sabato, 14 dicembre 2019
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SCONFORTO E IMPOTENZA

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Sarà che a Modica con l’alluvione ci abbiamo fatto i conti, ne conosciamo il disastro in termini di perdita e di smarrimento. Sarà che ne hanno fatto memoria anche quelli che non erano ancora nati, tramite il racconto orale passato di generazione in generazione e se lo sentono addosso, lo hanno negli occhi che non hanno visto, nelle orecchie che non hanno udito, lo hanno sui peli che non si sono rizzati nel 1902, ma lo hanno fatto durante la narrazione.

La narrazione orale di avvenimenti drammatici, si sa, è una modalità particolarmente efficace perché veicola non solo i fatti, ma anche le emozioni che i fatti suscitano ed hanno perciò la capacità di attivare nell’ascoltatore l’immaginazione, e la vicenda finisce col penetrare nel sensibile, finisce con l’appartenerci.

Noi modicani ne abbiamo fatto memoria anche tramite i segni lasciati sui monumenti, ne abbiamo fatto memoria tramite le manifestazioni di solidarietà nazionale giunti da Milano e Palermo con i cui fondi sono state ricostruite le case che caratterizzano un quartiere e gli danno il nome; ne abbiamo fatto memoria dalle fonti scritte, libri che hanno documentato e quotidiani importanti, come il Corriere della Sera dell’epoca che riporta cronaca ed immagini terrificanti.

Sarà per questa memoria di fatti remoti, ma viva e impressa nella nostra carne, che le inondazioni di questi giorni, tutte di portata fuori dall’ordinario, tutte evidenzianti la potenza del cambiamento climatico, prima nel nostro territorio siciliano, poi a Matera e poi a Venezia, ci fanno essere emotivamente partecipi, direi immedesimati nel disastro fino a sentircelo addosso.

La sensazione che viviamo in questi giorni è quella di tristezza profonda per il disagio e lo sconforto che tanti esseri stanno vivendo, non proviamo difficoltà ad immaginare il loro stato d’animo, pertanto anche il nostro vivere è come sospeso tra la pietà per i malcapitati, la rabbia per i ritardi nella realizzazione delle opere che avrebbero potuto, forse, limitare i danni, e l’impotenza verso la rapacità della corruzione che mangia soldi e ritarda le poche opere iniziate.

Il territorio italiano è fragilissimo, è come un anziano in stato di osteoporosi, ma la politica che dovrebbe assumere il ruolo del medico che ha il compito di evitare il deterioramento lo tratta come se niente fosse, si concentra sulla tintura dei capelli, così apparendo giovane nessuno penserà all’osteoporosi, almeno finché non arriva la classica caduta, che puntuale arriva, rovinosa, perché artefice è il cambiamento climatico che presenta il conto dell’agire forsennato dell’uomo, allora si precipita di colpo nella condizione di cronicità dalla quale non si può tornare indietro.

Ma perché come umanità ci siamo ridotti in questo stato di stupidità tanto da non farci capire che siamo il male di noi stessi? Perché la politica si comporta come le iene che azzannano la carcassa? Perché ci crediamo in diritto di depredare e razziare il rimanente come se fossimo l’ultima generazione sulla terra? Perché la corruzione ci ha preso tanto la mano da farci comportare come un cancro che devasta l’organismo su cui prolifera?

Certo che la rabbia sale davanti al cinismo della politica che non si impegna per governare il paese, per salvaguardare le vite, per prevenire i disastri, per fronteggiare il cambiamento climatico responsabile di disastri dovunque.

Ci chiediamo come è possibile che i politici, perché a loro è demandata la ideazione e la regia della sicurezza del territorio, non provino imbarazzo, rimorso, turbamento verso le condizioni in cui versa il paese, verso l’insicurezza che attanaglia le persone comuni, insicurezza fisica e assenza di prospettiva. Ci interroghiamo su quanto e fino a che punto il potere stravolge l’essere, fino a che punto lo corrode. Ci arrovelliamo insomma senza trovare risposte e ciò genera rabbia, genera livore, suscita visceralità constatando come l’energia della politica si attiva solo nel salvaguardare le varie poltrone, anche qui senza pudore, tutti pronti a spostarsi da uno schieramento all’altro, pronti a rinnegare quello che avevano affermato, pronti a rinnegarsi prima dello spuntar del sole.

Certo. i governi durano poco, cambiano spesso e con i governi cambia pure la scelta delle priorità. Ma, al di là delle priorità che ogni governo sceglie per caratterizzarsi, dovrebbe restare sempre operante una azione di base che da un governo all’atro prosegue senza mutamenti, ed è quella della salvaguardia del territorio e delle vite umane. Questa che è la vera sicurezza, non quella che viene decantata nelle campagne elettorali. Una tale azione dovrebbe marciare al di là della fazione che governa, invece si naviga a vista, ed ogni volta si ricomincia da zero, si impiegano enormi risorse a posteriori e mai a priori che eviterebbe disastri e si risparmierebbero anche soldi.

Uno dei governi precedenti (Renzi, mi pare) aveva scelto la salvaguardia del territorio come punto caratterizzante, aveva fatto un piano di investimenti pluriennali, aveva scelto la manutenzione per risanare il territorio e per dare lavoro tramite i cantieri di intervento, ma poi l’ideatore si è impiccato (politicamente parlando) e tutto si è arenato, cioè è stato cancellato.

Siamo una nazione a cui non mancano le idee né la tecnologia, potremmo agire virtuosamente agendo secondo scienza e coscienza, invece facciamo ridere il mondo e piangere gli abitanti.

Insomma ai governati rimane solo il rifugio nella fede, ripetendo sconsolati “siamo nelle mani di Dio”! Ma ciò non placa la rabbia perché non si può accettare che le consapevolezze dei singoli siano superiori a quelle di chi, delegato e pagato per impostare il governo, si limiti a mettere delle pezze.

Già, le pezze, una misera cosa, che non riesce a raggiungere tutti quelli toccati dai disastri, perché oltre all’incapacità di prevenire c’è anche la parzialità nel riparare, perché si sa che le risorse sono limitate e che le piccole realtà, quelle periferiche, quelle più marginali rimarranno ignorate. Adesso si interverrà per Venezia perché è sotto gli occhi del mondo, tralascio la questione del sistema “mose” perché è evidente che anziché aiutare Venezia ha aiutato altro, ma si dimenticherà Matera, questa disgraziata realtà che per un breve lasso di tempo è diventata bandiera della bellezza per la sua singolarità (capitale della cultura) e oggi annega priva d’attenzione.

Non si fa sforzo a pensare ai tanti giovani che cogliendo l’occasione del rilancio hanno investito per mettere su attività che dovevano consentire loro di non emigrare e che a causa dell’alluvione hanno perso tutto e saranno costretti ad emigrare per pagare i debiti contratti per avviare il loro lavoro.

Poiché ancora più a sud, inutile dire della Sicilia, dove non solo non arriveranno risorse per i privati che hanno perso la loro attività lavorativa e si troveranno, intere famiglie, sul lastrico, ma non arriveranno fondi per ricostruire le strade cancellate, i ponti crollati, i costoni franati, le infrastrutture compromesse.

Questo è lo sconforto, l’impotenza segue. Si rimane paralizzati a sentire affermare scienziati, forse venduti, che i mutamenti climatici ci sono sempre stati, che Greta è manipolata, che l’allarmismo è frutto della suggestione.

Chissà se scienziati e capi di stato che stanno su questa posizione hanno ancora un’anima! Chissà se hanno eredi! Chissà se hanno il coraggio di guardarli negli occhi! Ma è il potere che sterilizza l’umanità?

Carmela Giannì

 

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