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La Modica di Enzo Belluardo




RICORDANDO IL PELLEGRINO DI SOGNI

Quando nacque La Pagina, nel lontano 1988, eravamo consapevoli, e tristi per questo, che Modica teneva in poco conto quel suo figlio geniale, a volte un po’ folle a volte fin troppo saggio, che rispondeva al nome di Raffaele Poidomani. Nemmeno la sua morte, avvenuta nel 1979, veniva ricordata. Decidemmo pertanto di farlo noi, scegliendo di celebrare questa ricorrenza ogni anno, uscendo in edicola, ogni mese di marzo, il 14, giorno della sua morte, anziché il giorno abitule, dedicando a volte l’intero numero, a volte una pagina, al grande scrittore con articoli, interviste, curiosità, foto. A fornirci il materiale erano soprattutto la vedova, la pianista Federica Poidomani Dolcetti, e un suo allievo, il giornalista Gianni Contino, ma c’erano le testimonianze anche di tante altre persone che l’avevano conosciuto e stimato.

Quando improvvisamente a Modica si scoprì la grandezza dello scrittore/giornalista, ritenemmo che il nostro compito fosse ormai concluso, ma quest’anno, nel quarantesimo della sua morte, vogliamo ancora una volta rivolgergli il nostro omaggio insieme alla nostra gratitudine per averci lasciato, con le sue opere, le immagini indelebili di una Modica e di una società ormai scomparse, che qualcuno in città ancora ricorda e probabilmente rimpiange.

Non avevamo avuto la fortuna d’incontrarlo quando era in vita, ma leggere le sue opere era come averlo davanti e vedere il suo sguardo che si posava con tenera ironia sulla sua città e i suoi abitanti. Amava la vita e amava la verità, cosa molto rara e preziosa. Forse per questo non era particolarmente amato dalla gente, che godeva dipingerlo più attraverso i suoi difetti che le sue qualità. Sicuramente nelle celebrazioni di lui che si terranno nell’arco di quest’anno nessuno ne farà cenno, al più si potrà parlare dei suoi scontri con i politici locali dell’epoca, e forse nemmeno. Probabilmente non si racconterà che spesso i suoi racconti nascevano tra un bicchiere di vino e l’altro, come quello splendido “Mill’anni a navigare”, che fu scritto sul tovagliolino di un bar, quando Raffaele sentì la notizia di un marinaio caduto da una nave e portato dalla marea sulla spiaggia di Pozzallo. “Ma io lo faccio morire, – sogghignò rivolto a Federica, che lo accompagnava sempre – fa molto più effetto”. E nessuno racconterà di quando, leggermente e piacevolmente alticci entrambi, percorrevano le strade di Modica Alta declamando ad alta voce versi un po’ sboccati che prendevano in giro la politica locale… e ridendo come bambini.

Questo suo amore per il vino lo trasformò, nella convinzione della gente, in un ubriacone conclamato quando, dopo un primo ictus seguito da altri, divenne pian piano un bambino da accudire anziché lo scrittore brillante e dissacratore che era sempre stato. Fu Federica colei che lo protesse, sostenne e curò per anni cacciando, come ebbe a dire lei stessa, per tante volte la morte fuori della porta finché, forse in un momento di disattenzione dovuta alla stanchezza, la donna con la falce sgattaiolò in quella stanza e se lo portò via.

Molte cose raccontava Federica di lui, ma una in particolare ci colpì perché spiegava il rapporto viscerale esistente tra Raffaele e la scrittura. Raffaele, diceva Federica, si era sempre rifiutato di usare la macchina da scrivere, lui scriveva le sue cose sempre e soltanto con la penna, perché, diceva, solo attraverso la penna, che viene tenuta stretta nella mano, scivola direttamente dalla mente al foglio di carta il pensiero dello scrittore. Un concetto molto significativo che rispecchia il suo rapporto con la scrittura e la profonda interconnessione fra lo scrittore, il giornalista, l’uomo.

Luisa Montù




L’IMPERATORE È NUDO

Come nella favola di Andersen, il bambino dice la verità. Il bambino quando parla non ha l’intenzione di indurre chi ascolta nell’errore per favorire il proprio interesse. Il bambino esprime quello che pensa, racconta quello che vede e che va scoprendo man mano. Quando il bambino mente, lo fa perché è trascinato dalla fantasia, mai dall’avidità o dalla malignità.

I bambini di oggi, si dice, crescono troppo presto, ma non sono loro a volerlo, siamo noi che li gettiamo nella nostra realtà, una brutta realtà, fatta di crudeltà, avidità, ipocrisia, falsi modelli che imponiamo loro spingendoli a diventare come noi, in pratica degradandoli al nostro livello.

Alcuni bambini però se ne sono accorti e hanno cominciato a protestare. Con forza. Come ha fatto Greta Thunberg, quella ragazzina che, con viso limpido e ferma lucidità, ci ha rovesciato addosso tutte le nefandezze che noi abbiamo compiuto e continuiamo a compiere nei confronti del nostro pianeta, sporcandolo, inquinandolo, avvelenandolo, uccidendolo. In nome di che cosa? Delle nostre comodità e della nostra pigrizia.

Tanti, troppi, non hanno capito. “Non siete abbastanza maturi da dire le cose come stanno. Lasciate persino questo fardello a noi bambini. […] La biosfera è sacrificata perché alcuni possano vivere in maniera lussuosa.  La sofferenza di molte persone paga il lusso di pochi. Se è impossibile trovare soluzioni all’interno di questo sistema, allora dobbiamo cambiare sistema.” Con queste parole semplici e dirette la ragazzina ha descritto il nostro sistema di vita, la nostra pochezza, la nostra indifferenza colpevole e stupida. L’ha detto chiaramente, lei, se noi non lo capiamo, la colpa è solo nostra. Mettiamoci bene in mente le sue parole: noi non siamo abbastanza maturi, noi adulti, noi che dovremmo insegnare loro quello che è giusto e quello che è sbagliato, quello che si può fare e quello che non si deve, insomma coltivare la loro personalità per farli crescere e maturare (capito? maturare! Proprio noi che non siamo abbastanza maturi, se ne son accorti pure loro).

E’ stata proposta per il Premio Nobel, ma, diciamo noi, dovrebbe essere un Nobel per il coraggio della sincerità, che ancora non è stato istituito.

E’ stata anche trattata con sufficienza, irrisa, attaccata sui giornali e sui social. Poiché affetta da sindrome di asperger, si è giocato su questo per banalizzarne la protesta. Ma lei è semplicemente una bambina che si guarda intorno e dice quello che vede e vede che l’imperatore è nudo.

Ma l’uomo, l’adulto, ha paura della verità. Perché ha perduto i sogni, la curiosità, la fantasia. Ha perduto la coscienza di sé. Gli resta solo un’immagine fittizia, che lo spinge a emulare gli altri, a spersonalizzarsi per confondersi nella massa. Da qui il successo dei social, da qui il dilagare di foto per esibire se stesso e ciò che possiede, dal cibo alla macchina alla casa alle cose. E’ la scuola della pubblicità, che lo spinge a pubblicizzare sé non per distinguersi ma per essere come tutti gli altri. Per sentirsi appagato illudendosi di emergere ma in realtà confondendosi in mezzo alla massa.

Siamo convinti che i bambini siano ingenui e creduloni. Perché credono a Babbo Natale? Ma noi non crediamo forse al segretario politico di turno? Chi è più ingenuo?

I bambini l’hanno capito che i veri creduloni siamo noi, allora cercano di aprirci gli occhi, perché per loro è ancora più importane che per noi. Se infatti consegniamo loro un mondo più malato di quello attuale, chi ne pagherà le conseguenze, chi sarà maggiormente danneggiato? Loro, solo loro. Come sempre.

 




NON FERMIAMOCI AI TITOLI, LOTTIAMO!

Non fermiamoci ai titoli, lottiamo ogni giorno e gridiamolo forte: la nostra vita non è in possesso degli ignoranti.

Cito solo alcune delle notizie di cronaca che leggiamo, ascoltiamo o che ci vengono mostrate ogni giorno, stuprando e violentando tutte le donne ma anche i bambini che non voglio menzionare per rispetto e per non divulgare la cattiveria di chi senza ritegno rimugina veleno. Non una sola volta dunque ma migliaia di volte, tutte le volte che chi ci giudica, che sia giudice o semplice accusatore oltre che assassino, si appropria di un diritto che non gli appartiene: la nostra vita.

Stupro, imputati assolti perché, per le giudici, la ragazza “è troppo mascolina”. I fatti risalgono al marzo del 2015, quando una ragazza di origini peruviane si presenta in ospedale con la madre, dicendo di essere stata stuprata alcuni giorni prima da un coetaneo, mentre l’amico faceva da palo. Il processo di primo grado concluso nel 2016, condanna il ragazzo a cinque anni e l’amico a tre. Fanno ricorso in appello e un anno dopo vengono assolti. Nelle motivazioni le giudici hanno fatto riferimento all’aspetto fisico della 22enne, sostenendo che l’ipotesi di stupro non fosse credibile vista la presunta “mascolinità” della vittima. Se ne parla in questi giorni, perché il Ministero di Giustizia si sta muovendo sul caso di questa sentenza.

Napoli, una donna di 37 anni è stata trovata morta nel suo appartamento. Quando la polizia è intervenuta dopo la richiesta di aiuto al 118, ha trovato a casa il marito della vittima. Poco prima della tragedia tra i coniugi ci sarebbe stata una lite. Gli investigatori stanno verificando questa versione.

Femminicidio anche a Messina. Al termine di un lungo interrogatorio Chistian Ioppolo, 26 anni, ha ammesso di avere ucciso la fidanzata di 23 anni. E’ imminente il provvedimento di fermo.

Genova, uccise la compagna: condannato con l’attenuante della “delusione”. Il legale: ” Torna il delitto d’onore”. Il Pm aveva chiesto 30 anni, il giudice applica gli sconti di pena per l’attenuante e il rito abbreviato e lo condanna a 16 anni: “Era disperato”. Nella motivazione della sentenza si legge che l’uomo ha colpito perché mosso “da un misto di rabbia e di disperazione, profonda delusione e risentimento”.

Aggressori assolti dall’accusa di omicidio: la vittima “si divertiva”. E’ morta a soli 16 anni dopo essere stata drogata e stuprata con un palo. I fatti risalgono all’ottobre 2016 e dopo due anni i giudici si sono espressi sulla vicenda. I tre imputati sono stati assolti dall’accusa di omicidio e stupro venendo condannati per il solo reato che riguarda la somministrazione di sostanze stupefacenti. Per i giudici infatti la giovane era consenziente e si stava divertendo durante l’atto sessuale.

Poi c’è l’orrore di una morte atroce per una giovane ragazza, sezionata e fatta a pezzi mentre era ancora viva (immaginiamo solamente il dolore e il terrore della povera fanciulla e dei suo cari che oltre ad averla persa in modo orrendo, ne sentono parlare ogni momento).

Poi ancora, a Napoli, ragazza violentata in ascensore: fermati tre giovani incastrati dalle immagini di videosorveglianza e uno già rilasciato. La ragazza ha riferito di un precedente tentativo di violenza e che i tre l’avrebbero avvicinata nuovamente per “scusarsi”, gli stessi insistono a dire che li ha provocati lei.

Bergamo: 35enne uccide la ex con una coltellata al cuore. Lei lo aveva già denunciato

Alcune donne possono raccontarlo, altre non ci sono più e sono tante, in alcuni casi l’omicida si è anche suicidato o ha ammazzato per ripicca i propri figli.

Non ho scritto i nomi delle Donne uccise di proposito, non voglio essere complice degli assassini mediatici, desidero solamente rispetto per chi subisce violenza. Vive o morte, le Donne non devono essere uccise dall’ignoranza umana, si rispettano abbassando gli occhi a terra per non fare piangere il cielo… la sconfitta peggiore per gli umiliati che umiliano è questa, costringere il cielo a piangere allagando la nostra umanità e togliendoci la fede e il bisogno di amare semplicemente e senza nessuna forma di possesso.

Sofia Ruta 




versi di versi per versi e detti male detti (di Sascia Coron)

Senza dimissioni,

i politi-canti

fanno i politi-balli.

 

Il Governo ha teste d’uovo

che il popolo si cova

perché nascano pulcini

per lo più molto cretini.

 

Siamo tutti sulla stessa barca,

ma alcuni stanno come Noè sull’arca

che, per salvare una massa d’animali,

al mondo intero propinò i suoi mali.

 

Chi rosica risica

di pagar care

le spese del dentista.

 

Penso e ripenso e mentre m’arrovello

mi sembra d’aver poco rimasto nel cervello.

 

Un passo falso è quello che dice bugie.




“UNO SPIRITO FORTE, UN CUORE TENERO”

ac05b090-9aff-4672-842c-0486c048e976La 15° edizione del percorso formativo “Il treno della memoria 2019” ha inteso far rivivere il motto della Rosa Bianca: un gruppo di giovani studenti universitari tedeschi che tra il 1942 e il 1943 tentarono di far  risvegliare le coscienze del proprio popolo anche con queste parole trascritte nei volantini che diffondevano nelle piazze “così inerte di fronte a dei crimini tanto orrendi ed indegni di esseri umani, […] è soltanto a causa del loro comportamento apatico che uomini malvagi hanno la possibilità di agire così. Ciascuno è colpevole, colpevole, colpevole!”.

Un riferimento certamente non casuale che spiega ancor meglio le finalità del Progetto, che oggi più che mai si vuole rivolgere a quei giovani coraggiosi e tenaci che soli potrebbero destare le coscienze accecate dall’odio e congelate dall’orgoglio…

Quest’anno sono stati numerosi gli studenti delle classi terminali delle superiori di Modica che hanno affrontato con uno spirito davvero unico il viaggio, consapevoli di vivere un’esperienza certamente indimenticabile e assai vigorosa. Gli studenti e i docenti accompagnatori che hanno partecipato al viaggio hanno vissuto un’esperienza collettiva unica, che fa sicuramente acquisire gradualmente la coscienza del “saper vivere” in comunione, nel rispetto del Tempo e dei Tempi altrui, con la straordinaria valenza umana e civile che ne consegue!

Da docente accompagnatore, posso veramente affermare che ho scorto nei miei ragazzi, e non solo, un vero mutamento, ho potuto distinguere in ognuno di loro quell’onda libera della riflessione critica che degli occhi vigili e delle menti aperte dovrebbero sempre avere. Abbiamo compreso tutti quanti che questo percorso ti aiuta a ritrovare contatto con te stesso, con quella parte di noi che purtroppo la frenesia della quotidianità spesso ci obbliga a trascurare. Le ore di viaggio, il distacco con il tuo quotidiano, e la stretta convivenza con i tuoi compagni, la condivisione improvvisa di spazi e agi spesso limitati, ti induce alla riflessione, allo scavo interiore, inizi a porti molte domande su te stesso e sull’altro, si ritorna gradualmente a comprendere quanto siano importanti i contatti concreti e diretti col prossimo, quasi come se si recuperasse quell’istinto primordiale di ricerca fisica dell’altro, assolutamente avulsa da quel mondo virtuale che oggi invece ci allontana nettamente da questo antico bisogno primario. Nei giorni iniziali spesso si percepisce tensione all’interno di ogni gruppo viaggiante, che ancora deve acquisire quell’identità di comunità che condivide un’esperienza molto forte. Nel corso delle giornate, ogni tappa, ogni esperienza e ogni momento condiviso, mettono a nudo ciò che siamo davvero, quelle domande che ci siamo posti inizialmente cominciano ad intravedere delle risposte… Ma è solo alla fine del percorso che si comprende il vero valore e lo spirito del Treno, gli ultimi giorni sono molto intensi sia per ciò che si affronta, sia per quelle emozioni che come una marea inondano l’anima lentamente… I nostri ragazzi hanno vissuto concretamente questo percorso conoscitivo, durante l’assemblea plenaria in cui si condivide tanto con tutti gli altri gruppi provenienti da molte regioni del paese, hanno magistralmente saputo spiegare ciò che hanno provato, e hanno compreso che ciò che il Treno vuole trasmettere non riguarda solo la Memoria di ciò che fu, ma in realtà è un percorso formativo che ci induce a riflettere sul nostro presente per edificare un futuro più consapevole… Il treno orienta i giovani, e non solo, ad una scelta di vita, quella Scelta che li contraddistinguerà per sempre come Uomini e Donne Costruttori di Pace e solidarietàpersone concrete che sanno distinguersi dalla massa omologante e assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Donne e Uomini che hanno compreso anche grazie a questa esperienza l’importanza dell’altro che rende la vita un dono prezioso da condividere e da rispettare!

Graziana Iurato

 




TRIBUNALI DA RIAPRIRE, LA PAROLA PASSA AGLI ENTI LOCALI E ALLA POLITICA

Dopo varie sollecitazioni e richieste – avanzate anche da parlamentari del Movimento 5 Stelle – il Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha incontrato una delegazione del Coordinamento nazionale per la giustizia di prossimità. Il confronto si è svolto martedì 19, al Ministero: due ore che sono servite ad esporre al titolare del dicastero le ragioni di una vertenza che ha come obiettivo finale quello della riapertura dei trenta tribunali soppressi dalla riforma della geografia giudiziaria del 2012. Obiettivo, tra l’altro, previsto anche dal contratto di governo tra Lega e Cinque Stelle. E su questo hanno insistito i rappresentanti del Coordinamento nazionale.

Il ministro ha dimostrato disponibilità, anche perché la riforma della geografia giudiziaria non ha portato nessuno dei benefici ipotizzati. Anzi. Sono aumentati i disagi e le disfunzioni del sistema-giustizia e, parimenti, si è moltiplicato lo spreco di denaro pubblico, violando la norma di invarianza: l’accorpamento di un tribunale ad un altro non deve comportare nessun costo aggiuntivo. Norma allegramente disattesa, ad esempio, nell’accorpamento del Tribunale di Modica a quello di Ragusa.

La disponibilità di Bonafede ha, tuttavia, un limite: il Ministero non ha i soldi per procedere alla riapertura dei Tribunali soppressi: l’impegno finanziario deve essere assunto dalle Regioni o dalle Province.

Qui si inserisce la vicenda dei Tribunali siciliani di Modica, Mistretta e Nicosia.

“L’8 marzo 2018 – afferma l’avvocato Enzo Galazzo, segretario del Coordinamento nazionale in una nota fornita al ministro – l’Assemblea regionale siciliana ha approvato la legge di stabilità numero 8 che, all’art. 15, comma 13, recita: al fine di favorire l’esercizio di funzioni giudiziarie nelle sedi dei tribunali soppressi di Mistretta, Nicosia e Modica, l’Assessore regionale delle Autonomie Locali e la funzione pubblica promuove e sostiene la stipula di nuove intese con il Ministro della giustizia, ai sensi del comma 4 bis dell’art. 8 del decreto legislativo 7 settembre 2012, n. 155 e successive modifiche ed integrazioni autorizzando, per le finalità di cui sopra, la spesa di 50mila euro per ciascun tribunale e per ciascun anno del triennio 2018/2020 a valere sul bilancio regionale”. L’attuazione di questo fondamentale passaggio richiede solo la stipula di un accordo tra la Regione siciliana e il Ministero, accordo che il ministro si è detto disponibile a firmare. Cosa, tra l’altro, già fatta per superare le criticità derivate dal sequestro del Tribunale di Bari e dall’individuazione di un sito alternativo.

“Quanto ai costi– afferma ancora la nota – segnaliamo che con provvedimento pubblicato il 23 gennaio 2018 il Ministero ha indetto una procedura finalizzata alla individuazione, nel territorio di Ragusa, di un immobile dove ospitare in locazione uffici giudiziari a servizio dell’omonimo Tribunale, impegnando considerevoli somme (oltre cinquecentomila euro l’anno) e ciò a fronte della disponibilità sul territorio del palazzo di giustizia di Modica – dove è già allocato l’archivio – distante appena dodici chilometri inaugurato solo pochi anni fa.

La stipula della convenzione consentirebbe l’utilizzo di locali assolutamente idonei evitando sprechi e senza dare luogo ad alcun costo per il Ministero. Considerazioni analoghe possono farsi per i Tribunali di Mistretta e di Nicosia”.

Alla luce dell’esito del vertice romano è questa la strada percorribile per restituire ai territori siciliani presìdi di giustizia cancellati inopinatamente con un colpo di penna.

Ora la parola passa ai politici siciliani che devono impegnarsi per non vanificare le battaglie fin qui combattute e, soprattutto, per dimostrare concretamente di essere degni di rappresentare quei cittadini ai quali hanno chiesto consensi elettorali. Spesso, ottenuti sulla base di semplici, inebrianti e vacue promesse.

Del Comitato nazionale erano presenti a Roma le delegazioni di Sant’Angelo dei Lombardi, Ariano Irpino, Modica, Sala Consilina, Mistretta, Vigevano, Tolmezzo, Lucera e Nicosia. Dopo l’incontro con il ministro, i rappresentanti sono stati ricevuti dall’onorevole Renzo Tondo che ha costituto un gruppo interparlamentare per lo scopo. A seguire, infine, la delegazione è stata ricevuta anche dal sottosegretario alla Giustizia, Jacopo Morrone, della Lega.

Concetto Iozzia




È primavera!… O no?…




IL TEATRO DI MARCELLO BRUNO

I “Ciuri ri Maj” nascono tra le mura di una scuola l’Istituto Comprensivo Raffaele Poidomani, quando un gruppo di genitori viene invitato a partecipare ad un progetto scolastico culminato nella manifestazione “Prima ca veni maju”, tenutasi il 4 maggio 2014 presso il Plesso Denaro Papa. Nel cuore di alcuni genitori nasce da subito la voglia di continuare e di provare nuove esperienze, col solo fine di ” divertirsi per divertire”. L’occasione propizia per conoscere la Compagnia del Piccolo Teatro e l’associazione musicale folkoristica “Muorika Mia”. Da subito nasce una simbiosi tra i loro componenti e in particolare con uno di loro, Marcello Bruno, che, con grande pazienza e dedizione, propone al gruppo la realizzazione di numerose opere da lui stesso ideate o rivisitate. Il gruppo diventa così l’associazione culturale “Ciuri ri Maj” e da subito riceve molti consensi per i tanti spettacoli realizzati. In quello che fu solo un inizio, grazie anche alla Compagnia del Piccolo Teatro, il gruppo dei neo genitori-attori, inizia ad esibirsi da subito per le viuzze della città in occasione della nota rassegna itinerante “Passi di Cultura” organizzata dalla Coperativa S.Antonio Abate con “Canti e Cunti tra i musei”, dove vengono ricreati per le vie della città, con oggetti e abiti di scena, quadri di vita popolare alla riscoperta delle tradizioni, dei canti e dei cuntidi un tempo lontano ma non per questo perduto.

I “Ciuri ri Maj” si distinguono e si fanno conoscere in poco tempo per la loro genuina semplicità e per la voglia d’imparare e di conoscere, recitando, la cultura siciliana che li unisce e li fa crescere sempre di più, grazie anche agli scatti fotografici di un loro amico, Antonio Giurdanella, fotografo per passione che segue ed insegue nelle diverse rappresentazioni il gruppo, tanto da essere considerato un Ciuri ri Maj per adozione.

Diversi sono gli spettacoli che in poco tempo hanno riempito teatri, scuole, parrocchie, feste private, ristoranti e piazze di diversi comuni iblei, in primis la nostra Modica.

Lo spettacolo “Vi salutamu amici”: un’escursione a volo di uccello sul passato della Sicilia e in particolare di Modica, fatta attraverso il susseguirsi dei mesi dell’anno. Ogni mese scandisce il volgere della vita contadina. Un tempo, per rendere meno amare le lunghe serate d’inverno, dopo faticose giornate di lavoro, si riunivano in gare di indovinelli con sfide attraverso domande e dubbi da risolvere. La primavera, caratterizzata dal risveglio della natura e dei sentimenti, coi giovani innamorati che si corteggiano e si amano nonostante i contrasti di padri gelosi. Si susseguono la rappresentazione della novena di San Giorgio e la recita di preghiere alla Vergine Maria. Vengono ricreati in modo suggestivo i momenti della mietitura, della spigolatura, della trebbiatura, della vendemmia, della raccolta delle olive. Viene portata in scena la famosa opera “Lu cummattimientu di orlando e Rinardu”, il combattimento di Orlando e Rinaldo. I giorni di festa erano l’occasione per riunire la famiglia. Grandi e piccini si svegliavano di buon’ora per preparare innumerevoli pietanze da consumare durante i lunghi pasti. Intere giornate trascorse attorno a tavole imbandite, abbuffandosi e giocando a tombola, a carte, al gioco dell’oca, ecc.

“La Storia infinita”: una rievocazione di canti natalizi, poesie, preghiere, ninne nanne per rivivere l’atmosfera del Natale; una narrazione dell’Annunciazione dell’Arcangelo Gabriele, dell’Amore della Vergine Maria, della venuta del Messia, dei presepi, quello di San Francesco e quello dei continenti, della sofferenza del pellegrini, dell’emigrante, del carcerato, del povero contadino che con sacrificio e dedizione lavorava la terra, vivendo una vita fatta di cose semplici ma ricca di principi morali e religiosi. Il tutto arricchito dai tradizionali canti dei pastori come: A ddi timpi friddusi e scuri, Nun rummiti ciù pastura, Sutta ‘mperi ri nucidda, Diu vi manna n’ammasciata, e tanti altri.

“Joca, pani e amuri”: un viaggio culturale alla scoperta delle tradizioni dei nostri avi e dei nostri nonni. Un viaggio articolato in tappe, in ognuna delle quali vengono presentati quadri di vita popolare: i giochi dei bambini, la vita nelle viuzze e nei cortili, le difficoltà quotidiane che la povera gente doveva affrontare per portare a casa il minimo per poter sfamare la famiglia, la preparazione del pane, le diverse sfaccettature dell’Amore: romantico, ostacolato da padri gelosi, di sdegno, puro e incondizionato come quello della mamma per il proprio figlio.

“Annata ricca, massaru cuntentu”: una commedia agreste in due atti, scritta da Nino Martoglio nel 1921, allegramente rivisitata dal gruppo sempre seguito da Marcello Bruno, che presenta una giornata di lavoro nella vigna e nella masseria di Massaru Michelangilu, dove in tempo di vendemmia e nella notte di San Michele, il profumo dell’uva e del mosto s’intreccia con la voglia di divertirsi e di innamorarsi dei contadini e dei vendemmiatori. Un susseguirsi di storie di tradimenti, intrighi amorosi, ammiccamenti. In quella notte tutto è lecito, l’importante è che l’annata è ricca e u massaru è cuntentu.

Ultimo grande successo nel 2018, al Teatro Garibaldi, il 14 gennaio la prima e poi il 27 maggio la seconda, con la commedia “Turi u miricanu”, di Nunzio Cocivera e Vincenzo Prestigiacomo. Un’esilarante commedia che ha fatto ridere a crepapelle la platea pur parlando di una realtà che forse esiste ancora e di uno zio che, tornato dall’America, trova i suoi terreni e beni in balia di parenti approfittatori e nullatenenti.

Quasi tutto pronto per il prossimo spettacolo dell’associazione “Ciuri ri Maj” che è già alle porte. Gli artisti, non per caso ma per passione, infatti, il 13 aprile si esibiranno al Teatro Garibaldi con lo spettacolo “I commedianti”, una commedia in due atti di Pippo Spampinato, liberamente rielaborata da Marcello Bruno e con Giuseppe Iozzia, Enza Giurdanella, Celestina Cappello, Emerenziana Cappello, Giovanni Napolitano, Elia Puglisi, Salvatore Cappello, Caterina Fidone, Giusy Galota, Emanuela Floridia, Ausilia La Ferla, Nino Abate, Gianfranco Giurdanella, Cinzia Sparacino, Lorenza Scarso, Giorgio Roccasalva.

Ad ogni spettacolo una scena, una storia, una famiglia diversa, così come li chiamo io che, assistendo alle loro prove serali, dove s’incontrano dopo un giorno di lavoro o di problemi o di gioie familiari, dimenticano per un paio d’ore il giorno appena trascorso e, spesso insieme ai propri figli, si divertono a recitare, ma non è difficile per loro, perché il teatro non è altro che una famiglia unita, è la realtà della nostra stessa vita sociale e quotidiana che, incontrandosi e unendo con umorismo generazioni diverse ma pur sempre uguali, la rende unica.

Un grazie particolare e un grande in bocca al lupo per tutti i “commedianti” e soprattutto un grazie al grande attore, regista e padre dell’associazione Marcello Bruno che si dedica con anima e corpo alla sua missione, da non avere neppure il tempo per farsi intervistare ma che, con la sua semplicità, riesce a far amare il teatro, ad amare lui stesso tutti i componenti e ad essere amato indistintamente da tutti per la sua grande umiltà e umanità.

Sofia Ruta




UN MIRABILE PROGETTO IDEATO UN SECOLO FA

foto 2 cannizzarafoto 1 cannizzarafoto 4Il cavaliere Michele Grimaldi era un nobile signore, ricco, scapolo, colto, profondo conoscitore della condizione socio economica del contesto, generoso e desideroso di sollevare le sorti dei soggetti più poveri (contadini) che a quei tempi costituivano i 3/5 della popolazione complessiva del Comune, allora consistente di 62.000 abitanti.

Il cavaliere, non avendo creato una sua famiglia, trovandosi quindi privo di eredi, a conclusione della sua vita, redige un testamento nel quale precisa la volontà di destinare il cospicuo patrimonio immobiliare di cui dispone come risorsa per fondare due scuole convitto destinate ai figli dei contadini e a quelli degli artigiani. Idea insomma un progetto di affrancamento dalla miseria e di istruzione professionale e formazione umana affinché le giovani generazioni, figli di poveri, potessero studiare e prepararsi professionalmente ad una vita autonoma e dignitosa.

Il cavaliere Michele Grimaldi muore nel 1920 (si approssima il centenario da quando l’idea venne concepita), il progetto da lui ideato per decollare ebbe bisogno di ben dieci anni, venne avviato negli anni trenta e per trent’anni consecutivi funzionò alla perfezione, si rivelò una risorsa grandiosa che formò moltissimi giovani.

Il progetto era concepito come un vero e proprio collegio dove ai giovani veniva offerto vitto, alloggio, equipaggiamento vestiario (una vera e propria divisa) e istruzione, teorica e pratica. L’impresa formativa era dotata di personale docente, amministrativo, tecnico-pratico, oltre naturalmente al personale capace di fare funzionare tutto il servizio (suore, cuciniere e inservienti). Tutto il personale era ingaggiato con contratti regolari secondo la normativa prevista.

Un’impresa di tal genere era perfettamente gestibile sul piano economico perché le risorse fornite dai circa 150 ettari di terreno fertile dato in locazione a diversi soggetti forniva un reddito capace di coprire le spese.

Negli anni ‘60 cambiò l’economia e anche la società, il progetto andò in declino, perché nessuno fu in grado di riconvertirlo in maniera adeguata alle mutate esigenze sociali. Se il Grimaldi fosse stato in vita, capace com’era di leggere le dinamiche sociali, ideare e realizzare la riconversione sarebbe stata una strategia simultanea e indolore.

Purtroppo le cose andarono diversamente, il consiglio d’amministrazione che avrebbe dovuto reggere la fase di declino della scuola convitto abbandonò in maniera irresponsabile il governo della situazione. Occorre spendere due parole sull’organo di governo così come era stato concepito dalla volontà del Grimaldi, è un passaggio determinante perché altrimenti non si comprende il disastro da cui deriva lo stato di deterioramento in cui tutto il capitale oggi giace.

Il consiglio di amministrazione era composto da 5 componenti: un presidente designato dal Vescovo, due consiglieri designati rispettivamente dalla Chiesa di S. Giorgio e di S. Pietro, uno designato dal Comune, uno dalla Regione.

Non ci vuole molto a comprendere che il cavaliere Grimaldi individuava nel Vescovo una sorta di autorità morale garante del procedere etico dell’impresa, infatti gli delegava la scelta della figura rappresentante.

La vacanza di governo, dopo l’abbandono irresponsabile del consiglio di amministrazione, venne formalmente tamponata con la nomina di un commissario designato dall’assessorato alla famiglia da parte della Regione Siciliana. Quando si delega la gestione ad un commissario l’unica fiammella che si mantiene accesa è il rinnovo dei contratti in scadenza già esistenti, senza entrare nel merito dell’adeguatezza o meno. Fu così che l’abbandono di un governo presente e vigile, progettuale ed eticamente responsabile verso la volontà del fondatore creò un disastro culturale ed economico che per dirsi necessiterebbe l’urlo.

Le ville, gli immobili destinati al convitto, il campetto di calcio, la Chiesa, l’orto attiguo che produceva risorse utili alla mensa del convitto, tutto, per anni è rimasto in stato di abbandono, l’incuria e il tempo hanno ridotto quelli che erano autentici gioielli in relitti che fanno piangere il cuore e offendono la mente.

Per quanto riguarda le cinque tenute che complessivamente ammontano a oltre 150 ettari sono in mano a locatari che li detengono a condizioni stabilite in tempi remoti, cioè a condizioni economiche fuori da ogni ragionevole attuale parametro, con la conseguenza che l’introito redditizio  è praticamente risibile, inoltre, la mancanza di governo vigile e presente per un tempo così lungo ha indotto i locatari a pensare che potevano astenersi anche dal pagare e, ancora peggio, ha incoraggiato qualcuno di essi ad apportare modifiche che realizzano danno al fondo.

Sarà che la Chiesa ha troppi lasciti di cui prendersi cura, sarà che non ha la cultura di ingaggiare figure competenti cui affidare la cura delle imprese, sarà che il Vescovo del tempo era particolarmente distratto sulle cose terrene, sarà stato che il governo dei processi di cambiamento sociale turbano le anime di laici e prelati togliendo loro la lucidità, insomma si consumò un tradimento della volontà di Michele Grimaldi nel silenzio generale, cioè come avvengono tutti i tradimenti.

Dopo decenni di silenzio, abbandono, irresponsabilità di Chiesa e istituzioni civili, sotto la sindaca tura Buscema venne finalmente ripristinato un consiglio di amministrazione che con sacro furore cercò di mettere ordine, anche con l’aiuto dell’azione giudiziaria, ma, giunta la scadenza del mandato, anziché rinnovare le cariche di chi stava lavorando per riportare la situazione nel rispetto della volontà testamentaria del Grimaldi, inspiegabilmente arrivò di nuovo un commissario e si consumò un bell’arretramento di posizione conquistata. Uno scandalo!

Adesso da un anno e mezzo circa è all’opera un nuovo consiglio di amministrazione composto da cinque componenti di chiara competenza di settore, sta operando con solerzia, l’attuale Presidente, il prof. Orazio Sortino, destina tutto il suo tempo non solo a mettere ordine, ma anche ad elaborare progetti, a realizzare eventi, ad effettuare mediazioni col Comune per riuscire a mettere a reddito un appartamento esistente a Catania che, come tutto il resto, giaceva in abbandono e che presto diventerà albergo (a prezzi modici) di studenti modicani che frequentano l’Università della città.

Il professore Sortino, col suo stile silenzioso e discreto, ha avviato una larga attività progettuale di cui parleremo in un articolo successivo per non appesantire la trattazione.

Inoltre, passo strategico di grande valenza, di recente, con carte alla mano e con progetti elaborati nel dettaglio, si è recato dal Vescovo per presentare l’operato e le prospettive su cui si intende agire per portare la situazione nell’alveo pensato e voluto dal cavaliere Michele Grimaldi.

Ho sottolineato questo incontro tra l’attuale consiglio di amministrazione dell’Opera Pia e il Vescovo come passaggio “strategico”, costituisce infatti, a mio parere, una tappa fondamentale per evitare che, in assenza di carte protocollate, si possano verificare distrazioni capaci di fare intromettere commissari capaci di atti notarili privi di responsabilità etica.

Nell’incontro con l’attuale consiglio di amministrazione il Vescovo è stato messo al corrente, tramite ampia e dettagliata illustrazione, sia dello stato dell’arte, nonché delle future possibili strategie di azione man mano che i contratti avviati, quelli che vincolano l’utilizzo fruttuoso delle tenute agricole, andranno in scadenza.

L’attuale consiglio di amministrazione ha le idee abbastanza chiare su cosa e su come avviare nuovi progetti declinati sul crinale etico del fondatore dell’opera pia, progetti che potranno sostenersi col reddito derivante dalle tenute.

Carmela Giannì