sabato, 14 dicembre 2019
l'editoriale di Luisa Montù

IMPARIAMO DI NUOVO A PASSARCI LA PALLA!

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Quando eravamo ragazzini, a Roma, si giocava a pallone a Villa Borghese. Si cercava un punto in cui ci fossero quattro alberi disposti in maniera accettabile (e fortunato il portiere che capitava dove i due alberi erano più vicini tra di loro!) e si disputavano partite bellissime. Maschi e femmine, nessuno ci faceva caso, purché si sapesse trattar bene il pallone… e spesso nemmeno quello, bastava tirargli dei calci e farlo correre per il campo. Quando chiedevo in che posizione dovevo mettermi, mi rispondevano regolarmente: “Mettiti dove vuoi, purché non in porta, con le mani sei un disastro”. Coi piedi invece me la cavavo. Quanto ci divertivamo! Maschi e femmine. Grandi e piccini. Perché a quell’età non si seguono le regole della Fifa, del Coni o della Costituzione, si seguono le regole della natura, che dice che, quando delle persone stanno bene insieme, è normale che stiano insieme.

Alcuni giorni fa un collega di Pozzallo mi chiese di dargli una mano a diffondere un comunicato (non la si poteva considerare una notizia): c’era la foto di un gruppo di ragazzini che giocavano a pallone, con un pallone malandato, in un cortile dell’hotspot di Pozzallo. Erano tutti presi dal loro gioco, felici, però non avevano le porte (nemmeno due alberi vicini!), usavano due bottiglie vuote. E’ scattata così tra i colleghi una gara per donar loro due porte e dei palloni. Per installare le due porte però occorrevano dei permessi, problema presto risolto dalla ditta che gestisce la struttura, che si è fatta carico dell’installazione delle porte e della gestione delle stesse! Perché nella nostra società ciò che è semplice e naturale non lo si capisce più: tutto va REGOLAMENTATO! Il motivo, giustissimo, sarebbe quello di garantire la sicurezza delle persone, solo che poi questa sicurezza si manifesta garantita sempre di meno (vedi Ponte di Genova). C’è qualcosa che non quadra…

Ma se tutto ciò che è naturale e semplice deve diventare artificioso e complesso, che cosa resta della nostra umanità? Un bel nulla!

Se il calcio, un gioco stupendo che appassiona e unisce, ha trasformato quelle squadre sulle quali si riversava l’amore dalla loro gente in aziende asettiche in cui contano i profitti e il cuore è stato cancellato, se persino nella scherma, lo sport nobile per eccellenza, simbolo della lealtà che dovrebbe essere il motore della vita sociale, si è dovuto apporre ai concorrenti un congegno elettronico perché nessuno oggi è più disposto a dichiarare onestamente di aver ricevuto una stoccata (anzi, si arrabbia, chiede il controllo della moviola! Impensabile!), allora non è difficile capire perché la nostra società sia sprofondata nella putrefazione, sia diventata un corpo marcio ricettacolo di vermi.

E abbiamo scoperto (è una scoperta ricorrente nella società umana da quando ha preteso di definirsi “civilizzata”) che non abbiamo tutti la pelle della stessa sfumatura di colore e si è stabilito che, in base al colore, si appartiene a paesi e mondi diversi, si sono scoperte, o riscoperte, le razze. E’ un errore, e un errore anche piuttosto ridicolo. Basterà infatti avvicinarsi a un cortile dove dei ragazzi giocano a calcio. Vedremo che la loro pelle spesso ha colori diversi, ma vedremo anche che le squadre non sono strutturate in base ai colori, perché i ragazzi, quando giocano a calcio, quello vero, quello fatto di passione e che i soldi nemmeno li conosce, non guardano certo il colore della loro pelle. E, se avremo la pazienza (e l’intelligenza) anche di ascoltare, sentiremo uscire dalla loro bocca la nostra lingua, anzi, più spesso, il nostro dialetto. E vedremo che il ragazzino nero non indossa la maglietta coi colori del Camerun, ma quella coi colori della Roma, e quello giallo sfoggia la maglia della Fiorentina e quello bianco quella del Milan, le maglie insomma del nostro campionato, e quella maglia, il ragazzino che farà un gol, la bacerà davvero, con un bacio sincero e appassionato, con amore vero per quella maglia, quell’amore che sui campi di calcio in cui sgambettano i campioni non esiste più.

Se queste cose ormai non riusciamo a capirle, non riusciamo più a sentirle dentro di noi con convinzione, allora è normale che spuntino dei ducetti pronti a mettere in riga una popolazione di zombie.

Dobbiamo tornare al calcio, quello vero, quello che unisce, quello che aiuta a comprendere. Dobbiamo capire che una società è destinata a morire se non impara di nuovo a passarsi la palla, a cercare il compagno per aiutarlo a fare gol, perché quel gol non sarà un successo solo suo, ma il successo della sua squadra. Noi, esseri umani, impariamo di nuovo a passarci la palla per consentire alla squadra dell’umanità di vincere la sua partita!

 

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