sabato, 14 dicembre 2019
l'editoriale di Luisa Montù

QUANDO TUTTO È FINTO

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67492579_688835821589400_2393863837049683968_nChe i collezionisti siano persone un po’ bizzarre lo sappiamo tutti, così non ci stupiamo se fra loro c’è chi raccoglie oggetti d’arte, gioielli, manufatti antichi, piante, insetti, penne, chiavi e quant’altro, quindi non si limita a ciò che lo possa affascinare perché bello, ma a qualcosa che soddisfi un impulso inspiegabile del suo inconscio.

Fra i tanti collezionisti, ce ne sono anche di bambole. Molti pensano che di questa categoria facciano parte solo soggetti di sesso femminile, perché appartiene al pensare comune il convincimento che la bambola costituisca solo un riflesso dell’istinto materno, per questo da millenni sono state destinate esclusivamente alle femminucce, e guai se un maschietto esprimeva il desiderio di avere una bambola come giocattolo!

In realtà, la bambola, in particolare la bambola antica, deve essere considerata alla pari di un qualsiasi altro oggetto d’arte. Certo, c’è chi si pone nei suoi confronti con un atteggiamento materno, le cambia i vestitini, la coccola, la chiama ”la mia bambina”, ma c’è anche il collezionista puro e semplice che ama averla, catalogarla, conoscerne a fondo la storia, analizzarla. Non per niente il più famoso collezionista di bambole antiche, colui che ne ha creato a Parigi un museo famoso in tutto il mondo, è stato un uomo, Robert Capia.

Oggi però in questo settore si è rilevato un fenomeno strano, che, pur rivolgendosi a un oggetto da collezione, non appartiene ad alcuna forma di collezionismo: vengono realizzate da artisti di bravura eccezionale delle bambole che, a vederle, si confondono totalmente con bambini veri. C’è chi le colleziona, d’accordo, ma c’è anche chi ne compra una e la tratta alla stregua di un figlio vero e proprio: la porta a passeggio nel carrozzino, alle persone che incontra e che, ignare, la credono un bambino vero, ne parla come se fosse suo figlio, addirittura al momento dell’acquisto si parlerà di “adozione”, con tanto di certificato.

Qualcuno ha interpretato quest’atteggiamento come bisogno di maternità. A noi la teoria non suona convincente. Chi davvero desidera tirar su un bambino, riempirlo d’amore e di cure, è circondato da bambini che hanno perso i loro genitori, bambini sperduti in zone di guerra, bambini che i genitori hanno abbandonato nella spazzatura sperando che morissero. Quante di queste storie sentiamo ogni giorno? Quanti bambini hanno bisogno davvero d’amore? Certo, l’adozione è difficile, specie in Italia, ma sappiamo che questo fenomeno del figlio-giocattolo non è solo italiano, ma equamente diffuso in tutto il mondo, anzi si può dire che in Italia sia solo agli albori.

Crediamo che l’interpretazione ne vada ricercata altrove: nella paura. Oggi l’uomo ha paura della realtà, una realtà spaventosa, è vero, ma della quale lui e solo lui è stato l’autore. Come dunque riuscire ad affrontarla senza soccombere? Fingendo. Fingendo che dalle malattie si possa sempre guarire, che la cattiveria sarà punita, che il bene, prima o poi, trionferà, che il tradimento, l’avidità, l’inganno saranno puniti un giorno da un essere superiore, che poi, in realtà, non si decide mai a intervenire… Ecco dunque le frasi belle e ottimiste che fioccano sui social, frasi che dovrebbero intendere un incoraggiamento per gli altri ma altro non sono che un prendere in giro noi stessi. Ecco dunque le pubblicità più assurde nelle quali vogliamo credere disperatamente perché non ci resta altro. Ecco dunque il figlio di gomma, che piange solo se lo vogliamo noi, che ha fame solo quando lo decidiamo noi, che non si sporca e non sporca, quindi non dà mai fastidio ma sta lì solo per permetterci di sfogare la nostra voglia di tenerezza… quando si manifesta, un figlio che non ci farà mai piangere perché non si ammalerà mai, non soffrirà mai, insomma un figlio felice, come tutte le mamme vorrebbero. E se dovesse rompersi? Vabbè, si ricompra!

 

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