giovedì, 21 novembre 2019
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DOMANDINE SCEME SCEME

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Domenica di pioggia, il ponte di Ognissanti sta per finire. Nell’uggia dovuta al grigiore e all’umidità che entra subdola nelle ossa, si fa spazio la voglia di staccare dall’andazzo consueto delle preoccupazioni concrete. La mente liberata svolazza, e si fa domande sicuramente oziose.

Che fine ha fatto il ghiacciaio valdostano di Planpincieux?

Per mezzo mese di ottobre tutte le emittenti televisive hanno generato ansia nel pubblico con notizie aggiornate continuamente sulle condizioni di scioglimento del ghiaccio e sul conseguente pericolo di caduta a valle. Una valanga di esperti-tuttologi si è prodotta in diagnosi e analisi del fenomeno possibilmente catastrofico, tutti a misurare i centimetri percorsi al giorno per la gioia degli inviati speciali in onda 24 ore su 24. Giornaliste avvolte in morbide pashmine, souvenir di passate trasferte da corrispondente di guerra in Afghanistan, e baldi giovani in Moncler hanno trattato l’evento con accenti in genere riservati a reportage epocali, tipo lo scoop della Botteri che, per prima al mondo, diffuse in diretta le immagini dell’inizio dei bombardamenti americani su Baghdad.

Il motivo per cui il ghiacciaio si sta sciogliendo è l’ormai consolidato surriscaldamento del pianeta col conseguente cambiamento climatico: in montagna fa caldo quasi come in pianura, la poca pioggia non si ghiaccia. Una mutazione del clima terrestre è assolutamente fisiologica: ne sono state documentate alcune anche in epoca storica, e la vita è continuata senza particolari problemi, parola di Carlo Rubbia.

Tuttavia la mutazione in atto è decisamente più veloce, ed è altamente probabile che sia la civiltà umana dell’ultimo secolo ad aver provocato questa accelerazione. Ce ne accorgiamo tutti, tranne ovviamente Trump con il codazzo dei suoi sodali/servi negazionisti, che non intendono cambiare di una virgola i comportamenti che reggono lo statu quo che a loro conviene. L’uscita degli USA dagli accordi di Parigi la dice lunga…

Curiosamente l’attenzione alle condizioni del ghiacciaio si è spenta quando si è attutito l’eco del viaggio di Greta Thunberg in barca a vela verso l’America e del suo intervento al Summit sul clima organizzato dalle Nazioni Unite.

Ma Greta, che per non usare l’aereo, troppo inquinante, è stata ospitata col suo papà sulla barca superecologica di Pierre Casiraghi, e che si è sciroppata quindici giorni di oceano su una barca da regata, priva di bagno e di cucina, con solo due cuccette da condividere a turno tra i cinque viaggiatori, dopo il Summit di New York che fine ha fatto?

Mentre il Malizia II faceva ritorno in Europa non più per mare ma su un antiecologico aereo, Greta è rimasta, impegnata in un giro di conferenze tra USA, Canada ed altri paesi americani. Domanda: come si sposta se non usa l’aereo? In auto? In treno? A dorso di mulo?

Prima o poi dovrà tornare a casa, la scuola è cominciata e ha già perso tante lezioni. Come farà il viaggio? Cercherà il Passaggio a nord-ovest e attraverserà la Siberia in treno o sceglierà la via più breve passando per il Polo Nord? Accetterà una gita in sottomarino atomico o preferirà una slitta trainata dai cani samoiedi fino al mare e da lì a casa navigando su un iceberg alla deriva? Per adesso nessun media ce lo ha detto, non sappiamo nulla di come finirà la trasferta di Greta.

Solo di una cosa abbiamo certezza: ai Black Friday dedicati a spendere quattrini nei centri commerciali preferiamo i Green Friday dove i ragazzi di tutto il mondo chiedono conto e ragione ai potenti delle condizioni drammatiche in cui hanno messo il pianeta dove sono costretti a vivere.

Che Greta e la sua sindrome di Asperger siano strumentalizzate, o che i suoi genitori l’abbiano manipolata per incentivare la vendita del libro scritto su di lei, non ci importa più di tanto. Sono voci messe in giro nel tentativo di boicottare la lotta contro lo strapotere della finanza che continua a far divaricare la forbice tra ricchi e poveri: l’importante è che le nuove generazioni si siano svegliate, abbiano preso coscienza della loro precaria situazione ed abbiano cominciato ad organizzarsi per ottenere il rispetto della vita.V

Va bene così, anche se in tanti partecipano agli scioperi scolastici dei Venerdì per il Futuro con smartphone di ultima generazione in mano e calzati con sneaker firmate, cucite da piccoli schiavi del Bangladesh e pagate centinaia di euro. Prenderanno coscienza anche delle diseguaglianze che permettono il lusso di poter scioperare a chi frequenta la scuola ben vestito e ben nutrito, e lo faranno in nome dei diritti di tutti i ragazzi del mondo ad essere istruiti per poter scegliere liberamente come e dove vivere al meglio, in un mondo riportato ad uno stato di sviluppo sostenibile.

Riusciranno i nostri eroi a non stancarsi e a portare avanti la protesta che tanti detrattori definiscono come moda radical-chic passeggera? Speriamo di sì, l’ultimo treno sta per passare…

Lavinia de Naro Papa

 

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