sabato, 14 dicembre 2019
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I FIGLI DI UN PAESE SENZA FUTURO

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Tantissime sono state le testate giornalistiche che in queste ultime settimane hanno scritto titoloni sui nostri giovani del Sud e sul fatto che stanno scappando tutti via dal loro paese, lasciando la Sicilia sempre più povera.

Penso che non solo la situazione dei giovani ma tutto quello che è successo nel nostro Paese negli ultimi anni, sia partito già da molto tempo e per colpa della lentezza di pensiero e dell’ingordigia di chi non vuole deporre le proprie armi antiche per lasciare spazio finalmente alla nuova generazione che di moderno ha tutto.

I nostri figli non stanno scappando via dalla Sicilia, stanno semplicemente cercando di migliorarsi per rimetterla in sesto e a qualcuno questo dà tanto fastidio!

Partono, sì, partono i nostri figli appena finiscono il liceo. Partono per studiare nelle migliori università italiane prima (e qui trovano i migliori docenti siciliani, quasi della loro stessa età) e poi anche in quelle straniere, dove trovano coetanei per docenti e scienziati siciliani o di gran parte del Sud, che, oltre che nelle università, sono apprezzati e presentano conferenze in tutto il mondo.

Studiano i nostri figli, e si specializzano presto, in Architettura, Disegno, Musica, Diritto, Legge, Letteratura, Geometria, Ingegneria, Medicina, Infermieristica, Scienze Politiche, Economia e Commercio e tante altre materie ancora. Nel frattempo si prodigano con gli stage nelle aziende, tirocini negli ospedali, collaborano all’interno delle università stesse come tutor per i futuri neo laureandi. Conoscono e vivono sulla loro pelle tutte le fragilità del paese che li accoglie, rendendolo forte, non solo economicamente ma anche umanamente.

Alcuni provano a tornare, per amore della propria famiglia, ma si accorgono subito di trovare, al loro ritorno, solo porte chiuse, in tutti gli uffici, in tutti gli ospedali, in tutte le scuole, in tutti gli sportelli, in ogni comune siciliano, anche in quello modicano.

Non c’è spazio per loro, sarebbero solo d’intralcio, scoprirebbero come non sono stati fatti bene i lavori nei cantieri, negli uffici pubblici o privati, negli studi notarili, medici, linguistici o altro, anzi, scoprirebbero come sono stati fermi in tutti questi anni, fermi come tutte le persone che occupano da una vita un posto di lavoro ben retribuito e non si sono mai più spostati da lì, non hanno mai guardato oltre il palmo del loro naso, non hanno visto cambiare il mondo, non hanno viaggiato per confrontarsi e migliorarsi nelle azioni.

Sono rimasti fermi alla loro epoca, ai loro bisogni materiali, alla superficialità, alla loro stessa inerzia. Ma i tempi sono cambiati, le informazioni, le strutture, le vedute anche. Tutto si è migliorato o peggiorato in ogni luogo, tutto è cambiato per mentalità o per ignoranza, solo in Sicilia tutto è rimasto fermo e indietro di almeno vent’anni (e dico poco).

E così i nostri figli ripartono o non tornano per niente, trovano un buon lavoro che li rende ricchi e indipendenti, diventano a tutti gli effetti bravi medici, infermieri, ingegneri, professori e danno ad ogni istituto sanitario, giudiziario, scolastico, ecc. il giusto merito, semplicemente mettendoci il loro impegno, la figura umana, il nome, e rendono ricchi di fiducia e stima tutti coloro che incontrano grazie al loro giusto operato.

Rendono ricche anche le regioni del Nord o i paesi europei che li hanno saputi accogliere apprezzandoli e non se li sono fatti scappare.

Intanto il Sud, sempre più povero e solo, affonda!

Partono anche i giovani che non studiano, lasciano le loro famiglie per lavorare lontano. Qui, in Sicilia, non c’è spazio neppure per loro che hanno tentato in tutti i modi, anche con la via del semplice artigianato, quello vero, quello bello, costruito con mani sapienti e tramandato da padre a figlio.

Troppe le pratiche burocratiche per aprire una qualsiasi attività e, se infine ci sono riusciti, in meno di un anno le tasse, gli affitti e le tante spese hanno sommerso quelli che ci hanno provato, annientandoli senza pietà e, ritrovandosi amareggiati e più poveri e soli di prima, scappano da un paese che non li vuole.

Partono dunque i nostri figli per lavorare al Nord, in Europa, in Canada, in America, in Australia e si adattano a qualsiasi tipo di lavoro venga loro offerto, dal pulire i bagni nelle stazioni di servizio, al carpentiere, all’idraulico, al cameriere, al magazziniere, al cuoco.

Alcuni incontrano persone che credono nelle loro capacità e li aiutano a crescere. Si specializzano anche senza scuola, aprono ristoranti, paninerie o gelaterie tipicamente siciliane, oppure diventano ballerini, cantanti e anche attori. E, quando li vediamo in televisione e li riconosciamo come nostri figli, finalmente esultiamo ma come sempre non li apprezziamo mai abbastanza.

Tornano i nostri figli ogni tanto quindi, da vincitori, ma ripartono sempre. In Sicilia il lusso di riuscire a vivere degnamente e mantenere una famiglia o due, pur tornando con le tasche piene, pensando di aprire una bella attività, non esiste.

Per questo molti dei nostri figli non tornano mai più e non solo perché hanno trovato un buon lavoro. Capita che delle volte incontrino, nel loro viaggio in cerca di fortuna, la morte, che ha un aspetto umano e si approfitta della loro bontà, negando loro la vita, come se non fossero mai partiti: cittadini stranieri in un paese che non li accetta.

E sì, i nostri figli partono ancora, ma partono perché qui non hanno nulla a parte la famiglia.

Qui si pecca di ingiustizie, di bugie, di inerzia, di falsità.

Ricordiamoci però che i nostri figli non partono mai da soli. Il loro bagaglio, che apparentemente sembra vuoto, è pieno di valori, sono stati donati loro sin dal primo giorno al mondo: l’amore e i sacrifici della famiglia che li accompagnano in ogni luogo.

Sono genitori e fratelli che, per farli volare alto, si tolgono il pane dalla bocca pur di vederli sereni e liberi in un paese non loro.

Sono padri e madri che lavorano notte e giorno, in bianco e anche in nero pur di non spezzare loro i sogni, che poi, se ci pensiamo, sono gli stessi sogni che abbiamo avuto tutti sin da piccoli: crescere in larghezza, in lunghezza e in altezza, a noi però è toccato fermarci davanti alle strettoie, alle strade rotte e corrotte e ad abbassare il capo per non farci schiacciare dalle pietre che ci hanno tirato addosso.

Soffrono e piangono le famiglie che lasciano andare i loro figli in cerca di un tesoro che spetta di diritto a tutti, la dignità che solo un lavoro sano e sudato può dare. Sentono anche freddo ma spesso risparmiano anche sul riscaldamento o sull’abbigliamento e mai rinfaccerebbero ai propri figli il latte e il sangue versato, pur di vederli felici e realizzati. Muti, aspettano il loro ritorno.

Rinunciano a tutto le famiglie, e sopportano chi si approfitta della loro benevolenza, pagando caro anche l’affitto di una stanza in una casa, divisa insieme a tanti altri coetanei.

Avere una casa al Nord, in una città universitaria, è sentirsi e vivere da ricco senza fare niente, non è come avere una casa al Sud dove, se la vuoi affittare per 400 euro a una famiglia, ti rimane chiusa, perché con uno stipendio non si campa una famiglia ma si pagano solo le tasse. Al Nord, con quattrocento euro, e dico poco, ci si affitta una stanza sola e moltiplicandoli per altre quattro o cinque stanze nella stessa casa e per tanti altri giovani che studiano lontano da casa, diventano 2.600 euro in un mese per una persona che vive di questo e non lavora e magari è pensionato. Uno stipendio diverso dal nostro e senza tanto sforzo!

Lo stesso vale per i negozianti del Nord, sono ricchi. Sapete perché?

Semplicemente perché i nostri figli acquistano tutto quello che nel loro paese del Sud la famiglia non acquista più, perché ogni spicciolo serve a riscaldare dal freddo e dalla lontananza il figlio lontano. E così i nostri negozianti chiudono ogni giorno le loro attività in Sicilia. Resistono quelli venuti da lontano, ma le loro entrate non usciranno mai dalle loro tasche per spendere nella nostra isola e farla vivere. Eppure lo meriteremmo anche noi.

Dicono dunque tutti che i nostri giovani stanno scappando dal Sud, non dicono che sono proprio loro che insieme alle famiglie, seppur divisi dalla lontananza, tengono in vita l’Italia, dal tacco dello stivale alle Alpi, mantenendo viva l’economia insieme a tutto il trasporto aereo, ferroviario o su ruote, pagando cifre enormi e approfittatrici, pur di rivedere per qualche giorno i propri figli tornare a casa e stare insieme a tutta la famiglia, almeno per le feste consacrate.

Il Sud, la Sicilia, la nostra Modica, noi tutti, dovremmo semplicemente ammettere di avere sbagliato i nostri conti e chiedere scusa ai nostri figli.

Dovremmo dare fiducia e spazio a tutti loro, alle loro menti e al loro grande cuore, perché per noi, guardano, vivono da soli e imparano come funziona il mondo esterno.

Noi siamo fermi da troppo tempo ormai e con le mani in mano, seduti dietro a una scrivania o anche in piedi, dettiamo leggi che non conosciamo, costruiamo strade senza ingegneria, chiese senza architettura.

Abbiamo dato e ricevuto ordini insensati, già da prima che nascessero i nostri figli, abbiamo fatto trovare loro un paese sfasciato. Li abbiamo penalizzati a vita.

Ma i nostri figli sono forti, hanno bisogno di essere creduti e apprezzati per le loro capacità che senza dubbio sono superiori alle nostre, e, se solo capissimo e ammettessimo gli errori fatti, ad ogni partenza di un figlio, aspetteremmo il loro grande ritorno guardando con gioia verso un imminente futuro migliore per tutti. Invece, ogni volta che ripartono, li sentiamo sempre più lontani e piangiamo.

Non dite più, per favore, che i nostri figli stanno partendo tutti per non tornare più. A noi, che siamo i loro genitori, non basterebbero più le lacrime per piangerli e la Sicilia affonderebbe davvero. Lasciateci la speranza di vederli tornare un giorno, grandi nelle loro idee, fieri di essere nostri figli e forti da tenere alzato un paese già mezzo annegato.

Ammettere gli errori nostri e privilegiare chi sta lottando per non farne più, è crescita morale, soprattutto, è ricchezza costruita di sacrifici, princìpi e valori umani. Pensiamoci, Natale dopotutto è anche questo.

Sofia Ruta

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