venerdì, 15 novembre 2019
l'editoriale di Luisa Montù

MA DOVE SIAMO NOI?

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No, non è la prima volta che affrontiamo questo argomento e di sicuro non sarà l’ultima. Perché ogni anno ci sentiamo sconfitti. Sconfitti nella nostra anima, nel nostro passato, nel nostro appartenere a una gente che è stata spesso schiacciata ma ha saputo risorgere, forte del suo passato, delle sue tradizioni, delle sue radici. Perché è dalle radici che si alimenta una pianta e noi altro non siamo che piante, cresciute come tutte le altre sul pianeta terra del quale ci alimentiamo.

La linfa che ci ha fatti arrivare fin qui sono state le nostre tradizioni, che ci identificavano e ci univano. In quelle tradizioni ci si riconosceva e ci si compattava, ovunque ci trovassimo.

Erano le tradizioni più intime, nascevano soprattutto da antiche ricorrenze religiose che erano rimaste nel cuore e nelle abitudini anche di chi la religione l’aveva abbandonata.

Erano feste amate, importanti, profondamente sentite dagli italiani, come il Natale e la Pasqua. Ma se queste appartenevano anche ad altri popoli, ce n’erano tante che si collocavano in nicchie paesane, come l’Epifania a Roma e la Festa dei Morti a Modica. Era quest’ultima una delle feste più belle e più profondamente ricche d’amore e di significato, perché serviva alla memoria, a riportare i bambini alla vicinanza con quelle persone care che non c’erano più ma che li avevano amati tanto. Così, quella giornata di tristezza e di ripianto per gli adulti si trasformava nei bambini nella giornata dell’incontro, della tenerezza, nei loro occhi il dolore diventava amore, soltanto amore. Non era la ricchezza del regalo che importava ma l’intensità del ricordo. Non era una festa lussuosa, ma quanto calore c’era!

Oggi vogliamo americanizzarci adottando una festa di origine celtica che gli americani hanno, come tutto il resto, industrializzato, perché crediamo stupidamente in questo modo di diventare più moderni, più importanti, magari addirittura più eleganti! Capite? Più eleganti!…

Così, ci siamo messi a festeggiare Halloween, la notte delle streghe, la notte dei morti viventi, ci mascheriamo da scheletri e da zombie, vogliamo fare paura. Paura, non amore, gelo, non calore.

L’Italia è un paese in cui, persino oggi nell’era della tecnologia, in alcune zone ancora si crede ai guaritori, ai maghi, alle fatture, eppure, fateci caso, le feste capaci di coinvolgere un’intera popolazione sono sempre feste di pace e d’amore. Quale aberrazione dunque ci porta adesso a vestirci da scheletri e da streghe e ad inneggiare alla paura? Che sia forse la stessa paura che alberga ormai quotidianamente dentro di noi per la tragica situazione economica in cui ci troviamo o la sensazione costante di una catastrofe imminente, dovuta al clima, alla politica, chissà? Crediamo di aver trovato un modo per esorcizzarla? Se fosse questo il motivo, forse si potrebbe giustificare la strana importazione di questa festa, ma noi purtroppo non lo crediamo. Noi siamo convinti, ahimè, che stiamo perdendo, anzi abbiamo già perso, la nostra identità, ci siamo spersonalizzati, omologati, insomma ci stiamo annullando in un appecoronamento vergognoso nei confronti di genti che proprio da noi discendono. L’italiano lecchino e scodinzolante ridicolizzato negli anni Sessanta sugli schermi da Alberto Sordi oggi è diventato realtà. Che pena! Allora però c’erano anche i Pasolini e i Pratolini, i Berlinguer e i Pannella. Oggi non è rimasto più nessuno a difendere la dignità di un mondo antico e glorioso un giorno, ma poi, a lungo, dignitoso e coraggioso nelle avversità, un mondo che si identificava in se stesso orgogliosamente. Nemmeno Totti e Del Piero giocano più.

Che pena!

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