lunedì, 6 luglio 2020
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MARTOGLIO SCALDA L’INVERNO

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In una delle sere fredde e scompigliate dal vento di questa fine d’anno, il teatro ibleo ha riscaldato gli spettatori con “Voculanzicula” di Nino Martoglio che, a 150 anni dalla nascita, continua a far ridere di gusto le platee. La Brigata d’arte Sicilia Teatro, guidata da Miko Magistro, lo ha messo in scena a Belpasso prima di Natale, il 28 e il 29 a Ragusa, il 30 a Pozzallo e lo porterà in tournée per vari altri teatri siciliani.
Dal 1912 “Voculanzicula” (l’Altalena) viene rappresentato annoverando tra gli interpreti Angelo Musco, Turi Ferro e la sempre splendida coppia del teatro catanese Musumeci – Pattavina. Stavolta sono Magistro e Pippo Barone, nei panni di Ninu e Pitirru, a farci entrare nel tempo ormai “andato” delle botteghe di barbiere fra poltrone girevoli, calendarietti profumati di cipria e le donnine osé d’antan
Un sapore di passato reso fascinoso dalle volute Liberty della bellissima scenografia di primo e secondo atto, tra specchi appannati e indecifrabili dove si perdono le immagini di una Catania in festa per Sant’Agata e per il Carnevale. Non è strano che le due ricorrenze si sovrappongano (sono spesso concomitanti nel calendario); il fatto è che la festa della Patrona è “mascherata” spettacolarizzazione pagana di una fede esagerata.
Martoglio coglie lo spirito sanguigno, focoso degli etnei e lo esaspera nei tipi che si muovono sulla scena moderandone le intemperanze e affiancandoli a personaggi più pacati sì che, accanto a Ninu, Pitirru, Mariddu e l’avventore sfegatatamente agatino, ci sono Mastru Gnaziu, Neli e Ajtina.
Naturalmente motore della commedia è l’amore, declinato come passionalità, gelosia, odio, mai indifferenza, sempre un sentimento esasperato, ingannatore e spinoso come i fichidindia che prosperano nel terreno lavico della Piana catanese. C’è questo e altro: c’è la riflessione sulle idee socialiste, rese risibili dalle gag di Pitirru, c’è la pupa belloccia che aspira alla carriera artistica (non c’era a quel tempo, ahimè, X Factor…), c’è l’insaziabile fame di denaro. Le battute si inseguono, si incrociano, si incalzano nella gustosa parlata catanese in modo così effervescente da lasciare senza fiato gli spettatori fino al terzo atto, quando una strepitosa Carmela Buffa Calleo dà vita alla za Sara, paradigma della tradizionale medicina popolare “profumata” d’aglio e scongiuri sputacchiati, che mi ha fatto pensare a un personaggio femminile del guastelliano “Vestru” e a quel lapidario “ppu vucca fitusa, santificau la veccia ri li fusa!”
Una vera e propria altalena di colpi di scena, di macchiette, di cartoline del tempo che fu. Magari non proprio così, dato che inconsapevoli macchiette frequentano la ribalta della società e della politica di oggi…
Una serata spesa bene in compagnia di Martoglio che non trova pari tra i suoi epigoni.

Marisa Scopello

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