giovedì, 20 febbraio 2020
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IL RITORNO DEL’HYDRIA

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A volte tornano. Tornano gli dei e gli eroi anche tra i “barbari” in senso etimologico, coloro i quali non sanno esprimersi nella lingua che essi parlavano, ma che restano catturati dal loro fascino arcano, anche attraverso un manufatto che appare in tutta la sua bellezza ai nostri “barbari” occhi in un freddo pomeriggio di gennaio. Sto parlando dell’hydria del “pittore di Modica”, presentata al Museo F. L. Belgiorno di Modica.
C’erano le autorità dell’archeologia siracusana e iblea, c’era l’Assessore alla cultura, c’erano (soprattutto) i ragazzi del Servizio sociale, entusiasti e propositivi nell’incarnare “l’amore giovane verso le cose antiche”; c’erano fotografi, tanta gente e io con questi a chiedermi perché quel “pittore di Modica”.
Come nel mito platonico della caverna, dalle tenebre dell’ignoranza che avviluppano e ottundono emergono spiragli di luce grazie alla documentazione impeccabile di Paolo Orsi che la dott. Giuseppina Monterosso espone narrando il ritrovamento e la singolarità della pittura a figure rosse di quest’hydria,  che portò Beazley (uno dei più importanti studiosi della pittura vascolare del V sec. a.C.) a coniare la definizione di “pittore di Modica”.
A preparare l’attesa ci sono le foto e la minuziosa descrizione: 43 centimetri di stupore, di greche e palmette, di meandri che dividono il nero della base dal magnifico fregio posto nello spazio superiore di figure non allineate in “teoria” ma disposte elegantemente su diversi livelli secondo la cosiddetta megalografia polignotea per l’accenno alla profondità tridimensionale, per i panneggi e la ricchezza degli abiti, per l’espressione e la pittoricità sinuosa e sensuale e la solennità dei gesti, per l’espressione non standardizzata di occhi, mani e bocche che richiamano la ricercata pittura di Polignoto di Taso, celebre ad Atene e Delfi alla fine del V sec. a.C.
Eccola infine, a far bella mostra di sé nella teca centrale, a farsi ammirare nella città di provenienza dopo 108 anni a Siracusa e le parentesi espositive al Palazzo Reale di Milano e al Colosseo. Ventiquattro secoli di vita, ricostruita e ammantata di un alone di mistero: chi era il proprietario, chi le costruì intorno il tumulo a lastroni di pietra, chi accese la pira su cui venne cremato il corpo dell’uomo le cui ceneri essa conteneva?
Sicuramente doveva appartenere ad un’élite per possedere siffatta hydria e abitare vicino al sito di questa e altre deposizioni funerarie nell’antico “o ritu”, luogo che evoca terra fertile e acqua corrente, diventato poi Oreto o Loreto. Ceneri preziose per la famiglia che ha percorso, immagino, in processione la strada da casa al sepolcro, lasciando il mito di Paride e della mela d’oro a custodire per l’eternità il loro caro.
Mi piace pensare che gli dei e gli eroi antichi, gli amorini alati e lo scudo di Atena, il sorriso di Afrodite vittoriosa abbiano concesso all’hydria di attraversare i millenni e il silenzio dell’oblio, per dare a noi l’onore di goderne nel nostro museo, conquistando lo sguardo (che definirei in questo caso esperienza diversamente tattile) di chi sa ancora apprezzare il bello nelle sue intrinseche qualità. Non tutto è perduto per i barbari.

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Marisa Scopello

 

 

 

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