giovedì, 21 novembre 2019
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FINE VITA? MAI!

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La recentissima sentenza della Corte Costituzionale riguardo il caso di Marco Cappato, sotto processo per aver accompagnato in Svizzera DJ Fabo, cieco e tetraplegico, desideroso di mettere fine alle proprie sofferenze mediante suicidio assistito, ha riaperto la secolare diatriba tra i sostenitori del diritto di disporre della propria vita e coloro i quali ritengono che la vita sia un dono divino irrinunciabile da difendere comunque.

In un paese a maggioranza cristiana cattolica, che racchiude lo Stato della Città del Vaticano sede del papato, ai diritti del cittadino sanciti dalla Costituzione, i credenti/religiosi oppongono da sempre il predominio della legge divina sulle leggi dello Stato, e pretendono di imporlo a tutti.

Così è stato per il divorzio e per la disciplina dell’aborto. Chi ha qualche anno, ricorderà l’asprezza delle battaglie sostenute a difesa di diritti civili indiscutibili contro l’oscurantismo miope e bigotto di chi osa ritenersi abilitato a parlare e ad agire nel nome del Creatore. Pensare che anche i nazisti hanno combinato tutto quel che sappiamo all’ombra del motto GOT MIT UNS (Dio è con noi), e che al grido di ALLAHU AKBAR (Dio è il più grande) i fanatici jihadisti compiono stragi e tagliano gole, non è cosa confortante: troppe ignominie compiute in danno di minoranze innocenti sono state giustificate da uomini assetati di potere e denaro usando criminalmente a sproposito il nome del loro Signore. Pretendere di essere i soli a possedere la Verità e gli unici ad avere il privilegio di comunicazione diretta col Padreterno è la condizione che ha portato ad una infinita serie di tragedie nel corso dei millenni, tragedie che ancor oggi travolgono la Civiltà e la Ragione: il razzismo nasce da lì e, non me ne vogliano gli amici ebrei, ma la prima società basata sulla supremazia dell’uomo sull’uomo è stata proprio quella del Popolo Eletto!

La Corte Costituzionale ha solo stabilito che aiutare chi è in condizioni irreversibili e intollerabili e che ha scelto liberamente di suicidarsi non è reato, e ha demandato nuovamente al Parlamento il compito di legiferare sull’argomento.

Gli oppositori tuonano contro quella che chiamano l’eutanasia di Stato, e dipingono l’aiuto al suicidio come obbligo, per legge, di soppressione dei malati terminali, possibile prodromo all’estensione del provvedimento ai disabili e ai malati mentali… insomma, la Rupe Tarpea è dietro l’angolo!

La posizione dell’Ordine dei Medici appare tetragona nel proibire qualunque azione posta in essere per alleviare in modo definitivo le sofferenze di chi non ce la fa più e lucidamente chiede di essere lasciato morire, o per rispettare fino in fondo volontà espresse prima di precipitare nel baratro dell’accanimento terapeutico da chi non vuole diventare una “cosa” senza coscienza, un peso per i familiari, un onere per la sanità, ovvero un oggetto di lucro e di speculazione.

L’appello alla obiezione di coscienza, che è un’arma formidabile in mano all’establishment per condizionare carriera e vita di chi vuole andare controcorrente per cambiare il sistema, continua a rendere difficile l’applicazione della legge 194/78 e complicherà sicuramente l’applicazione di qualunque altro atto il Parlamento dovesse riuscire a produrre sul testamento biologico o sul fine vita.

La proposta fatta dal presidente dell’Ordine dei Medici italiani di creare una figura professionale statale di angelo della morte per allontanare dalla classe medica l’amaro calice di un aiuto umanitario che va contro il giuramento d’Ippocrate, prefigura il ritorno del boia? Mastro Titta in camice bianco?

In realtà, di casi di aborti clandestini effettuati a pagamento da medici ufficialmente obiettori, o di casi di vera eutanasia operata da medici consenzienti a fini umanitari, molti di noi ne sono venuti a conoscenza, o addirittura li hanno provati sulla propria pelle. Una buona legge permetterebbe di uscire dalla palude dell’ipocrisia e di affrontare un tema, certamente molto delicato ed estremamente coinvolgente per chi si trovasse nella condizione di doverne usufruire, finalmente alla luce del sole.

C’è una cosa che lascia interdetti di fronte a questa strenua difesa della vita ad ogni costo, soprattutto da parte di chi crede nella vita spirituale in un Aldilà, dove tutti i torti subiti, le ingiustizie, le sofferenze, la fame patite in Terra verranno compensate da beatitudine eterna: perché allontanare il momento meraviglioso del ricongiungimento coi propri cari già trapassati, tutti uniti nel tessere le lodi del Creatore immersi nella luce del suo splendore infinito?

Più della quantità, anche per la vita è la qualità il valore che conta di più. Che senso ha trascinare l’esistenza per decenni attaccati a macchine che simulano la vita, quando la Natura ne ha prevista comunque la fine?

Certo, la morte è un’esperienza dalla quale non si torna, nessuno sa cosa c’è dopo (se c’è un dopo…) e l’ignoto mette timore. Ma avere un terrore così patologico di un fatto assolutamente inevitabile dà veramente da pensare… e se poi ci fosse davvero Satanasso ad aspettarci col forcone in mano? Oppure ci potremmo trovare reincarnati in uno scarafaggio stercorario o in un indio amazzonico a rischio di “arrustuta” per mano di Bolsonaro…

Cerchiamo, nei limiti delle nostre possibilità, di comportarci bene con gli altri, con l’ambiente e con noi stessi: col placebo della coscienza a posto, il passaggio si affronta psicologicamente meglio.

Poi, comu veni si cunta!

Lavinia Paola de Naro Papa

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