mercoledì, 1 Febbraio 2023

RICORDANDO IL PELLEGRINO DI SOGNI

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Quando nacque La Pagina, nel lontano 1988, eravamo consapevoli, e tristi per questo, che Modica teneva in poco conto quel suo figlio geniale, a volte un po’ folle a volte fin troppo saggio, che rispondeva al nome di Raffaele Poidomani. Nemmeno la sua morte, avvenuta nel 1979, veniva ricordata. Decidemmo pertanto di farlo noi, scegliendo di celebrare questa ricorrenza ogni anno, uscendo in edicola, ogni mese di marzo, il 14, giorno della sua morte, anziché il giorno abitule, dedicando a volte l’intero numero, a volte una pagina, al grande scrittore con articoli, interviste, curiosità, foto. A fornirci il materiale erano soprattutto la vedova, la pianista Federica Poidomani Dolcetti, e un suo allievo, il giornalista Gianni Contino, ma c’erano le testimonianze anche di tante altre persone che l’avevano conosciuto e stimato.

Quando improvvisamente a Modica si scoprì la grandezza dello scrittore/giornalista, ritenemmo che il nostro compito fosse ormai concluso, ma quest’anno, nel quarantesimo della sua morte, vogliamo ancora una volta rivolgergli il nostro omaggio insieme alla nostra gratitudine per averci lasciato, con le sue opere, le immagini indelebili di una Modica e di una società ormai scomparse, che qualcuno in città ancora ricorda e probabilmente rimpiange.

Non avevamo avuto la fortuna d’incontrarlo quando era in vita, ma leggere le sue opere era come averlo davanti e vedere il suo sguardo che si posava con tenera ironia sulla sua città e i suoi abitanti. Amava la vita e amava la verità, cosa molto rara e preziosa. Forse per questo non era particolarmente amato dalla gente, che godeva dipingerlo più attraverso i suoi difetti che le sue qualità. Sicuramente nelle celebrazioni di lui che si terranno nell’arco di quest’anno nessuno ne farà cenno, al più si potrà parlare dei suoi scontri con i politici locali dell’epoca, e forse nemmeno. Probabilmente non si racconterà che spesso i suoi racconti nascevano tra un bicchiere di vino e l’altro, come quello splendido “Mill’anni a navigare”, che fu scritto sul tovagliolino di un bar, quando Raffaele sentì la notizia di un marinaio caduto da una nave e portato dalla marea sulla spiaggia di Pozzallo. “Ma io lo faccio morire, – sogghignò rivolto a Federica, che lo accompagnava sempre – fa molto più effetto”. E nessuno racconterà di quando, leggermente e piacevolmente alticci entrambi, percorrevano le strade di Modica Alta declamando ad alta voce versi un po’ sboccati che prendevano in giro la politica locale… e ridendo come bambini.

Questo suo amore per il vino lo trasformò, nella convinzione della gente, in un ubriacone conclamato quando, dopo un primo ictus seguito da altri, divenne pian piano un bambino da accudire anziché lo scrittore brillante e dissacratore che era sempre stato. Fu Federica colei che lo protesse, sostenne e curò per anni cacciando, come ebbe a dire lei stessa, per tante volte la morte fuori della porta finché, forse in un momento di disattenzione dovuta alla stanchezza, la donna con la falce sgattaiolò in quella stanza e se lo portò via.

Molte cose raccontava Federica di lui, ma una in particolare ci colpì perché spiegava il rapporto viscerale esistente tra Raffaele e la scrittura. Raffaele, diceva Federica, si era sempre rifiutato di usare la macchina da scrivere, lui scriveva le sue cose sempre e soltanto con la penna, perché, diceva, solo attraverso la penna, che viene tenuta stretta nella mano, scivola direttamente dalla mente al foglio di carta il pensiero dello scrittore. Un concetto molto significativo che rispecchia il suo rapporto con la scrittura e la profonda interconnessione fra lo scrittore, il giornalista, l’uomo.

Luisa Montù

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