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versi di versi per versi e detti male detti (di Sascia Coron)

Vota bene che forse gli passa

la voglia di suonare la grancassa.

 

 

Ci sono cose che sanno di caffè

ed altre che puzzano di te.

 

 

Gli attentati

sono raccontati.

Le sommosse

vengono rimosse

di frequente

dalla mente

della gente

poco intelligente.

 

 

L’uomo ignorante

è l’evoluzione che prevale

su quella del pensante

universale.

 

 

Le plebi più tartassate,

anche se sono arrabbiate,

pagano a rate le cazzate

di chi le ha governate.

 

 

Passa il tempo mentre si aspetta

che la Giustizia del cul faccia trombetta.

 

 

Talvolta la cosa più saggia

è una scoreggia.

 

 




SEI A CASA TUA

Lo scorso 11 giugno presso lo Sportello dell’Unione Italiana Ciechi e degli Ipovedenti di Modica, facente capo alla Sezione territoriale U.I.C.I. di Ragusa, si è svolto un evento dal titolo “Non sentirti a casa tua, sei a casa tua”. Non a caso è stato dato questo titolo ad una serata vissuta con la partecipazione di numerosi soci del territorio ibleo, trascorsa in totale allegria e spensieratezza, con musica dal vivo, pianobar ed apericena. La serata è stata allietata dal maestro Angelo Grillo alla tastiera e dal maestro Carmelo Ortisi al sax. L’evento ha dato l’opportunità ai soci di condividere questo importante momento di aggregazione e di convivialità, per farsi festa l’un l’altro e conoscersi di più e meglio. Inoltre è stata l’occasione per parlare di politica associativa, dell’imminente ricorrenza del centenario della fondazione dell’Unione Italiana Ciechi, costituita a Genova nel 1920. L’evento è stato autogestito dallo sportello di Modica e l’organizzazione della serata è stata curata dall’Operatore Locale di Progetto Francesca Misseri e dagli Operatori del Servizio Civile Universale Vincenzo Iacono, Chiara Viola, Emanuela Mezzasalma, Melania Caccamo.

Francesca Misseri

 




ALLA RICERCA DELL’INGRESSO DEL RIFUGIO ANTIAEREO DI PIAZZA MATTEOTTI

Il rifugio antiaereo in centro, a Modica, c’è: sotto piazza Matteotti, come testimoniano alcuni anziani e come risulta anche da qualche immagine del film “Anni Difficili” di Luigi Zampa. Ora sono state realizzate anche delle immagini con una telecamera calata dopo lavori di carotaggio. Si cerca, adesso, l’ingresso del bunker utilizzato dalla popolazione durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Le immagini hanno rivelato particolari interessanti al prosieguo dei lavori. E’ stato possibile accertare, al momento, che il soffitto del rifugio si trova tre metri sotto il piano di calpestio della piazza. Ma né il primo scavo effettuato, né il successivo carotaggio hanno prmesso di individuare l’ingresso del rifugio. Adesso, il Comune dovrà presentare alla Soprintendenza – che sta seguendo i lavori – un progetto su quello che si intende fare per trovare l’ingresso del bunker. Non è escluso che, prima di procedere con altri scavi o carotaggi, vengano effettuate delle ricerche storiche e archivistiche per mettere a disposizione dell’impresa che sta eseguendo i lavori notizie certe che consentano di continuare con tentativi a vuoto. Una volta trovato l’ingresso, bisognerà, poi, valutare la fattibilità di ulteriori lavori che, nelle intenzioni dell’amministrazione comunale di Modica, dovrebbero portare alla realizzazione di un museo della memoria da rendere fruibile ai visitatori. In questo caso, però, ci sarebbero delle precise prescrizioni legate alle condizioni di sicurezza necessarie per consentire l’accesso e la fruizione del rifugio da parte del pubblico.

Attualmente, comunque, non è possibile stabilire i tempi per concludere questa prima parte delle opere, e neppure quelli necessari alla eventuale fruizione del rifugio. L’amministrazione comunale di Modica vorrebbe farlo diventare un museo della memoria della Seconda Guerra Mondiale.

Concetto Iozzia

 




LO PIANGERANNO PER SEMPRE

Un angelo è volato in cielo, tanti altri lo piangeranno per sempre.

E tutti ci chiediamo perché non doveva rimanere per tanto tempo ancora sulla terra, tra i suoi cari, tra i suoi amici, tra le pagine di una vita terrena.

Ogni momento è l’inizio di ogni cosa che viviamo e progettiamo nella vita, è anche la fine di ogni cosa che altri, con superficialità, ci sottraggono.

Ci siamo presi il diritto di far morire chiunque ma non abbiamo capito che chiunque può far morire noi per primi.

Nella notte tra il 14 e 15 giugno, qualcuno ha deciso per la vita di Emanuele, 15 anni appena compiuti, senza nessun rispetto, inviandolo in cielo, semplicemente con la propria incoscienza, la propria superficialità, la propria indifferenza, la propria sconsiderata e disattenta corsa, all’interno della sua automobile, senza pensare neppure per un momento di poter mettere in pericolo non solo la sua vita ma soprattutto quella di chi gli può passare accanto.

Già, perché è così che si fa morire e si rimane in vita.

Una famiglia intera, straziata dal dolore, per colpa di una persona qualsiasi che per un qualsiasi motivo che non sto a cercare, ha ucciso un giovane che aveva tutto il diritto di vivere.

Accade ogni giorno di leggere sui giornali notizie così tragiche. Ultimamente, proprio a Modica, anche Vanessa è morta in un tragico incidente stradale, anche la sua famiglia è rimasta lacerata dal dolore e starà rivivendo e piangendo straziata anche questo figlio che non è suo.

Quello che non accade è dare un nome all’assassino.

E’ facile dire il nome e il cognome di chi muore, e l’età, e la famiglia, e il lavoro o la scuola che ha frequentato, magari non tenendo conto che la gara per dare una notizia così tragica spesso arriva ai parenti che questi possano essere avvisati personalmente dai propri cari.

Di chi resta e ha causato l’incidente non si sa proprio nulla, come se contasse solo chi rimane e deve essere protetto, trovando una qualsiasi giustificazione anche costruita, che lo possa far vivere in pace con se stesso.

Così funziona la legge, soprattutto nei piccoli paesi come il nostro.

Ci si conosce tutti.

Fortunato è colui che per amico ha un operatore di giustizia e se ne vanta.

Alla gente normale non resta che la fede in Dio che vede tutto, perdona gli assassini, protegge in cielo più che sulla terra, rinforzando l’amore addolorato di chi piange un figlio e poi, per questo, aiuta un altro a sopravvivere a un dolore così grande.

Capisco che un assassino non potrà mai vivere sereno, anche se inconsciamente penserà e vorrà credere che tutto sia stato un caso o inventerà colpe che non sono sue, ma non lo è un caso.

Il destino non esiste, il destino, soprattutto se riguarda agli altri, lo costruiamo noi.

Siamo tutti colpevoli di omicidio, quando solo ne parliamo, giudichiamo, ignoriamo il dolore immenso che una famiglia vive in quel momento e che per sempre, se sopravvivrà, ne rimarrà strappata.

Siamo tutti colpevoli di omicidio, quando con pregiudizi nascondiamo le cause e gli errori commessi.

Siamo tutti colpevoli di omicidio quando da una tragedia così grande non impariamo ad essere più buoni e continuiamo a vivere superficialmente la vita, mancandole di rispetto, e con leggerezza continuiamo a viverla sulla pelle degli altri.

Il diritto di vivere lo abbiamo tutti, quello di decidere per altri no, è un abuso!

La poesia della vita nasce nel dolore atroce della morte e rimane eternamente viva solo con l’amore.

Vorrei semplicemente muovere i cuori dei più superficiali e abbracciare forte chi piangerà per sempre un figlio, un fratello, un amico che gli è stato strappato dalla pelle senza nessun rispetto. Vorrei dire tante cose ma non ci riesco.

Concedendomi una momentanea evasione dalle regole giornalistiche, chiudo quest’atroce pagina bagnata di lacrime con una poesia, la prima che ho scritto in assoluto, perché tutto ciò che viviamo, anche solo per meno della metà di tanti altri, non si dimentica mai e ci rimane eternamente addosso, lo leggi negli occhi che sfiori, lo respiri nel pianto che tocchi, lo porti dentro di te fino a quando, da morto, riuscirai a vivere sulla terra e poi salirai in cielo ad abbracciare il tuo angelo che prematuramente ti ha preceduto, lasciandoti in balia di tanti altri che crederanno di abbracciarti ma che invece abbraccerai più forte tu col tuo dolore, come fossero tutti figli tuoi.

Oh povera mamma

lacerata da tanto dolore
solo tu potrai capire il tuo strazio
solo tu capirai il vuoto che hai dentro
comprenderai cosa significa morire
solo tu
che sei giù morta prima ancora di tuo figlio.

Si, mamma senza anima,
la tua anima non c’è più,
è volata via con lui.

…per una mamma, un padre, un fratello, una sorella, un nonno, una nonna, per tanti parenti e amici… l’amore è parte di noi e quando ci viene strappato lascia la sua anima a chi lo amerà per sempre, portando con sé l’anima dell’amore ricevuto.

Sofia Ruta




La Modica di Enzo Belluardo




PAGARE PER PIANGERE

Penso che i cittadini modicani debbano sempre essere informati sollecitamente su ogni cosa che diventa una tassa da pagare, per avere il tempo di metabolizzare e soprattutto di contestare per i propri diritti.

Abbiamo bisogno che ci spieghino perché nel nostro Comune, anche quando andiamo a trovare e a portare fiori ai nostri cari defunti che si trovano nell’aldilà, dobbiamo pagare per entrare.

Non bastava che, già nel momento del dolore più grande, quando perdiamo un figlio, una madre, un padre, un fratello, dobbiamo lasciare il pianto davanti a un corpo dentro a una bara e correre in prima persona a pagare la tassa fissa per fare entrare il morto al cimitero il giorno del funerale. Adesso, volenti o nolenti, potenti o impotenti, dobbiamo pagare oppure rinunciare a un diritto che spetta a tutti: il diritto di piangere o pregare davanti a una tomba.

Già, perché io ci ho dovuto rinunciare, esattamente qualche giorno fa, il 3 giugno, quando sono andata al cimitero a trovare i miei cari ma ho trovato la porta chiusa.

Inutile cercare qualcuno per spiegare che, anche se ho 55 anni e apparentemente sto bene, sono diversamente abile ma non ho il tesserino che viene rilasciato gratuitamente a chi ha già un certificato di disabilità. Ricordo a tutti che come me ce ne sono a migliaia anche più giovani o più anziani e non tutti hanno un tesserino da esibire.

Nessuno è perfetto in questo mondo, non tutti possiamo avere un attestato di disabilità, spesso motivi burocratici e di sanità non informata non lo permettono, perché tante malattie sono poco diffuse e conosciute o vengono ignorate appositamente. Ma non è questo il punto.

Il punto è:

– perché dobbiamo pagare per entrare in un luogo dove il silenzio del pianto è l’unica cosa che si sente?

– perché dobbiamo essere umiliati e umiliarci a cercare un diritto che ci spetta semplicemente perché ci mantiene in vita e mantiene vivo il ricordo di una persona cara, a pagamento?

Non bastano forse tutte le farse, le bugie, le tasse che paghiamo e strapaghiamo per mantenere ogni giorno in vita con i nostri sacrifici un Comune che tutto prende e niente da?

Ricordiamoci che nessuno è perfetto e che la disabilità è una sensibilità d’animo da conquistare con amore, non da ignorare arrogantemente e senza cuore.

A seguito delle proteste della cittadinanza, si è deciso di intervenire consentendo ai disabili e a chi dimostri con certificato medico problemi di deambulazione la concessione del tesserino gratuitamente, salvo, in caso di richiesta di duplicato, il pagamento di dieci euro. Certo, non si è tenuto conto delle tante persone che si possono trovare in difficoltà deambulatorie senza avere un attestato medico, come nel mio caso, oppure per periodi piuttosto brevi e che quindi non possono attivare la procedura per ottenere il tesserino (vedi una brutta storta, un attacco di sciatica o di lombaggine o problemi simili) e che ugualmente vorrebbero recarsi da un loro caro in occasione di una precisa e dolorosa ricorrenza. Ma ci rendiamo conto che in questa occasione si è cercato, almeno in parte, di venire incontro ai cittadini e l’apprezziamo. Però resta sempre una cosa triste constatare che anche per piangere bisogna pagare.

Sofia Ruta  




Le ricette della Strega (a cura di Adele Susino)

Involtini di pancetta fresca

Ingredienti:
15 fettine di pancetta fresca, 100 gr di pangrattato, 150 gr di formaggio grattugiato (pecorino, parmigiano o caciocavallo semi stagionato o un mix dei formaggi preferiti), 1 spicchio d’aglio, 1 grande mazzo di prezzemolo, q.b. di olio evo, q.b. di sale e peperoncino, 1/2 bicchiere di vino rosso

Preparazione:
Stendere le fette di pancetta su un tagliere, salarle e peparle. Sistemare in un recipiente il pangrattato leggermente tostato, il formaggio, l’aglio tritato e il prezzemolo tritato finemente, mescolare aggiungendo olio per amalgamare, deve risultare come una sabbia umida. Distribuire il composto sulle fettine, arrotolarle e sistemare in una teglia, unire il vino e infornare a 200 gradi fin quando diventano ben dorate e croccanti. Servire caldo con il fondo di cottura accompagnate da un’insalatina mista di stagione.

 

 

 

 

 




LA KOREA ANCORA A MODICA

Modica da un po’ di anni incontra artisti coreani nell’ambito della danza, sia come concorrenti durante I.B.C.Sicilia (Concorso Internazionale di Danza diretto dal maestro Evegeny Stojanov), ma li ha incontrati anche, al Teatro Garibaldi, come interpreti del balletto “West Side Story”, dove i giovani del corpo di ballo dell’Università della Danza, spesati dal governo, sono venuti ad esibirsi, come unica tappa in Italia giusto per rendere omaggio alla nostra città che ospita il prestigioso Concorso di Danza.

La città si è resa conto del rigore professionale con cui questi giovani artisti si preparano, dei livelli di performance che riescono a raggiungere e dell’orgoglio della loro nazione nel diffondere nel mondo l’arte e la bellezza. Chi fra noi ama e apprezza il bello ne è rimasto strabiliato sia per la bravura, anzi dall’eccellenza di livello tecnico che questi giovani riescono a raggiungere, sia per l’orgoglio del loro governo che li sostiene, a differenza del nostro che interviene solo per tagliare fondi in ambito culturale.

Il giorno 28 maggio scorso abbiamo avuto l’opportunità di incontrare di nuovo nella nostra città, altri giovani artisti coreani impegnati nella disciplina del canto, l’impressione è stata altrettanto forte che per quella che abbiamo avuto davanti ai danzatori, eccellenti i primi, eccellenti questi. L’occasione d’incontro è stata un concerto organizzato dall’AGIMUS presso il Teatro Garibaldi per dare l’occasione a questi artisti del canto di esibirsi in pubblico, sia come solisti che in gruppo.

Il loro giungere a Modica è dovuto alla partecipazione ad una master-class tenuta da due maestri italiani, Giacomo Prestia e Anna Toccafondi, docenti presso il conservatorio di Firenze dove questi giovani si stanno perfezionando.

Il titolo del concerto era infatti “L’ arte del cantare in perfetto italiano”. Lo hanno fatto alla grande, l’arte del “recitar cantando”, tipica dei grandi della lirica, hanno dimostrato di possederla alla perfezione, come pure perfetta hanno dimostrato di avere la dizione, bravissimi!

Già l’esprimersi in perfetto italiano, cioè in una lingua che con la loro non ha punti di contatto strutturali, è un prodigio, ma il vero prodigio è stato ascoltarli, un incanto!

Bravissimi tutti, e dotati di una vocalità eccellente tutti, ognuno di loro infatti apparteneva ad un registro diverso della scala canora (basso, baritono, tenore, soprano, mezzosoprano, contralto). Durante il concerto, nella prima parte, si sono esibiti prima singolarmente, cantando un’aria di un’opera, mentre nella seconda parte si sono esibiti in ensamble e l’effetto è stato semplicemente strepitoso, la somma della potenza vocale individuale, l’effetto fuso dei diversi registri vocali, il mischiarsi dei diversi colori delle voci, tutto il miscuglio nell’unisono della coralità ha dato luogo ad un effetto che è impossibile dire con un solo termine linguistico, un effetto mistico e magico insieme, capace di scuotere con l’effetto vibrante della sonorità e l’effetto stimolante verso l’emotività dell’ascoltatore, roba da far rizzare i peli e destare profonda commozione.

Il perché Firenze approda a Modica è il frutto fra relazioni umane tra Modica e il resto del territorio nazionale, insieme all’ambizione del Liceo Musicale G. Verga di poter effettuare scambi di esperienza tra gli allievi che lo frequentano e realtà dove possono arricchire il loro percorso formativo.

Alla fine della master-class, tenuta con l’appoggio logistico del Liceo Verga, cantanti e maestri si sono recati presso il Municipio dove hanno effettuato la consegna dei diplomi di fronte al Sindaco. Per l’occasione hanno deliziato l’Amministrazione, i consiglieri presenti, il preside del Liceo, e hanno colto l’occasione per ringraziare l’Agimus, che ha effettuato tutto il lavoro organizzativo, nonché il Rotary club per il patrocinio accordato. Il loro modo di ringraziare si è esplicitato eseguendo due brani presso l’Aula Consiliare, inondandola di armonia e facendola risuonare d’incanto, in omaggio all’accoglienza che la città ha riservato loro.

Carmela Giannì 




DEI DIRITTI E DELLE PENE

DEI DIRITTI E DELLE PENE

La cronaca quotidiana del nostro martoriato paese riporta sempre più spesso brutte storie di violenza e d’intolleranza che vedono sempre nel ruolo di vittima persone o situazioni di estrema fragilità. Purtroppo c’è anche chi sta molto peggio: la Carta dei Diritti dell’Uomo è ormai diventata la carta dei diritti negati, e sembra valere come la carta che tutti noi teniamo in rotoli nel bagno.

Sarà forse anche colpa dei mutamenti climatici se in troppi escono fuori di testa, ma padri che ammazzano figli anche piccolissimi “perché piangeva sempre”, nonne massacrate da avidi figli o da nipoti tossici, mogli e fidanzate accoltellate, sparate, investite, strangolate, stuprate o sfigurate con l’acido da uomini che dichiaravano di amarle, fanno ormai parte del nostro tran tran. C’è il rischio di assuefarsi a questi orrori e di non essere capaci di altra reazione se non quella dello sfogo furibondo, ricco di insulti e di minacce sui social, spesso protetto da nick name, e comunque risibile per la comprovata inutilità, ad eccezion fatta che per sentirsi a posto con la propria coscienza, e poi via!, mettiamo un altro like al gattino di turno o all’ennesima ricetta della “vera” pasta alla carbonara… per carità: no al bacon e niente panna!

Intanto maestre esaurite picchiano i bimbi all’asilo, infermieri sadici brutalizzano i vecchi all’ospizio, bambine decenni vengono date in moglie a uomini anziani, eserciti di schiavi negri raccolgono pomodori, centinaia di disgraziati tentano la fuga da guerre e miseria, manipolati da sciacalli sfruttatori che li imbarcano a caro prezzo su gommoni fatiscenti, operai costretti alla cassa integrazione, impiegati licenziati via sms, e via così.

Praticamente non c’è un solo diritto che venga rispettato.

Certo, siamo tutti uguali, però se hai un colore di pelle diverso dalla mia, se preghi un dio diverso dal mio, se hai tendenze sessuali che io non condivido, se pretendi di guadagnare gli stessi soldi che guadagno io per il medesimo lavoro ma sei una donna, se il tuo handicapp mi dà fastidio, io sono sicuramente meglio di te.

Ad ogni diritto negato corrisponde una pena. La pena di chi è vittima di discriminazioni, di soprusi e di violenze fisiche e mentali è enorme: il caso della diciassettenne olandese che non ha più voluto vivere per i traumi causati da violenze sessuali multiple, e che ha scelto di lasciarsi morire di fame e di sete è paradigmatico. Anche se l’eutanasia, che in Olanda è legale, le è stata negata, fortunatamente per lei nessuno si è frapposto alla sua volontà di lasciare questo mondo, né familiari, né preti, né medici: almeno quest’ultimo, definitivo diritto è stato rispettato. Qui da noi, in mancanza di una legge che disciplini il diritto di fine vita, la povera Noa sarebbe stata passata al tritacarne dei media e sottoposta a giudizi morali impietosi e ad interventi medici coattivi.

A quali pene va incontro chi nega i diritti altrui?

In alcuni paesi retti da regimi totalitari o teocratici il problema di punire chi non rispetta i diritti altrui non si pone nemmeno: le carceri turche o iraniane sono stracolme di intellettuali, giornalisti e insegnanti colpevoli di aver espresso pareri non conformi al regime, condannati a lunghi anni di detenzione e sottoposti a torture.

Da noi assistiamo sempre più spesso a comportamenti della magistratura che ci sembrano inspiegabili. Stalker pericolosi, magari con l’obbligo di firma, sono di fatto lasciati liberi di uccidere, uxoricidi ammessi a fruire del rito abbreviato e che escono di galera con sconti di pena e con arresti domiciliari o affidamento ai servizi sociali in tempi veramente troppo brevi, malfattori stranieri pluricondannati con provvedimento di espulsione che però vengono lasciati liberi di sparire…

Il recentissimo caso del nigeriano che ha aggredito con violenza inaudita e senza alcun motivo un portantino al Policlinico di Roma non solo fa discutere, ma mette definitivamente in dubbio il diritto alla giustizia e la certezza della pena, in un momento in cui il secondo potere dello Stato è squassato da scandali di infima qualità. Il bruto, uscito dal carcere dopo aver scontato solo un anno e quattro mesi per lesioni, violenze sessuali e resistenza a pubblico ufficiale, sulla cui testa pendeva il provvedimento di espulsione, ha aggredito i carabinieri che lo dovevano trasportare a Potenza per l’espulsione, si è causato una ferita alla testa nella cella di sicurezza e, lasciato a piede libero dal magistrato nonostante il reiterato comportamento violento nei confronti dei militi, è andato al pronto soccorso per farsi curare ma lì ha preso a pugni il portantino ed è fuggito senza problemi. Dopo una settimana e solo in seguito ad un’altra aggressione, stavolta vittima una donna alla stazione Termini, il delinquente è stato arrestato. Chissà se il baldo ministro dell’Interno riuscirà, tra un selfie con Nutella e un cambio di felpa propagandistico, a recarsi al Viminale a fare il suo dovere in coerenza con quanto sbandierato in promesse elettorali?

La giustizia italiana sarà capace di mettere fine a questa storia di ordinaria follia? Follia non solo di un individuo violento ma anche di un ordinamento legislativo che consente una inaudita discrezionalità nel comminare pene. Troppo spesso la legge non è uguale per tutti: tanti ragazzi finiscono dentro per reati minori e attendono per mesi il colloquio col magistrato, ma se sono personaggi noti vengono trattati con guanti di velluto e lasciati a piede libero anche se beccati in flagranza di reato. Liberi poi di andare a farsi coccolare nei salotti televisivi di dame come la D’Urso…

Noi, eredi dei creatori del Diritto Romano, abbiamo un ordinamento che consente di condannare all’ergastolo sulla base di un processo meramente indiziario, e che premia bancarottieri fraudolenti condannati con seggi senatoriali e posti di comando governativi.

Per quanto tempo ancora subiremo l’onta della negazione dei diritti fondamentali e la sofferenza delle vittime irrisa e mortificata da sentenze paradossali?

Ma come ci siamo ridotti! Pecoroni, su la testa!

ldnp

 




LIRETA E LA SUA BATTAGLIA DI DONNA CHE VUOLE ESSERE LIBERA

“Lireta non cede” è il titolo di un diario, scritto da Lireta Katiaj, una donna proveniente dall’Albania, giunta a Modica tramite l’emigrazione clandestina, ormai naturalizzata nella nostra città dove vive e lavora da anni.

Il diario, scritto dall’autrice qualche anno fa, sotto l’impulso del bisogno di mettere ordine nella sua psiche, è stato spedito all’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve S. Stefano, fondato da Saverio Tutino.

L’organizzazione dell’Archivio Diaristico invoglia l’autrice a partecipare al concorso che viene organizzato annualmente, ed il lavoro presentato viene dichiarato “Finalista premio Tutino 2012”

Due anni dopo, in conseguenza dell’effetto che la vicenda narrata aveva destato sulla stampa, sugli intellettuali e presso alcuni artisti, avviene la pubblicazione, il diario diventa libro, in contemporanea viene realizzato da Mario Perrotta uno sceneggiato televisivo andato in onda su Rai 2. Sotto la regia dello stesso Mario Perrotta la vicenda diventa spettacolo teatrale che continua a girare in diversi teatri nel territorio nazionale.

In aggiunta a questo, c’è la diffusione d’esperienza che l’autrice conduce in proprio, andando a testimoniarla direttamente presso le scuole che la invitano, non solo sul territorio modicano.

Nonostante la diffusione di questa emblematica e toccante esperienza, a Modica il testo non era stato neanche presentato al pubblico, ci ha pensato la Consulta Femminile il 31 maggio scorso, nei locali della Biblioteca S. Quasimodo.

L’evento è stato inserito nel circuito “Maggio dei Libri”, la campagna di valorizzazione della lettura promossa dal Ministero Beni Culturali e del Turismo.

Ad introdurre i lavori la dott. Angela Campailla, che in una breve ma efficace introduzione ha enucleato gli ostacoli drammatici che Lireta affronta nel suo cammino per uscire dalla miseria, dalla guerra civile, dalla violenza domestica e dal costume patriarcale che per lei aveva previsto il solito ed unico destino previsto per le figlie femmine, il matrimonio, e per giunta combinato, cioè deciso dalla famiglia a cui lei avrebbe dovuto sottostare passivamente, e poi il viaggio per emigrare sul gommone.

Lireta non accetta il matrimonio combinato ed è costretta ad affrontare l’inferno: deve scampare alla violenza fisica di un padre violento perché alcolista, che al rifiuto del matrimonio combinato reagisce  lanciandole addosso l’ascia a cui scampa per miracolo; deve fare i conti con l’assenza di difesa della madre; con il rifiuto di ricovero da parte di parenti e amici; deve fare i conti con l’ isolamento generale che la costringe a mettersi nelle mani di personaggi senza scrupoli che vedono in lei solo una merce di scambio.

Tutto questo mentre nel suo paese imperversa la guerriglia, mentre le bombe sono la sola cornice sonora che si ascolta.

Poi l’emigrazione clandestina, attraverso i gommoni, su cui rischia la vita, e poi ancora il rifiuto di lei e della bambina da parte di colui che era stato suo compagno di vita, quindi rabbia e solitudine in terra straniera. Ma Lireta non cede, come recita il titolo del libro, con la sua grinta, il suo indomito coraggio e il suo attaccamento alla vita, riesce a inserirsi nel mondo del lavoro e a creare una nuova famiglia.

Insomma “cinquanta sfumature di violenza” affrontati su tutti i fronti, che lei non si stanca di testimoniare in tutti i contesti che la accolgono, a cui regala, esponendosi emozionalmente, il rumore dei ceffoni, l’angoscia della fuga, il bruciore allo stomaco per le pratiche reclusive che precedono l’imbarco clandestino, il panico della traversata al buio, il colpo sulle spalle che la scaraventa in acqua per fuggire alla guardia costiera, la disperazione e l’angoscia dell’incertezza di non riuscire a salvare la figlioletta che tiene stretta a sé durante la traversata,  l’umiliazione inflitta dalle forze dell’ordine quando dopo lo sbarco viene condotta in caserma.

Lireta testimonia tutto in un flusso narrativo senza sosta, un flusso che conosce le sole pause del respiro.

Alla fine il pubblico l’abbraccia e la strige a sé, anche per liberare la raffica di sensazioni, di indignazione, di dolore, di rabbia, di impotenza e di coraggio da cui si è sentito bombardare da un’anima nuda, ricoperta, per pudore, dall’accompagnamento musicale di Leon Spadaro che, improvvisando sulla tastiera, tira fuori leggere armonie che velano l’animo turbato, carico di patos, e contemporaneamente fa da filtro verso l’ascoltatore affinché non venga investito direttamente dal peso delle atrocità testimoniate.

La musica spesso viene utilizzata per fare da cornice, per dipingere un contesto, Leon Spadaro le affida la funzione di schermo trasparente, una sorta di velo che rende quasi mistica l’atmosfera.  Un’anima nuda quella di Lireta, che si espone per consapevolizzare, ma forse, anche per lenire il turgore di cicatrici che mai potranno sparire dalla sua pelle.

La Consulta Femminile non poteva sottrarsi all’esposizione pubblica di questa vicenda, che è vicenda innanzitutto di rottura della cultura patriarcale, cioè di quella cultura di dominio dell’essere umano maschile verso quello femminile, cultura che rende schiave le donne ma anche gli uomini che ne sono imbevuti, costringendoli ad azioni inumane, fuori dalla pietà e lontani anni luce dal rispetto della dignità umana.

La Consulta Femminile ha già affrontato, anni addietro, questo tema, esponendo alla pubblica conoscenza la vicenda delle sorelle Grimaldi, Francesca e Concetta, monacate contro voglia perché il loro padre doveva obbedire alla legge del maggiorascato, schiavo che schiavizzava.

Lo ha affrontato ancora nel 93, trovandolo intatto e involgarito, dopo 3 secoli, immutato nella sua ferocia, lo ha fatto esponendo al pubblico dibattito la vicenda di Francesca Garofalo Turlà, che, rimasta vedova, e volendo mandare avanti un’azienda agricola insieme ai figli, in banca si sente dire “una signora compra pellicce, non capi di bestiame”. Insomma, una donna non è affidabile come imprenditrice.

Non poteva eluderlo in questi tempi in cui si addensano nere nubi sull’autonomia femminile, non potevamo ignorare, avevamo il dovere di chiamare a raccolta la comunità per riflettere insieme.

Carmela Giannì