sabato, 14 dicembre 2019
l'editoriale di Luisa Montù

CHI È PIÙ COGLIONE?

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Per educare un bambino gli si spiega che deve rispettare i compagni se vuol essere rispettato da loro, che deve aiutarli se li vede in difficoltà perché un giorno potrebbe essere lui ad aver bisogno di aiuto, che deve studiare se vuole superare gli esami, che non deve sporcare il posto in cui vive se non ha voglia di sguazzare nella sporcizia, insomma gli insegniamo cosa deve fare per trovarsi bene con se stesso e con gli altri. Gli si insegna anche però che se un altro bambino pretende di imporsi a lui, di cercare di sottometterlo, non deve chinare la testa ma difendere il proprio modo di essere e le proprie scelte. Insomma, gli si insegna la convivenza.

Se in una famiglia ci sono vari figli, questi principi di convivenza civile e rispettosa saranno applicati anche nell’ambito familiare. Accade a volte però che una famiglia, in cui è già presente un figlio naturale, decida di adottarne un altro. In questo caso dovrà fare estrema attenzione a non privilegiare l’uno o l’altro con manifestazioni d’affetto o attenzioni tali da far credere che esista una preferenza nei suoi confronti. Purtroppo accade spesso che il bambino adottato sia circondato da maggiori premure rispetto al figlio naturale e questo nell’errata convinzione che, mentre il primo deve già essere consapevole del legame profondo e indissolubile che esiste tra lui e i suoi genitori e addirittura lo si spinge a manifestare più affetto e attenzioni al nuovo arrivato di quante normalmente sarebbero riservate a un fratellino che fosse, come lui, generato da papà e mamma, il nuovo arrivato abbia bisogno di sentirsi bene accolto e protetto. Può accadere così, e in effetti accade spesso, che il primo si senta trascurato e si convinca che davvero i genitori vogliano più bene al bambino adottato, così soffre di gelosia e finisce per detestare il nuovo arrivato, mentre l’altro, sentendosi privilegiato, può sviluppare un atteggiamento di prepotenza. Insomma, si finisce per diseducare e far soffrire entrambi.

Il popolo, nel suo rapporto con chi lo governa, si trova in una posizione molto simile a quella del figlio nei confronti dei genitori e invero il buon governante dovrebbe comportarsi col popolo come un padre nei confronti del figlio. Il governo dunque non dovrà limitarsi a gestire il patrimonio dello Stato e a provvedere con questo al benessere dei cittadini, ma dovrà anche dar loro una direttiva, direttiva che, in un regime democratico, è scelta a priori dal popolo stesso attraverso il voto.

Dunque in una democrazia la scelta del tipo di governo spetta ai cittadini, quindi si potrebbe pensare che questi, conoscendo il modo di pensare, il tipo di scelte che faranno, insomma come governeranno coloro che hanno votato, sappiano già quali comportamenti è opportuno che tengano. Spesso però, forse addirittura nella maggior parte dei casi, i governanti ritengono che, anziché guidare i cittadini, debbano educarli. Questo vuol dire non educarli nel modo migliore bensì secondo la loro convenienza.

Gli italiani sono gente che non ha mai rifiutato l’accoglienza, perché anche loro si sono trovati nella condizione di chiederla ad altri, quindi, quando sono sbarcati gli immigrati nel loro paese, non li hanno respinti ma accolti con generosità.

Chi li comandava (e usiamo questo termine a ragion veduta anziché quello più politicamente corretto di “governava”) decise di mostrare al mondo fino a che punto la capacità di accoglienza di questo paese andasse al di là di quella offerta da qualsiasi altro, così cominciò a stravolgerne il concetto stesso trasformandolo in sottomissione.

Ecco dunque che si presero a considerare “offensivi” tutti quei simboli che da secoli avevano fatto parte della nostra cultura, dal crocifisso al presepe, persino l’alimentazione venne a perdere la sua specificità. Fu in questo momento che gli italiani si sentirono improvvisamente derubati e s’incattivirono, come succede di fronte alle ingiustizie, come succede alle imposizioni non giustificate da una logica. Agli italiani, in particolare, non si deve mai imporre nulla, bisogna convincerli. In questo caso però mancava una logica che potesse convincerli, perché per loro accoglienza significava, così come sempre dovrebbe essere, condivisione e comprensione, nel momento in cui diventava imposizione, da una parte o dall’altra, si trasformava in sottomissione.

Così si sono ribellati, ma l’hanno fatto nel modo più stupido, prendendosela con chi aveva chiesto solo di essere accolto, nient’altro, cadendo nella trappola di chi cavalcava il loro scontento non pensando certo al Paese…

I governanti, tutti, partono da un assioma: il popolo è coglione. Posto che questo sia vero, resta comunque assodato che, se fosse soddisfatto delle proprie condizioni, non gli salterebbe in mente di cambiare tipo di governo rischiando di peggiorarle. Pertanto, come i figli educati nel modo sbagliato appena possibile andranno via dalla casa dei genitori sbattendo la porta, quelli educati nel modo corretto lo faranno solo al momento giusto, non per ribellione.

Inevitabile concludere che, nel momento in cui un paese, si getta fra le braccia di un governo che finirà per gestirlo col braccio di ferro, limitando la sua libertà e le sue scelte, non diamone tutte le colpe al popolo coglione! Chi è più coglione? Il popolo che si ribella al caos o il governante che si comporta in modo tanto sciocco da spingerlo alla ribellione?

Sogniamo di viaggiare nello spazio e non sappiamo rapportarci tra di noi!

Dobbiamo svegliarci, dobbiamo ritrovare le nostre menti, i nostri pensieri, il nostro essere antichi per poter essere giovani, dobbiamo pulirci dentro per non affogare nei nostri escrementi.

Vogliamo farlo, tutti insieme, governanti e governati, con coraggio?

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