giovedì, 12 dicembre 2019
l'editoriale di Luisa Montù

QUANDO LE LACRIME ERANO VERE

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Dal 10 al 13 giugno del 1981 tutta l’Italia rimase incollata davanti al televisore per seguire le operazioni di soccorso del piccolo Alfredino Rampi, caduto in un pozzo.

C’eravamo tutti. Davvero. Soffrivamo. Avevamo paura. Non c’era chi non lo sentisse come suo figlio. Ma tutti, proprio tutti, eravamo certi che Alfredino sarebbe stato salvato. Chi era già in villeggiatura restava a casa o dovunque ci fosse un televisore acceso, dimentico di tutto il resto. C’era un bambino, solo, spaventato, un bambino che dovevamo aiutare, salvare, a tutti i costi! E ci saremo riusciti. Indiscutibile. Ma quando l’ultimo soccorritore non ci riuscì, alla sua disperazione fece eco quella di tutti noi Era una disperazione reale, che sentivamo nel profondo, che rivivevamo nel buio della notte sentendoci tutti rotolare giù, in quel tunnel di oscurità e morte. Chissà, forse stavamo vivendo il presagio di quel che sarebbe stata la vita della nostra gente un giorno, un giorno non troppo lontano, negli anni Duemila…

Fu la tragedia di un bambino, di un bambino e della sua famiglia, che si era trasformata in una tragedia dell’Italia tutta.

Oggi di tragedie ne accadono ogni giorno. Sono intorno a noi. Le guardiamo, ma di sfuggita. Le accettiamo. Bambini che muoiono in mare. Bambini uccisi dai genitori. Bambini affamati, disidratati, destinati a morire di consunzione. Gli passiamo accanto e continuiamo la nostra strada di un’indifferenza ormai abituale. Oh, sì, ci mostriamo indignati sui social e questo ci fa sentire in pace con la coscienza. Una coscienza che non c’è più.

Che cosa ci ha portati a tutto questo? Che cosa ci ha fatto diventare delle macchine protese esclusivamente verso il profitto, capaci di apprezzare solo la ricchezza e non più la vita?

Credere, amare, provare gratitudine, condividere gioie e dolori oggi è diventato solo un post su Facebook o un cinguettio, solo per mostrare agli altri che possediamo dei valori. Ma sono valori immaginari, valori posticci, fotografie di qualcosa che non esiste più: la capacità di provare sincere, reali emozioni.

Perché?

Perché abbiamo perso la nostra identità di esseri umani fino a ridurci a dei pupazzetti ritagliati nella carta da un qualche Grande Burattinaio che ci usa nel più assoluto disinteresse della nostra esistenza? Chi è costui? Oh, lo sappiamo benissimo! E’ uno sparuto numero di uomini (uomini?!) che possiedono da soli il novanta per cento delle ricchezze e del potere del pianeta e per questo possono decidere della vita e del destino di tutta l’umanità.

E la gente si rifugia nelle chiese e nelle moschee per chiedere aiuto a un Dio nel quale non crede più perché non crede più nella vita dell’altro, nel rispetto per l’altro, nell’amore (non è una parola grossa!) per l’altro.

Se oggi un altro Alfredino cadesse in un pozzo, paremmo soffrire per lui, angosciarci per lui, piangere per lui, morire anche un po’ con lui? No, oggi scriveremmo un post su Facebook e ci sentiremmo in pace. Con la nostra coscienza? Macché, con l’immagine che vogliamo mostrare agli altri di una coscienza che non esiste più.

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