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LA MUSICA NON MUORE MAI

Sono passati vent’anni da quando è morta e sembra ieri che entrava nel mio studio come una raffica di vento e mi diceva: “Lu, il mese prossimo vado in Polonia”.

Federica Poidomani Dolcetti, un’artista a tutto tondo, artista quando si esibiva sul palcoscenico ma anche nella vita, che affrontava con la stessa irruenza con cui affrontava le Polacche di Chopin, perché tutto nella sua vita, dai gesti alle scelte, dallo studio all’espressione, veniva filtrato da un’anima appassionata e generosa.

Sì, passione e generosità erano i tratti caratteristici di una personalità fortissima, capace dei più grandi sacrifici e delle più grandi follie, nelle piccole cose come in quelle grandi, viscerale negli affetti familiari, ma anche nelle amicizie.

Ricordo le sue lettere nel lungo periodo in cui fu ricoverata a Padova per la terribile malattia che la condusse alla morte. Le scriveva quando si sentiva meglio, per riuscire a essere scherzosa e ironica come sempre, per non darmi l’angoscia di sentire la sua fine vicina. Mi parlava poco di sé, mi parlava di musica.

Si discuteva di Chopin, che amavo anch’io tantissimo ma lei di più, e per stuzzicarla esaltavo Brahms. Avremmo potuto continuare le nostre discussioni per giorni, senza accorgerci del tempo che passava.

Quando, a seguito di un incidente con la moto, fui costretta sulla sedia a rotelle per qualche mese, veniva a trovarmi e passavamo ore a parlare di musica. Un giorno le chiesi per quale motivo non suonava mai la Barcarola (di Chopin, inutile specificarlo!) e lei mi rispose che non la sentiva abbastanza chopiniana, cioè le sembrava quella “musica da salotto” scritta dal musicista più per compiacere quella parte di pubblico che vedeva in lui un artista raffinato, triste, un po’ lezioso. M’inalberai e le spiegai che non l’aveva mai ascoltata come si deve, perché in quel pezzo c’è veramente il mare, ma non il mare calmo al chiaro di luna di una notte d’estate quanto piuttosto il mare in tutte le sue sfaccettature di dolcezza e violenza, di tormento e passione. Sul momento si mise a ridere. “Tanto non mi piace” mi disse. Parecchi giorni dopo si sedette davanti al mio pianoforte e cominciò a suonare la Barcarola. Sì, la Barcarola che sentivo io c’era tutta, con la lievità dei Valzer e la passione delle Polacche. “L’ho riletta con i tuoi occhi” mi spiegò. Sempre in quei giorni, una volta mi portò una poesia scritta da lei sul mio incidente, una poesia umoristica, come solo lei sapeva fare. Ridemmo insieme fino alle lacrime.

Ma sapeva ironizzare anche sui suoi, di mali, come scriveva in una lettera dalla clinica dove veniva curata per quella malattia che poi la uccise. “Visite, controvisite, continui controlli al buco del c… che risulta “bello! elastico! perfetto!” al punto che mi sono decisa a prenderlo in considerazione. Eh, sì, la grande interprete di Chopin, dimentica delle sue vaporose toilettes verde e oro dedicate alla Polonia, dopo 3 giorni di immobilità ha dichiarato trionfante alla dottoressa: “Ho evacuato senza problemi!!” e la soddisfazione dei curanti è stata simile a quella del mio pubblico dopo la “53” o la “61”. Che tristezza… e che comico ridursi così.”

Questo era il suo grande fascino: saper mescolare il dramma all’ironia, non in un racconto, ma nella vita vera, la sua.

Ma, attenzione, saper usare l’ironia non vuol dire non saper soffrire profondamente. Chi ama profondamente soffre anche profondamente. E lei sapeva amare.

Sì, una donna che sapeva amare davvero, come aveva dimostrato abbandonando una promettente carriera per seguire Raffaele Poidomani a Modica, dedicandogli tutta la sua vita. Una donna che, non meno, era capace di amare un musicista incontrato solo sugli spartiti e di amarlo al punto che, quando suonava la sua musica nella sua stanza, senza pubblico, pareva trasfigurarsi, quasi il compositore guidasse le sue mani e il suo cuore.

Sono passati vent’anni da quando ci ha lasciati, ma è come se fosse ieri, perché la sua personalità è stata talmente forte e prorompente da aver tracciato un solco nei luoghi in cui ha vissuto e nell’anima delle persone che ha incontrato.

Non tutti l’hanno amata. Molti l’invidiavano, molti, forse i più, non la capivano. Non capivano, non hanno mai capito, come e fino a che punto sapesse amare la vita. E viverla. Forse perché la viveva attraverso la musica. E la musica non muore mai.

Luisa Montù

Nella foto Federica Poidomani Dolcetti e il figlio Aristide




EX DISSUASORI DI VELOCITÀ




IL DEBITO PUBBLICO CORRE VERSO ECONOMILANDIA

Il debito pubblico da anni, nonostante tante politiche economiche attuate, continua a non crescere.

A questo punto è lecito domandarsi perché?

Fermo restando quanto sopra, la nostra analisi registra errori nelle scelte di politica economica messi in atto da questo governo giallo-verde.           Registriamo infatti un mero analfabetismo economico di una classe politica sicuramente non adatta, o diciamo non pronta, a guidare un Paese così complesso come il nostro. Ecco il primo perché.

Secondo: Salvini e Di Maio sono partiti col piede sbagliato sfidando la Commissione Europea in occasione della presentazione del Def 2018, ben sapendo che il documento finanziario italiano era privo di sostanza.

Infatti i 5 Stelle (e in parte la Lega) anziché occuparsi delle infrastrutture, dei problemi delle fabbriche che chiudono, o ridurre la pressione fiscale sul ceto medio, o ridurre il tasso di disoccupazione e, ancora di più, anziché impegnarsi a ridurre l’elefantiaco debito pubblico (che qui ci impegna) cosa hanno fatto? Di Maio e compagni sono saliti a festeggiare sul balcone di Palazzo Chigi gridando vittoria per la scelta del Consiglio dei ministri di chiedere il 2,4% (e non l’1-1,5%) di deficit all’Ue, ben sapendo che era una forzatura suicida. Ecco un altro perché.

Ricordiamo anche i “NO” alla Tap, alla Tav e altre scelte economiche come lo sbocca cantieri. I “NO” che oggi stanno strangolando la crescita di questo Paese.

Ma non è finita qui. I due partiti in esame cosa fanno? Scelgono di intestarsi – e ci riescono – due riforme, Quota 100 e Reddito di cittadinanza, con coperture a deficit (cioè a carico del Debito pubblico). Ecco un altro perché.

Oggi il debito pubblico – grazie a tutti questi perché – viaggia intorno a 132,2% e con un trend dato al rialzo.

Ecco l’allarme Ue e la lettera di Dombrovskis e Moscoviti arrivata in questa settimana dopo le elezioni dove si mettono in luce i nostri mancati “progressi e regole violate”.

Secondo quanto è trapelato a Bruxelles, i Commissari scrivono che l’Italia non ha fatto sufficienti progressi, rispetto agli impegni presi dal precedente governo Gentiloni. Precisiamo che il problema del maxi-debito pubblico italiano è serio e va avanti da molti anni.

Le elezioni europee si sono concluse con una grande avanzata della Lega e di contro un doloroso tonfo del M5S.

Ora Salvini chiede pegno.

Infatti il team della Lega chiede di far approvare la flat tax (legge piatta) per favorire il ceto medio tanto danneggiato in questi anni.

Il M5S risponde rispolverando il tema della pensione di cittadinanza.

Entrambe sono richieste di riforme lodevoli e di grande valenza sia sotto il profilo fiscale che sociale. Ma? Purché entrambe abbiano adeguate coperture.

Invece, da quanto ci è dato capire, entrambe le riforme (come quota 100 e reddito di cittadinanza) saranno finanziate a deficit. Ecco perché il debito pubblico continua a crescere anziché diminuire.

Politiche economiche così fatte fanno salire lo spread (da un anno a circa 300 punti base), che vuol dire mancanza di fiducia, e di conseguenza spingono verso l’alto gli interessi che lo Stato deve pagare per finanziarsi.

Insomma, per uscire da tale mortale spirale occorre una seria inversione di marcia.

Questo governo ha scambiato le leggi dell’economia con quelle che animano la vita di FANTASILANDIA

Se Salvini e Di Maio continuano su questa strada il governo a breve andrà a sbattere.

Precisiamo inoltre che sono state disattese le promesse circa la legge Fornero che andava smantellata, ma è ancora lì; e poi che dal primo gennaio 2019 nessun pensionato avrebbe avuto meno di 780 euro al mese.

Inoltre, come ciliegina sulla torta, questo governo si è macchiato di un’operazione discutibile, molto discutile. Quella che – per fare cassa – ha tosato le pensioni superiori a tre volte il minimo.

Questo governo così facendo fa sì che i giovani una pensione se la sognano.

Concludo con Leopardi e il suo pastore errante, che continua a chiedersi: “Ove tende questo vagar mio breve”.

Riflettete, tribuni, prima di parlare di economia (senza averne dimestichezza) e di finirla poi a fare a gara a chi la spara più grossa! Perché tutto ha un prezzo.

Salvatore G. Blasco

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




L’ HOMO VIDENS BATTE L’HOMO SAPIENS

Di recente con una parte dei miei allievi, proprio quelli che si accingono ad affrontare il grande traguardo della maturità, attraverso la lettura di un brano tratto dal saggio di Umberto Galimberti, “La parola ai Giovani”, ci siamo interrogati sul grande valore che riveste la scrittura e la comunicazione per tutti noi oggi. Il brano che abbiamo letto e commentato spiega una lettera scritta da una studentessa universitaria che si pone il problema della difficoltà di scrittura ed espressione da cui sono affetti molti giovani d’oggi, carenze che sono state fortemente evidenziate da una relazione che più di seicento docenti universitari, accademici della Crusca, storici, filosofi e sociologi, hanno inviato al governo e al parlamento per denunciare il problema. L’allieva s’interroga sul problema della scrittura e ammette che all’università i professori lamentano gli errori gravi commessi negli scritti degli allievi e non si spiegano come possano essere giunti a questa fase della carriera scolastica pur avendo queste gravi lacune nell’elaborazione di un testo. La lettera della giovane studentessa continuava ricercando e spiegando una possibile soluzione, interessante la parte in cui si rivolge ai genitori chiedendo di non piazzare i figli sempre davanti alla TV o agli smartphone, di controllare i loro compiti, e magari la sera dedicare del tempo alla lettura di un libro con loro… La giovane poi si rivolge ai docenti e li invita a ricercare il “dialogo” con i loro studenti, li invita a mostrare tutta la passione per il loro lavoro, perché ciò che importa non è quanto bravi siano con la lavagna multimediale e con le nuove metodologie didattiche, ciò che conta veramente è l’amore che mettono nel proprio lavoro e la passione che li spinge ad amare ciò che fanno.

A questo punto dobbiamo proprio affermare che il problema della carenza comunicativa sta davvero investendo ogni ambito della formazione dei nostri giovani e di tutta l’intera società, è così, oggi si scrive male, si legge molto poco e si dialoga ancor meno… Non vorrei sembrare ripetitiva, ma non stiamo già raccogliendo i “frutti amari” di questa società della frenetica interpretazione del nulla? Un mondo dove l’homo sapiens ha ceduto il posto all’homo videns, un essere egotista che vive di immagini, di esibizioni, di “scena”. L’uomo videns non ha bisogno di parole ma di “cose”, appaga la vista ma non riesce neanche a dare un nome concreto a ciò che assapora dagli occhi, un uomo che “vede” ma non “osserva” e non riesce veramente ad assorbire la vera bellezza della vita, perché la vista è dei cinque sensi quello più avido e insaziabile, gli occhi appagano quella parte del cervello che viene investita da questi input continui che servono solo ad eccitare momentaneamente senza però destare nulla di più profondo e concreto: senza destare sensazioni reali e durature.  “Le parole sono sangue”, sosteneva Pavese, e credo che volesse dire proprio che senza le parole e il linguaggio l’essere umano non è più niente, retrocede al suo stato primordiale di essere bestiale! A questo punto mi chiedo se già non stia succedendo, anzi direi che ogni fatto ci fa pensare che l’homo videns stia già avendo il sopravvento e proprio dai giovani a mio parere parte l’allarme più forte, proprio loro sono i primi che hanno davvero capito che ciò che li ha resi così è questo grande VUOTO generato da una grande assenza di PAROLE nella loro vita da bambini, parole e gesti che implicano tempo, attesa, cura, amore… prerogative genitoriali perse nelle generazioni, ma che vanno necessariamente recuperate!

Graziana Iurato




UNA BELLA STORIA D’AMORE

Il 4 giugno, presso il Teatro Garibaldi, col patrocinio dell’Assessorato alla cultura del Comune di Modica, abbiamo assistito a uno degli spettacoli più belli di tutta la stagione teatrale: “Come sono le nuvole” parole, pensieri, racconti di sé.

Giovani attori speciali, ospiti dell’U.O.C. (Unità operativa complessa di Psichiatria di Modica dell´Asp 7 di Ragusa), hanno recitato con grande coraggio ed egregiamente davanti a un’affollata platea che li ha accolti festosamente, in estasi poi durante lo spettacolo e alla fine alquanto commossa, contagiata dalla semplicità degli attori e dalla dolcezza nei loro movimenti.

Alessandro Romano, regista e conduttore che li ha seguiti per circa tre mesi nel laboratorio di Teatro-terapia basato sul movimento, commosso, alla fine dello spettacolo ha detto: “La parola nasce dal gesto e io stasera mi sono emozionato molto, grazie all’arricchimento interiore ricevuto in questi mesi da persone veramente speciali.”

E così è stato anche per noi, tra la musica e i loro lenti movimenti, tra una canzone e la recita di una poesia, i personaggi in scena hanno dato vita e parola alle nuvole in movimento che talvolta buie e ferme per giorni nascondono il sole che però, con forza, riesce a risplendere e a renderle leggere e trasparenti, rivelando l’essenza delle loro belle anime.

Rossana Belluardo, Maria Grazia Buscema, Graziella Di Stefano, Maurizio Ferrara, Giovanni Galfo, Nicoletta Gisana, Giovanni Prefetto, Gina Scucces, Carmelo Terranova, Tiziana Turlà, hanno dato vita alle proprie emozioni donandole con semplicità e amore ai tantissimi presenti che hanno ben capito che ogni testo presentato con discrezione sul palco, è stato frutto della loro immensa creatività.

Alessandro Romano ha poi ringraziato per la collaborazione Marika Frasca e Federica Cavallo e la gradita carica di sensibilità umana di tutti i presenti, nonché delle dottoresse Alessandra Barone e Valeria Conte che hanno gestito il coordinamento e la supervisione del progetto, la dottoressa Elisabetta Rizza che da tempo fa parte dell’equipe pluriprofessionale di cui si avvale il Centro Diurno che prende in carico utenti con disagio psichico, il direttore generale dell’Asp Angelo Aliquò, il direttore facente funzioni di psichiatria di Modica Onofrio Falletta, l’assessore alla cultura Maria Monisteri, il sovrintendente della Fondazione Garibaldi Tonino Cannata, delle luci si è occupato Andrea Iozzia.

Presente anche il maestro Salvatore Fratantonio, che li segue nel laboratorio di pittura, e tanti altri volontari che si prestano con gioia e professionalità nelle attività dei vari laboratori e che inoltre col loro operato sostengono le famiglie, abbattendo muri burocratici e rendendo loro migliore la qualità della vita.

Nessuno di loro si è messo in mostra, il palco del Teatro Garibaldi, per una volta, è stato semplicemente delle nuvole, spaventate, silenziose, umili, forti, bianche, nere, emozionate, che gentilmente hanno arricchito l’animo di ognuno di noi.

Oltre al Laboratorio di Teatro-terapia, diverse sono le attività che vengono svolte nel Centro Diurno. Socializzanti: Gruppo Insieme – Visite guidate – Turismo sociale. Espressive: Pittura – Fotografia – Lettura. Gruppi motori: Piscina e Danza terapia. Inserimento lavorativo: Orto urbano – Tirocini formativi. Inoltre terapia di gruppo e colloqui individuali.

Anche questa, è una bella storia d’amore.

Sofia Ruta




versi di versi per versi e detti male detti (di Sascia Coron)

Politica e famiglia

riducono l’uomo in poltiglia.

Dai 5 stelle

alle più oscure stalle:

chi troppo cambia pelle

rompe le palle.

Lo stupido brilla

nella sua corte arzilla

che lui stesso ha pagato

ed ubriacato.

Finita la festa del santo,

la fece crolla di schianto.

La mente fa buoni propositi

e il cuore grossi spropositi.

Il popolo è sovrano;

di prenderlo nell’ano.

 




CORSI E RICORSI

Quando i governanti riescono a far vivere al meglio il loro popolo, la gente ne accetta e sostiene le scelte. In un governo democratico però i governanti cambiano, a quelli capaci ne succedono altri, che possono essere altrettanto capaci, ancora più capaci oppure, al contrario, in parte o del tutto incapaci. Quando si verifica quest’ultima situazione il popolo comincia a soffrire, diventa pian piano più povero, gli viene a mancare la sicurezza non solo economica ma di tutta la sua vita stessa, perché i governanti, forti del potere loro trasmesso da altri, dimenticano la funzione alla quale sono stati preposti per pensare sempre di più al proprio interesse e sempre meno a quello del popolo spingendo questo verso l’esasperazione e, di conseguenza, alla ribellione.

Se il governo è un regime di tipo dittatoriale, l’unica via per ribellarsi è la rivoluzione, ossia scendere in campo e abbattere il dittatore con la violenza; se il governo invece è di tipo democratico, allora lo si può cambiare attraverso il voto.

Nei nostri giorni la crisi economica, sociale, la perdita di certezza nell’applicazione delle leggi, da cui la sfiducia nelle istituzioni, hanno portato la gente a non credere più nella sinistra che governava e a cercare protezione nella destra. Da qui lo smarrimento di tutti coloro che nei valori, quelli veri, della sinistra avevano profondamente creduto e che non se la sentono di cambiare se stessi solo perché chi fino a quel momento li aveva rappresentati è cambiato e quei valori ha perduto.

Chi avrebbe voluto incarnare questi valori erano probabilmente i Cinque Stelle, ma, pur con le migliori intenzioni, hanno commesso un errore: dopo le elezioni, trovandosi di fronte a un popolo allo sfascio, volendo evitare il danno di ricorrere a nuove elezioni o quello, già tristemente sperimentato, di un governo tecnico, prolungando in tal modo la già grave crisi in corso, hanno accettato, ob torto collo, di governare unitamente alla destra. Questa è composta di politici con sulle spalle anni di esperienza, di gavetta, che quindi conoscono perfettamente le strategie da usare per conquistarsi i favori della massa, fagocitando in tal modo chi era armato da tante buone intenzioni ma totalmente privo dell’indispensabile malizia politica per attuarle.

Quello che ci pare sia prevalso in queste ultime elezioni europee è stata la stanchezza della gente, la perdita della fiducia, la disperazione, sì, quella disperazione che ti fa dire: basta, a costo di pagare in prima persona, bisogna cambiare.

Le notizie invero che ci arrivano da ogni parte del mondo ci rivelano che la società umana sta tornando su convinzioni e abitudini che avevano segnato il passato e dalle quali ritenevamo di esserci totalmente affrancati, pertanto vien da chiedersi se quel rinnovamento del nostro modo di pensare sia stato assimilato davvero dalle popolazioni o fosse solamente una ventata capace di trascinare ma non di mettere radici. Ci riferiamo, intendiamo precisarlo, non solamente a quanto constatiamo in Europa, ma anche, ad esempio, nei paesi musulmani, dove alcune tradizioni, dall’abbigliamento a certi comportamenti pragmatici, erano state in parte superate.

Forse quell’evoluzione da tanti auspicata e sostenuta e della quale ci sentivamo fieri era avvenuta troppo in fretta per le nostre limitate capacità di entrarvi appieno, pertanto ci era rimasta sulla pelle senza che ce ne sapessimo appropriare davvero, e ora, nel momento di crisi e di sofferenza, nel momento in cui ci si scopre abbandonati da chi avrebbe dovuto guidarci, la rinneghiamo.

Forse è anche questo il motivo per cui in tanti paesi del mondo la destra, con le sue idee, le sue tradizioni, le sue scelte di tipo patriarcale e antiprogressista, ha fatto un balzo in avanti. O forse, più banalmente, quando un popolo sta male e può cambiare chi lo governa lo fa, chi sia sia.




APPUNTI DI VIAGGIO LOW COST

Due viaggi a Roma, andata e ritorno, con voli Ryanair da Comiso a Fiumicino.

Primo viaggio. Partenza da Comiso con biglietto fatto via internet pagando la cifra a parte per imbarcare il bagaglio. Non faccio il check-in on line pensando che, dovendo consegnare il bagaglio, questo non serva. Vado a consegnare il mio trolley e mi viene detto da una signorina molto nervosa che, non avendo fatto il check-in on line, devo pagare un supplemento di 60,50 euro per effettuare il check-in in aeroporto. Chiedo una spiegazione e mi sento rispondere che è cosi e basta. Penso che sul sito avevo controllato tutti i supplementi che avrei dovuto pagare per il viaggio e quello proprio non l’avevo letto. Forse mi era sfuggito. Strano però. All’arrivo devo affrontare la seccatura di una lunga attesa al nastro trasportatore, ma pazienza, probabilmente avevo sbagliato. Per il ritorno cerco di fare il check-in on line. Dal sito non risulta possibile. Telefono alla compagnia, ma il numero (a pagamento) mi lascia a lungo in attesa, poi cade la linea. Questo avviene più di una volta, finché non esaurisco l’intera ricarica del cellulare. Riprovo da un fisso. Stessa storia. Alla fine riesco a parlare con qualcuno, che mi dice che non posso effettuare il check-in on line perché a Comiso il mio nome è stato scritto in maniera errata (altro che errata, pure cretina: anziché “Montù”, “Montuuuuu”!) e come data di nascita è stata inserita quella della partenza! Chiedo che devo fare e, stavolta gentilmente, mi si risponde di stare tranquilla perché si occuperanno loro di fare la comunicazione di check-in effettuato a Fiumicino. Qui, dopo la lunga attesa per un usuale ritardo del volo, riesco a partire, senza dover pagare il supplemento di 60,50 euro.

Secondo viaggio. Per non dover imbarcare il bagaglio con tutte le noie che la cosa comporta, ho acquistato sul sito della Ryanair lo zaino del tipo consentito per essere portato in cabina. Questo alla fine di aprile. A metà maggio faccio biglietto e check-in on line. Parto da Comiso col mio zaino regolamentare sulle spalle. All’imbarco mi si dice che quello zaino è troppo grande, lo devo imbarcare oppure, sul sito, pagare un supplemento di 8 euro per avere la “priorità”, ossia per entrare fra i primi in cabina, in modo che lo spazio nelle cappelliere sia disponibile, solo che a quel punto con la “priorità” non si può più procedere, quindi, con un supplemento di 20 euro, lo zaino mi sarebbe stato imbarcato. Specifico che ho acquistato lo zaino sul sito della Ryanair e che, anche se non era specificamente indicato come posizionabile sotto al sedile, vi si poteva inserire tranquillamente perché mezzo vuoto. “Dal primo maggio è tutto cambiato” mi dicono. Chiarisco che sul sito della compagnia erano indicati i cambiamenti dal primo maggio, ma quello zaino continuava ad essere previso come regolamentare. “Bisogna saper leggere!” mi sento rispondere con prosopopea. Eh, sì, ma, guarda caso, oltre a saper leggere so anche scrivere e per l’appunto ora lo sto facendo! Pago i 20 euro. Lo zaino viene imbarcato (ovviamente senza alcuna possibilità di chiuderlo con chiave o lucchetto, visto che non era destinato all’imbarco) e all’arrivo buttato sul nastro trasportatore del quale ci viene comunicato il numero. Aspettiamo. Aspettiamo. Aspettiamo. I bagagli da Comiso non arrivano. Nemmeno uno. Dove sono finiti? Tutti insieme decidiamo di denunciarne lo smarrimento e, dopo esserci avviati allo sportello addetto, ci accorgiamo che tutti i nostri bagagli stanno girando all’infinito su un altro rullo piuttosto distante. Dall’arrivo sono passate due ore, forse tre, a me è sembrata un’eternità! So che a voi non importa nulla, ma la mia schiena è a pezzi, perché, fra parentesi, i sedili dell’aereo sono di una scomodità inaudita, solo che, ovviamente, per poter avere quelli reclinabili, bisogna pagare un supplemento! Al ritorno, non avendo potuto attivare sul sito la priorità che risultava sempre deselezionata, partendo da Fiumicino mi aspettavo che, al momento dell’imbarco, mi si chiedesse di pagare i 20 euro per le dimensioni non regolamentari dello zaino, invece nessuno mi ha chiesto niente e io ho inserito il mio bagaglio sotto il sedile senza alcun problema.

Sappiamo tutti che i voli low cost sono piuttosto disagevoli e prevedono supplementi per ogni piccola modifica, però sappiamo anche che detti supplementi, per legge, devono essere previsti nell’offerta della compagnia. Quello che non capiamo pertanto è per quale motivo. partendo da Comiso. salti sempre fuori un pretesto per un supplemento ulteriore. Ascoltando le lamentele di altre persone che avevano effettuato lo stesso tipo di viaggio, ho constatato che, per un motivo o per l’altro, all’imbarco da Comiso si deve pagare un supplemento, cosa che, partendo da Roma, non succede.

Non voglio sospettare che si tratti di un qualche tipo di tangente arbitrariamente applicato dai dipendenti dell’aeroporto, se mai di una preparazione insufficiente degli stessi, che si trovano ad applicare regole poco chiare o malamente recepite. Resta il fatto che questi disguidi allontanano i viaggiatori, quindi, quando si ascoltano i lai di chi denuncia la scarsa affluenza (che magari potrebbe essere meno scarsa se ci fosse un maggior numero di voli, visto che quelli attuali sono sempre piuttosto affollati), non si può fare a meno di mettersi nei panni del turista al quale viene sottratta ogni certezza, cosa che, abitualmente, in altri scali non avviene.

Se vogliamo attirare il turista, la prima cosa da fare è tenere ben presente che questo non è abituato ai comportamenti raffazzonati troppo in uso qui da noi. Meditiamo, gente, meditiamo!

Luisa Montù