lunedì, 6 luglio 2020
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MONTELEONE E IL VIAGGIO

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image0-Sal, dobbiamo andare e non fermarci mai finché non arriviamo
-Per andare dove, amico?
-Non lo so, ma dobbiamo andare…

(Jack Kerouac, On the road)
Era a questo che pensavo all’inaugurazione della mostra “Locoemotive” di Ignazio Monteleone giovedì 2 gennaio.
Andare, partire, sentirsi lievi nelle stazioni della vita, lievi come gli sbuffi bianchi di vecchie locomotive sferraglianti, nere di carbone, alate come corvi in campi di grano, sentire l’altrove che solletica e invita a un’altra corsa, una delle tante. O forse l’ultima. Monteleone ha tante buone storie di viaggio e le racconta con la sua pittura densa ed evocativa, agnizione di ricordi ed emozioni, da solo e non (mi riferisco alle performance in coppia con Giuliano Macca): i vascelli (tanti), le palme (sette), i molteplici gatti sotto la luna, le locomotive (infinite). In questo IV capitolo, i treni sono quelli che lo affascinavano da bambino nelle stazioni di Palazzo Adriano e Lercara Friddi, simbolo del sogno e della fuga imprevedibile mentre il fischio annunciava la partenza, suono degli addii o promessa di nuovi orizzonti…
Per Monteleone (come per il suo amatissimo Borges) l’atto estetico è “imminenza di una rivelazione che non si produce in modo automatico”, ogni dipinto rassomiglia ad un oracolo: non dice e non nasconde, può solo accennare in maniera inquieta. È come un destino da cogliere al volo nella fuggevole natura del compiersi. È varco, come le locomotive emozionali di questa mostra. Soffermarsi ad osservare le sue opere è come fare soste nelle stazioni della vita, attese e partenze, quasi mai arrivi, solo treni che partono ancora per Tozeur, transitano per Yuma, attraversano frontiere e forse si spingono “fino ai laghi bianchi del silenzio” (come non citare Paolo Conte?) al ritmo di milonga e di fandango…
Treni che viaggiano verso mondi alternativi o virtuali, tinti di ocra, di giallo “bastardo” e di nero. Nell’ambivalenza stridente dei colori, Monteleone traccia un labirinto di binari e gallerie, di piccole e significanti stazioni di provincia raccontate nel buio della notte, con i sensi all’erta, in attesa che il “cerimonioso” Capostazione alzi la paletta e fischi l’inizio di un nuovo itinerario della mente e del cuore. In carrozza.

Marisa Scopello

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