sabato, 14 dicembre 2019
l'editoriale di Luisa Montù

USIAMO NOI STESSI PER DISTRUGGERE NOI STESSI?

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Strana epoca quella in cui ci troviamo a vivere! Un’epoca in cui non solo i valori (che quelli cambiano col cambiare dei tempi perché muta la visione delle cose, dei rapporti umani, dell’interpretazione di quanto ci accade intorno), ma persino i sentimenti, le passioni, che pure dovrebbero essere pulsioni istintive e per questo immutabili, si sono trasformati, come se fossero scatenati da input differenti da quelli che muovevano gli esseri umani fino a ieri.

Pare che oggi l’unico stimolo che ci spinge ad agire (chissà, forse persino a respirare) sia mostrarci agli altri: a tutta quella gente alla quale non importa assolutamente nulla di noi.

Ma sarà la nostra vera personalità quella che riveliamo attraverso tutti i mezzi che la tecnologia ci ha messo a disposizione? La vita, insomma, la viviamo o l’interpretiamo come su un grande palcoscenico sul quale ci si spintona per essere tutti protagonisti e si finisce invece per essere solo un coro insignificante e stonato?

Quello di mettersi in mostra è un istinto che da sempre caratterizza l’essere umano, ma è mosso dal desiderio di primeggiare sugli altri, di apparire più intelligente, più forte, più furbo, più abile, insomma migliore per emergere su tutti.

Ci si racconta e si è convinti in tal modo di stimolare qualcosa nel nostro prossimo, si cerca di apparire migliori oppure si bacchettano i costumi, i comportamenti altrui, senza renderci conto che noi stiamo percorrendo come lemming la stessa scia. Ci si accorge che sui social i nostri post, le nostre foto, sono la ripetizione pedissequa dei post e delle foto che incontriamo sul profilo di chiunque, allora, sempre travolti dal desiderio di primeggiare o almeno di farci notare (come non ha importanza, la parola d’ordine è “apparire”), si cominciano a postare i nostri aspetti peggiori, per distinguerci, dai selfie sul water al primo piano della cellulite. Accidenti, ma lo fanno tutti, allora io sono come loro, come la massa. Orrore! Ne siamo convinti, ma non ci rendiamo conto che ognuno di questi nostri comportamenti ci relega nella massa sempre di più, sempre di più… Cresce l’assillo: come distinguerci, come? come? Di cosa si preferisce parlare sui giornali? Quali notizie si commentano più volentieri al bar? Violentare una donna… Picchiare un disabile… Torturare un gattino… Aggredire qualcuno in mezzo alla strada senza motivo… Ecco, qualcosa del genere sì che farà parlare di noi! Dal pensare uno di questi atti al compierlo ci vuol solo un attimo. Debitamente filmati da un compagno compiacente, ovvio, magari con la promessa che ricambieremo il favore.

Ma perché ci siamo ridotti in questo modo? Perché abbiamo perso quegli stimoli che ci hanno fatto produrre capolavori della scienza, dell’arte, del pensiero? Sono morti dentro di noi o qualcuno ce li ha tolti?

Invero, abbiamo perso la fede. Non si parla qui di fede in senso religioso, ché quella pare anzi in pieno rigoglio, ma crediamo sia più una fede che ci appiccichiamo addosso, per disperazione o per moda, chissà. Abbiamo perso la fede nell’uomo, quindi in noi stessi, per questo ci affanniamo a smontare tutto quello che si riteneva assodato e certo, dallo sbarco sulla luna all’attacco alle Torri Gemelle, siamo persino riusciti a far dilagare il terrapiattismo quasi fosse una verità rivelata. E sono proprio le scoperte tecnologiche quelle che oggi ci permettono, con programmi più o meno sofisticati, di lanciare in rete video manipolati ai quali prima o poi finiamo per credere, finché un giorno riusciremo a distruggere proprio quella scienza e quella tecnologia che noi oggi usiamo con l’intento di negarle.

 

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