio testè descritto per riuscire a capire il perché della tassa richiesta, per portare la documentazione utile a contestare l’esazione non dovuta o per patteggiare una rateizzazione. Se si pensa che il cittadino ha tempo sessanta giorni per sistemare il contenzioso, è facile che scadano i tempi utili.

Èsignificativamente curioso il fatto che le persone che con aria afflitta e rassegnata fanno la fila siano mediamente molto anziane e dall’apparenza dimessa, che pur di prendere un numero contenuto nell’aurea trentina sono capaci di mettersi pecorilmente in fila davanti alla porta chiusa dalle 7 del mattino: l’ufficio apre alle 8,30! Il Comune sembra voler spremere come limoni gli anziani pensionati che non hanno più la voglia e la forza di opporsi ai soprusi.

Si, perché di soprusi si deve parlare. Un servizio di provata inefficienza, oltremodo aggravata negli ultimi mesi da una demenziale mala gestione della raccolta differenziata, viene fatto pagare, a livello nazionale, non calcolando il numero delle persone che, obiettivamente, producono rifiuti, ma dai metri quadri della superficie della casa! Capita così che un’anziana vedova, che vive sola in una vecchia, scomoda e umida grande casa, paghi quanto una famiglia di cinque persone, possibilmente con bambini piccoli e relativi mucchi quotidiani di pannolini, che occupa un appartamento di cento metri quadri.

La grassazione maggiore però è quella basata sulle dichiarazioni ritenute mendaci riguardanti la superficie della casa. La misurazione utile al fine di determinare l’equa tassa da applicare fu anni fa effettuata da tecnici comunali: il cittadino perciò era convinto di aver pagato correttamente. Adesso, a distanza di tanto tempo, per far cassa senza troppa fatica, è arrivata la bella pensata di far ricalcolare le superfici dalla società esattrice. Quale metodo è stato seguito? Non certo quello, lungo e costoso. di effettuare sopralluoghi e nuove misurazioni, ma quello di estrapolare dai certificati catastali il numero dei “vani”, moltiplicandolo per una quantità forfettaria di metri quadri.

Con questo sistema-scorciatoia, dammusi, sottotetti e sottoscala, privi delle caratteristiche minime di abitabilità ma conteggiati come vani catastali, hanno fatto lievitare la TARI in modo assolutamente iniquo.

La truffa diventa poi particolarmente abbietta se si osserva che colpisce cittadini comunque contribuenti, colpevoli al massimo di morosità, mentre non scalfisce minimamente la considerevole quantità di gente che ha costruito abusivamente e che non ha mai accatastato l’immobile. Gli abitanti di queste case-fantasma, oltre ad evadere totalmente la tassa, sono quelli che non figurano negli elenchi di chi ha ricevuto i secchi multicolori per la differenziata e che, spariti i cassonetti generici stradali, si liberano della spazzatura intasando i cassonetti altrui. Quando questi ultimi sono chiusi a chiave o sono già pieni, il gesto abituale è quello di depositare i rifiuti nei pressi, formando cumuli maleodoranti. La cattiva qualità del servizio di raccolta, insufficiente sia per la dimensione e la quantità dei nuovi cassonetti e mastelli, che per i tempi di raccolta, autorizza il comportamento inurbano degli utenti maleducati, menefreghisti e sbafoni.

Questa situazione è gravemente offensiva nei confronti dei contribuenti.

Utilizzare un gestore di posta privato che consegna bollette già scadute o che si limita a lasciare nella cassetta della posta l’avviso di giacenza, costringe il cittadino a recarsi personalmente o a delegare qualche familiare previa fotocopiatura di documento di riconoscimento e codice fiscale del delegante. Queste poste private cambiano spesso indirizzo, e con la toponomastica modicana c’è da mettersi le mani nei capelli per riuscire a capire dove stanno. Certi gestori poi si appoggiano ad esercizi commerciali, e può risultare difficile capire che devi andare a ritirare una raccomandata dal panettiere o al lavasecco.

Inviare ingiunzioni di pagamento la vigilia di Natale è una cattiveria perché avvelena gli animi, ed è un atto subdolo perché i vari giorni festivi impediscono e rallentano i tempi di accertamento della situazione, avvicinando ulteriormente il termine della decadenza del tempo a disposizione della difesa del cittadino.

Affidare a un privato il servizio di accertamento della natura dell’eventuale situazione debitoria e di esazione dell’imposta, servizio esercitato in locale di proprietà comunate situato in pieno centro città e solo per un giorno a settimana, con tutte le difficoltà sopra descritte, è una palese manifestazione di disprezzo dei diritti civili dei contribuenti.

“Pagare le tasse è bellissimo” fu la lepida affermazione del ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa, spiritoso inventore anche della definizione “bamboccioni” per i nostri figli privi di futuro. Pagare le tasse è un dovere che a non tutti piace. Ma essere obbligati a pagare col massimo disagio possibile è veramente segno che lo Stato considera i contribuenti alla stregua di sudditi o di parco-buoi.

La situazione è intollerabile e basta solo un po’ di buona volontà e di buon senso a correggerla, purché si rinunci alla grassazione abituale dei cittadini che, prima o poi, andranno a votare. E le elezioni amministrative locali sono quelle che risentono meno del fenomeno dell’assenteismo: chi ha orecchi intenda.

Lavinia de naro papa




ALESSANDRO SPARACINO E IL TOPO DELLA VITA

Quando Alessandro Sparacino si cimenta in un monologo non c’è proprio da battere ciglio, il pesce è nella sua acqua, viene fuori l’istrione che è in lui, è strepitoso!

E’ stato così anche sabato 12 gennaio al “Piccolo Palcoscenico” dove ha portato in scena “il Grigio” di Gaber, un testo difficile e piuttosto complesso, ma attualissimo per linguaggio, contenuti e ritmi narrativi.

Il grigio è una narrazione che porta sulla scena i sentimenti, le paure, le debolezze dell’animo umano, analizzate senza pudore né ipocrisie.

Alessandro brandisce con cipiglio tutto questo marasma e lo fa vivere, lo rende materia palpabile, lo porge con quell’abilità che gli consente di riuscire a fare eco dentro l’animo dello spettatore. Certo il genio di Gaber nel leggere l’animo dell’uomo contemporaneo è impareggiabile, ma Alessandro nel porgerlo sa dargli corpo e anima.

Tutta la recitazione si snoda in un crescendo in cui si alternano una folle tensione agonistica, una sarcastica lucidità, e momenti di abbandono che risultano di irresistibile comicità.

Suscita ilarità il protagonista che sembra ingaggiare una lotta apparentemente un po’ infantile per liberarsi da un topo, ma nel condurla supera il suo egocentrismo iniziale raggiungendo i toni di pietas laica.

In questo monologo le parole hanno il potere d’insinuarsi fra i pensieri come tarli, come piccoli roditori perfidi e cocciuti. Un testo dove l’ironia diventa un grimaldello per far emergere le moderne nevrosi, il tutto con l’apparente leggerezza di chi mette in campo la capacità di ridere di se stesso, mostrando un’autoconsapevolezza che sa vestirsi di pietà.

La storia è apparentemente un po’ banale, ma diventa paradossale nel suo svolgersi, assumendo ora i toni della farsa, ora quelli lirici quando ingaggia l’esame di ciò che l’amore dovrebbe essere, ora drammatici quando fa i conti con l’inesorabile solitudine di un uomo che decide di ritirarsi da tutto, dalla melmosa contemporaneità dove non esistono più amici e neanche nemici, per vivere in totale distacco dal mondo.

Un  ritiro per fare ordine dentro di sé, in una casa nuova, lontano dalla famiglia con la voglia di allontanarsi da tutto, riflettere, ritrovarsi, rimettere un po’ a posto le cose della sua vita, la necessità e la volontà di lasciarsi alle spalle la quotidianità di una vita banale intrisa di ipocrisia, volgarità, ma anche il bisogno di allontanarsi da un matrimonio non riuscito, da un’amante delusa, dall’estraneità del figlio,  dall’illusione che “l’Amore è una parola strana, vola troppo, andrebbe sostituita!”
Nella ricerca di questa ipotetica e rigeneratrice pace, il protagonista dovrà affrontare l’astuzia e la malvagità di un ospite inaspettato e indesiderato, un topo, “il Grigio” che lo metterà alla prova nel profondo della sua esistenza tra trappole e inganni in un duello comico e paradossale che metterà in luce la solitudine e i sentimenti dell’uomo.

il Grigio non è solamente un topo, è una metafora,  assume il ruolo dell’esistenza stessa, che non si lascia imbrigliare con espedienti e furbe strategie, l’esistenza come il topo non si lascia domare, richiede e pretende di essere affrontata e fronteggiata con onestà, coraggio, umiltà e fatica, e va guardata in faccia momento per momento, svestita dai miti e dalle idealizzazioni di cui, per debolezza dell’io e per inesistenza del super-io, la ammantiamo e contro cui, noi fragili e nevrotici esseri contemporanei, inciampiamo, ci fratturiamo, ci arrendiamo sconfitti e malconci.

Carmela Giannì




Via Fosso Tantillo. Perdita d’acqua da mesi. Tanto pagano i cittadini




ANCHE IL LUPO HA UN CUORE ** (cyberfavola, narrazione fantasiosa… ma non troppo)

Dicono che da noi il lupo c’era una volta. Non si comincia ogni favola dicendo: c’era una volta? Ora da qualche tempo in giro ci sono solo cani-lupo. Ci sono, ma al guinzaglio del loro padrone. Il cane lupo, o pastore tedesco, infatti, può essere pericoloso tanto quanto il pitbull o come il rottweiler, perciò è meglio stare attenti, starne lontani, perché fidarsi è bene, non fidarsi è meglio; sempre cane è. E come cane deve essere trattato. A maggior ragione, da qualche tempo, è prudente non avventurarsi in contrade che non si conoscono, potreste imbattervi nel lupo vero e proprio, che pensavate scomparso da tempo o migrato in altre zone meno abitate dall’uomo. Supponiamo che, amanti come siete del paesaggio della campagna, pensate di fare una bella passeggiata in contrada Bosco. La chiamano Bosco, probabilmente perché “in illis temporibus” ci sarà stato lì realmente un bosco e per intendersi qualcuno, rispondendo a qualcun altro, rispondeva: vado al bosco, “vaiuovuoscu”. Se andava al bosco, ad es. a far legna, era perché di lupi non ce n’erano più, anche se di bosco si trattava; almeno così lui pensava e a lui avevano detto.

Ma i lupi hanno le zampe e sulle zampe si spostano da un luogo a un altro. E se tutto a un tratto, mentre carico di legna, tra il lusco e il brusco, pensava di tornare a casa, si fosse visto sbarrare il cammino da un lupo? Che avrebbe fatto? Per la paura avrebbe lasciato cadere la legna dalle braccia con grande “tuono” che avrebbe fatto fuggire il lupo a gambe levate. E pure lui a gambe levate, ma dall’altra parte.

Del lupo comune (canis lupus), Hans-Wilhelm Smolik* scrive esisterne 21 sottospecie. La lunghezza media è di 100-120 cm, la coda misura 40-45 cm., l’altezza alla spalla 75-85 cm., nell’aspetto è caratterizzato da un corpo asciutto, dagli inguini molto stretti, lunghe zampe, coda cespugliosa, il più delle volte stretta tra le gambe, testa grossa con fronte spaziosa, muso allungato e appuntito, occhi obliqui e orecchie ritte.

La caratteristica più simpatica del lupo è, però, il suo spiccato senso della famiglia.

Ora qualche lupo o animale a quattro zampe (due + due), molto simile al lupo, mi riferisce qualcuno, è stato notato aggirarsi per le strade cittadine; i lupi, quando hanno fame, non ci vedono dalla fame e arrischiano di avvicinarsi all’abitato e, se possono, e appena possono, aggrediscono le pecore chiuse nell’ovile. Ma in città non ci sono pecore, ci sono cittadini, donne, uomini e bambini di tutte le età. Quatti quatti si avvicinano con fare guardingo e allungano lo sguardo verso la preda. Magari sulle prime il lupo sorride alla preda, ma nella sua testa pensa: ”dopo – quando dico io – farò io i conti”; sì perché in cuor suo (anche il lupo ha un cuore)) sa che i conti li fa solo lui, contrariamente al detto “…poi faremo i conti”. Questo lupo pare abbia occhi “lupigni”; ma per forza – direte voi – è un lupo! Dovrebbe, forse, averli d’agnello? Non può averli d’agnello, perché l’agnello, da che favola è favola, è stato sempre sbranato e divorato dal lupo. E questo invece è un lupo, in carne e ossa, è lui che sbrana e ci trova… gusto.

Guardategli anche le orecchie. Sono ritte! “tendono in alto”. Attenti al lupo: lui “stapi a scutari” (1). Ascolta, ma ciò che ascolta deve servire a uno scopo altro, al suo.

Anche il naso e la bocca è da lupo.

La voce è un po’ camuffata da agnello: ha una vocina un po’ stridula, ma non tanto da non riuscire accattivante e simpatica. Tutto sommato questo lupo è proprio simpatico a tutti (o quasi). Sembra, sembra un lupo docile, addomesticato, amico dei cittadini e della città. Che l’abbia incontrato (beato lui!), durante qualche passeggiata per le campagne e ammansito santo Francesco? La città, lui l’ama, come KaymanB.,(2) proclamava, qualche tempo fa, di amare il suo paese: ricordate? “Amo l’Italia”. Ma amava, per la verità, i suoi interessi, che erano (soprattutto) e sono in Italia!

Il cyberfavolista

(1)  Nel nostro dialetto “scutari o ascutari” significa, talora, più che ascoltare.

(2) Personaggio della sempre viva e attuale “commedia dell’arte” italiana.

*  Hans-Wilhelm Smolik, Enciclopedia illustrata degli animali, Feltrinelli Editore, Milano.

** Nel testo si trovano frasi allusive, qualcuna senza senso (apparente), intendimenti che possono indurre a fraintendimenti. Ma questa è… la favola!




versi di versi per versi e detti male detti

Il migliore amico dell’uomo è il cane del quale l’uomo è il padrone.

Quindi, il miglior amico dell’uomo è una bestia sottomessa.

Ci si pone un dubbio su chi sia la migliore amica dell’uomo.

 

La Costituzione, Legge Fondamentale dello Stato,

è sempre un’ottima occasione per cambiare la zuppa in pan bagnato.

 

Avvocati: l’occhio del patrono ingrassa il cavillo.

Bancari: l’occhio del padrino ingrossa l’avallo.

 

Poltrona vecchia, onor di deretano.

 

In questo eterno tempo di cicale,

esser formica porta sempre male.

 

Sono abbastanza vecchio per capire che ho il dovere

di fare altri errori, diversi da quelli che hanno il diritto

di fare i diversi giovani che non perdonano gli errori fatti dai vecchi.




LA MANCANZA DI RISPETTO CHE UCCIDE

E’ la mancanza di rispetto quello che manca ultimamente in ogni luogo o posto di lavoro.

La mancanza di rispetto delle regole che devono essere messe in atto dall’inizio alla fine in ogni cosa. Mi spiego: iniziamo dai concorsi per posti di lavoro (ospedalieri, scolastici, poste, banche, associazioni o qualsiasi istituzione pubblica o privata), è da lì che si deve iniziare a scegliere le persone oneste e con le giuste qualità per svolgere il lavoro richiesto, ma che siano qualità reali e non immaginarie. Si deve controllare il passato, il presente e il futuro di ogni singola persona, perché quella persona ha il diritto non solo di mostrare quanto vale ma di insegnare, proteggere, curare, rispettare, oltre all’ambiente nel quale viene proiettato per lavorare, le persone che le vengono affidate, dentro a una stanza, una scuola, un ufficio o sulla strada.

Non saranno dunque le telecamere a salvare il mondo dei più deboli e dei più bisognosi ma la giusta osservazione sulla persona che si è ritenuta degna di svolgere un ruolo di competenza, controllandone minuziosamente, e in ogni momento, i passi, i gesti, le parole, il rispetto che mostra verso le cose e le persone che le vengono affidate. Si lavora dall’inizio di ogni cosa e bene, non si aspetta il peggio, ma si previene, collaborando tutti, in ogni campo e insieme.

I falsi soggetti non devono trovare spazio per i loro sporchi giochi, devono essere debellati in partenza, se mai aiutati a risolvere i propri problemi in tutti modi possibili. Lavorare insomma, lavorare veramente tutti, tutte le istituzioni, tutti gli uffici, tutte le scuole, tutte le persone che sono tenute ad applicare nel loro ruolo delle regole umanitarie. Controllare anticipatamente ogni singola famiglia e aiutarla a vivere onestamente e con serenità, perché purtroppo tutto il peggio nelle persone nasce da quello che queste hanno vissuto. Alcuni sono forti e riescono a superare i soprusi aiutando i propri simili, ma tanti, tanti, non capiranno mai che la vita è voler bene se nessuno li ha mai amati e quindi non sapranno amare mai.

Lo stesso vale per la cura di quello che chiamano mostro, il cancro. Non si può vivere di ricerca quando non si fa nulla per informare, per dire e per eliminare dalla nostra vita tutto quello che da tempo ci rende o addirittura ci fa nascere malati. Non si può solo piangere per tutte le vite che ci stanno togliendo, giovani, anziani, bambini, mamme. Prima di tutto, se non lo fanno i nostri Stati che dicono di salvaguardarci pur sapendo quali sono le sostanze che ci uccidono, dovremmo farlo noi, ognuno nel nostro campo, che sia commerciale, artigianale, medico o scolastico, dobbiamo lottare per riprenderci la vita che ci appartiene e che altri hanno acquisito rovinandocela senza rispetto, solo per arricchirsi. Sono troppi i veleni che ci intossicano giornalmente e li troviamo nei cibi, nelle bevande, negli scaffali dei supermercati, nelle farmacie, nelle creme, nelle plastiche, nelle lattine, nelle farine, persino nelle stanze degli ospedali e nell’aria che respiriamo.

Rispettare noi stessi lottando per avere risposte e non solo domande, sarebbe forse fare un passo indietro, eliminare tutto quello che di superfluo ci ha portati alla rovina, mangiare e respirare sano migliorerebbe il nostro modo di vivere e ci farebbe risparmiare non solo economicamente ma anche, e soprattutto, nella salute, torneremmo ad essere felici di sapere, di conoscere e di meravigliarci ancora, senza più bisogno di morire prima e poi magari vedere dentro a una telecamera il colpevole che ha abusato di noi per stolida avarizia o semplice cattiveria.

Sofia Ruta 




CORI DA STADIO

Fra le tante ipocrisie imperanti nella società attuale, c’è l’indignazione per i cori da stadio. Nel momento in cui si è cominciato a porre limitazioni al tifo di curva, vietando, per presunti motivi di ordine pubblico, gli incitamenti alla squadra con canti, tamburi e quant’altro, in cui si è preteso di trasformare i caldi stadi italiani in compassati (ma davvero?) stadi, anzi platee, nordici, i tifosi si sono incattiviti trasformando così i loro inni d’amore in insulti astiosi e crudeli.

Si è deciso, in pratica, di aumentare la repressione, ossia di aggiungere misure punitive a quelle che già dai tifosi erano viste come tali, anche se dalle autorità competenti (ma quanto competenti?) venivano intese esclusivamente quali metodi per mantenere l’ordine.

Soffocare il tifo, incanalarlo in comportamenti da spettatori di un concerto di Uto Ughi, vuol dire snaturarlo, ucciderlo. Vuol dire togliere alla gente un modo sano di sfogarsi, perché cantare, sventolare bandiere, suonare tamburi, anche insultare gli avversari è manifestare passione, vita. “Insultare gli avversari” abbiamo detto. Sì, perché ci sono tanti modi di farlo, anche modi che in un altro contesto potrebbero apparire offensivi ma che allo stadio non lo sono, non lo sono quando poi quegli avversari, che si sono ferocemente insultati tra loro, uscendo se ne vanno a cena insieme, perché, guarda un po’, sono amici da sempre, lo sfottò del calcio è solo un gioco. Quando però si lascia che l’ipocrisia la faccia da padrona, quando si costringe la gente ad andare allo stadio come a teatro, coi posti numerati e la proibizione di cambiarli, col divieto di guidare cori improvvisati e di suonare il tamburo, insomma quando si negano tutti quei modi genuini e innocenti di incitare la propria squadra, allora il tifo diventa cattivo. Finisce lo sfottò ironico e pungente per trasformarsi in insulto vero e proprio. Ecco dunque le frasi pesanti, razziste, che sottendono odio vero, non “sano” odio sportivo. La confusione tra i tifosi poi aumenta in quanto di città in città il metro di giudizio per distinguere l’insulto dall’insulto raziale varia senza spiegazione alcuna da parte di chi giudica.

Eppure avremmo potuto imparare da quello che è accaduto in alcuni paesi del Nord Europa, dove con severissime misure repressive si è riusciti a trasformare i tifosi in spettatori apparentemente compassati, ma si è dovuto constatare che quegli stessi tifosi, appena ne hanno l’occasione, per esempio quando vanno in trasferta in un paese straniero, si trasformano in vandali che distruggono gli esercizi commerciali, le piazze, persino le opere d’arte.

Nel momento in cui qualcosa che è sempre stato considerato innocente viene visto come cattivo è facile che diventi cattivo davvero. Perché l’uomo, specie l’italiano, per sua natura passionale, irriverente, amante della trasgressione, nel momento in cui si sente oppresso perché riceve un’imposizione che non comprende, diventa cattivo, ma cattivo davvero.

Le regole sono importanti, per questo i genitori ne devono imporre alcune ai propri figli così come i governi ne devono imporre ai propri cittadini, però devono essere regole comprensibili e sensate, altrimenti si trasformano in imposizioni arbitrarie e autoritarie, che, per loro stessa natura, invitano alla disobbedienza. Educare vuol dire insegnare, e questo vale sia per i bambini che per il popolo. Ma per insegnare (quindi, lo ripetiamo, educare) occorre che l’insegnante sia consapevole degli insegnamenti che deve impartire, e questo presume conoscerne il significato (che inevitabilmente incide sul risultato che intende ottenere), ma anche conoscere colui che di questi insegnamenti è il destinatario e pertanto saper pesare il modo e il limite con cui impartirli.

C’è poi, fondamentale, quel qualcosa che da tempo in Italia manca: l’esempio. Se un insegnante si comporta in modo responsabile, i suoi alunni impareranno a essere responsabili. Così, se un governo è capace (come da  tanti anni non è più il nostro!) di comportarsi in maniera responsabile, di occuparsi del paese che governa come gli è stato demandato dagli elettori, i cittadini diventeranno anch’essi responsabili, comprenderanno che ogni categoria, così come ogni persona, nella società in cui vive ha un compito e che quel compito lo deve svolgere al meglio, e questo proprio per poter vivere meglio. Lo stesso vale nello sport, negli stadi, dove è legittimo divertirsi, soffrire, gioire, tifare, litigare con gli avversari, ma farlo con quell’ironia che da sempre è stata caratteristica della nostra gente, poi, all’uscita, abbracciarsi e andare a cena insieme. Adesso questo non succede più. Perché? Chi spera di risolvere il problema solo aggiungendo restrizioni su restrizioni farebbe bene a chiederselo.

 




Le ricette della Strega (a cura di Adele Susino)

Polpettone agli agrumi

Ingredienti:
500 gr di carne macinata metà maiale, metà agnello, 50 gr di parmigiano grattugiato, 1 patata lessa, 1 uovo, 1 cucchiaio di bucce di arancia e limone grattugiate, 1 piccolo gambo di lemongrass, 1 ciuffetto di timo limone, 1 cucchiaio raso di capperi, 30 gr di mandorle, q.b. di pangrattato, q.b. di sale, olio e pepe, 3 porri, 1/2 bicchiere di vino bianco, q.b. di succo di arancia, buccia di un’arancia candita, 1 cucchiaio di zucchero di cocco

Preparazione:
In una terrina mescolare la carne con la patata lessa schiacciata, aggiungere il parmigiano, l’uovo, le bucce di agrumi. Frullare insieme le mandorle, i capperi, il timo e il lemongrass, unire il frullato alla carne e aggiustare di sale e di pepe. Formare il polpettone aggiungendo anche il pangrattato, compattarlo e avvolgerlo nella carta da forno. Sistemare il polpettone in una teglia e cuocerlo in forno a 180/200 gradi. Tagliare a julienne la buccia di un’arancia, farla bollire in acqua buttando via l’acqua per almeno 3/4volte, preparare uno sciroppo con poca acqua e lo zucchero, unire le bucce e farle glassare. Pulire i porri, tagliarli a rondelle e farli stufare in un tegame con olio e vino, unire a fine cottura il succo d’arancia e qualche fogliolina di timo fresco. Affettare il polpettone, sistemarlo nel piatto da portata, servirlo bagnato con la salsa di porri e arancia e decorato con le bucce glassate.




QUANDO LA SCUOLA AGLI ALUNNI DÀ… IL CATTIVO ESEMPIO (Un monumento di pensiero zeppo di contorsionismi e acrobazie da circo)

Le parole, quelle che seguono tra “virgolette”, sono espressione di “benvenuto” ai lettori che provano a visitare il sito istituzionale della scuola di cui non parleremo e nel quale ci è capitato, navigando “in cybernetico gurgite vasto”, d’imbatterci per caso.

Benvenuti a Scuola!!!

(…tre esclamativi, non uno di più)

(…omissis…)

 Il nostro obiettivo è la crescita di tutti e di ciascun alunno nel loro essere unici, con il fine che in questa società globalizzata devono essere veramente competitivi e professionali, preparati e responsabili. É questa la nostra sfida ma anche il nostro grande desiderio che, nonostante le problematicità del cammino, ci guida ogni giorno con passione, attraverso un binomio indissolubile con la famiglia ed il territorio, mostrando la Scuola come un laboratorio di umanità e di rispetto oltre che di studio.”

“Credo fermamente nel lavoro di squadra e la passione per questo lavoro, che attiene alle diverse intelligenze valorizzando ancor più l’intelligenza emotiva nella convinzione di vedere un futuro che fa la differenza per la crescita dell’intera città di…

Sono due brani di prosa ripresi –testualmente-da una pagina di un sito .gov (come tiene a precisare il/la dirigente) appartenente a una scuola della nostra amata terra di Sicilia. Dal nome e cognome in calce, pare che autore (o autrice) ne sia il/la dirigente scolastico/a della scuola di cui riteniamo prudente… e caritatevole tacere il nome. A dire le cose come sono o erano o furono o anche… saranno, non c’è dubbio che il/la ds, convinto/a di scrivere con proprietà e organicità espressiva, ci ha anche messo la faccia… tosta e il nome. Può capitare, talvolta, leggendo qualche pagina “astrusa” di non riuscire a trovare un senso, perché non si riesce a trovare il bandolo della matassa; in questo caso, per la verità, né il capo né… la coda. Può essere che non abbia né capo né coda? Può essere!

Leggendo la pagina non ho potuto dare ascolto al mio senso di compassionevole comprensione e chiudere almeno… un occhio (il sempre invocato: “provi a chiudere un occhio…”) e così mi sono messo alla prova, (a solo scopo s’intende…, diciamo “pour m’amuser”, ma non troppo), per cercare di venire a capo dell’arruffato gomitolo, cimentandomi da imperito quale mi riconosco, ad analizzare – secondo grammatica – questi due brani rivelatori e, direi,  sintomatici del valore di una penna come dire… ”felice”.

Analisi della struttura sintattica del testo (organizzazione del pensiero e quindi dell’espressione di esso):

“Ilnostro (è pl.majestatis? o comprende anche i docenti+ATA?) obiettivo è la crescita di tutti e di ciascun alunno nel loro (plurale, ma a chi si riferisce?) essere unici, (è sottinteso: obiettivo?) con il fine che (è pronome relativo? singolare o plurale? oppure è congiunzione?) in questa società globalizzata devono (qual è il soggetto? gli alunni?) essere veramente competitivi e professionali, preparati e responsabili (affollamento di aggettivi qualificativi… buttati lì! Solo per gonfiare la frase, ammucchiare parole e creare aspettative in chi?). É questa la nostra (è ancora plurale majestatis? o comprende chi?) sfida ma anche il nostro (è pluralis majestatis o…) grande desiderio che, nonostante le problematicità (?!) del cammino (quale?), ci (è ancora pl. majestatis?) guida ogni giorno con passione (il grande desiderio guida… con passione!), attraverso (un tunnel?… no…) un binomio (cioè lui/lei, il/la DS e chi altri?) indissolubile (!?sarebbe un miracolo in tempi di separazioni e divorzi!) con la famiglia ed il territorio, mostrando (chi mostra? qual è il soggetto?) la Scuola come un laboratorio di umanità e di rispetto oltre che di studio. (oltre, si capisce… ci mancherebbe!).

Troppa grazia! Si sprecano le parole, buttate lì tanto per concludere il periodo.

In questo successivo periodo (ma può definirsi… periodo?) l’estensore del Benvenuto, dal Noi passa… all’Io, ma di non minore maestà!

“Credo (stavolta, è lui/lei sola!) fermamente nel lavoro di squadra (parole degne di un capitano!) e la passione (è il soggetto? o dipende da…?) per questo lavoro, che (se è pron. relativo, si riferisce a lavoro) attiene alle diverse (diverse, perché di varia natura e grado o perché intelligenze appartenenti a più soggetti!?) intelligenze valorizzando (qual è il soggetto?chi valorizza? sono le intelligenze? o chi o che cosa?ancor più l’intelligenza (torna in campo l’intelligenza!) emotiva nella convinzione (di chi?) di vedere un futuro che fa la differenza (differenza con chi? Tra le altre città e quella dove si trova la scuola? o tra la sua scuola e le altre scuole della città) per la crescita dell’intera città di….”

Scrive il grande Manzoni nell’introduzione a “I promessi sposi”: “Ma, quando io avrò durata l’eroica fatica di trascriver questa storia da questo dilavato e graffiato autografo… e l’avrò data, come si suol dire, alla luce, si troverà poi chi duri la fatica di leggerla?”

A questo punto Manzoni pensò bene di non dover durare l’eroica fatica e decise invece di mettere mano alla penna e di… scrivere, lui, “da par suo” la storia di Lucia e di Renzo: e meno male! La mia vile fatica invece si limita solo all’analisi per mettere a fuoco le… sgrammaticature del messaggio di benvenuto, di cui stiamo dicendo… male.

A usare un’analogia che dia l’idea delle convulsioni, degli arrampicamenti, dei giravolta, delle piroette, dei rabachages, degli arzigogoli, che intridono la prosa di benvenuto, eccovi (qui sotto) un brano di prosa, si spera corretto, ma che offre un’idea del modo di strutturare la frase di chi ha scritto il benvenuto, con similitudine un po’azzardata.

 “Avetepresente un bambino che con la sua mamma va per la strada saltando di là e di qua, ora sotto ora sopra il marciapiede? Le sta a fianco, una volta a destra, altra volta a sinistra, poi corre avanti, poi si sofferma a guardare le treccine d’una bambina che sta passando con la sua mamma, poi insegue un gatto che sta attraversando la strada, mentre la mamma lo richiama. Procedendo la mamma per il suo cammino, le passa avanti, torna indietro e le prende la mano e la tira per il braccio, e la strattona perché si affretti, perché vuole arrivare presto a casa per guardare il suo preferito programma alla tv.”

Il soggetto principale (quello, per intenderci, che fa l’azione) in codesto periodo, sopra proposto alla vostra paziente lettura, come potete osservare, è sempre il bambino.

Non è così nei due brani di prosa sopra riportati. Nei due brani di benvenuto (prendendo lo spunto dalla nostra breve prosa) è come se il soggetto fosse una volta… il gatto, altra volta… la mamma, altra volta ancora… il bambino, altra volta ancora… una bertuccia che penzola, fa le smorfie e salta da un ramo all’altro della giungla.

Leggendo questa prosa pare di essere ritornati tra i banchi della nostra vecchia scuola media, intenti a scrivere, (tra mille contorsioni del corpo sulla sedia ed elucubrazioni della mente alla ricerca di argomenti)… il tema. Il benvenuto del/della dirigente scolastico/a non si può dire che sia… un capolavoro di ben congegnata struttura sintattica. Bisognava, forse, pensarci prima, quando era ancora alla scuola elementare.

A proposito comunque di lingua italiana, giacché ci siamo (ma fuori dal sito incriminato), offro al lettore anche quest’altra… perla. La lingua italiana si evolve: in un recentissimo manifesto, listato di nero, il personale d’un Istituto scolastico privato per la formazione professionale esprime partecipazione al lutto che ha colpito un loro collega docente scolastico, per la morte del padre.  La nomenclatura del personale della scuola, come potete constatare, si arricchisce di un altro… titolo: dopo il collaboratore scolastico ex bidello, dopo il dirigente scolastico ex preside, ora è la volta del docente scolastico ex….- A breve ci sarà anche l’alunno… scolastico.

                                                                                  Il cruschevole accademico