giovedì, 9 aprile 2020
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LA MASCHERA CHE SIAMO

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Dalla rappresentazione romana del giugno 1917 ne ha fatta di strada “Il berretto  a sonagli” attraverso i teatri del mondo. Meno noto dei “Sei personaggi”, anche nel “Berretto” c’è il dramma dell’incontro-scontro tra realtà e maschera, giocato qui su un piano apparentemente comico, quale il tema delle “corna”. In ballo ci sono invece le dinamiche proprie del personaggio pirandelliano e la dilacerante condizione di chi sa e dissimula, di chi non é e finge di essere.
La sera del 24 gennaio ho assistito, al Piccolo Palcoscenico di Modica, alla messinscena che ne ha fatto Alessandro Sparacino con la sua compagnia teatrale. Una messinscena filologicamente aderente al dramma  di Pirandello, molto accurata nella resa del clima (superato, forse) del delitto d’onore, dei costumi e acconciature di moda in quel tempo. Dramma del tradimento, che della possibile lettura comica ha perso ogni connotazione; vi si esalta invece il “sentimento del contrario” di cui Ciampa è protagonista assoluto: lui, innamorato della moglie, è disposto ad accettarne il tradimento a patto che la cosa non diventi di pubblico dominio. Lo scontro con Beatrice, moglie a sua volta tradita, dà il via all’azione scenica.
Nel silenzio della platea traboccante di spettatori intenti a seguire la vicenda, prende corpo lo strazio di Ciampa nell’incalzare dei suoi ragionamenti sulle tre corde, sulla teoria del pupo e dello spirito divino che “entra in noi e si fa pupo”.
Convincente Cinzia Minardo, una Beatrice fragile ma determinata, che non ci sta ad accettare la mentalità borghese, cocciuta nel voler avere vendetta e combatte dialetticamente col fratello Fifì, campione del tornaconto personale in nome del perbenismo, ben interpretato da Tony Castobello. Che dire di Angelo Abela? Si è cucito addosso il carattere pavido del delegato Spanò che non vuole dispiacere a nessuno (al pari del don Abbondio manzoniano), in bilico fra tutore dell’ordine dalla coscienza elastica, sempre prona davanti a chi ha più potere, e suda ammiccando a disagio. Brava Ornella Cappello, la madre di Beatrice, e brava Annamaria Abbate, la perfida Saracena e anche Nina, la moglie silenziosa di Ciampa. C’è la premurosa Fana di Natalina Lotta che ha deciso di tornare finalmente sulla scena per la gioia di tutti quelli che ne conoscono sensibilità e qualità recitative. E poi c’è lui, Alessandro-Ciampa, che scava il personaggio e ne rende vive le sfaccettature umanissime del suo dramma interiore mentre tenta di tenere in vita la “corda civile”, consapevole che, per sopravvivere, qualcuno dovrà indossare il berretto a sonagli della follia.
Un ruolo congeniale ad Alessandro Sparacino, così altruista nello scomparire come persona e farsi personaggio di figure emblematiche del teatro di tutti i tempi, dalla tragedia greca al dramma moderno. Lui che, nel ruolo di protagonista e regista, chiede ai suoi attori (ma soprattutto a se stesso) di affrontare, con la serietà e la competenza dovute, qualsiasi copione teatrale, anche il più difficile, si è messo totalmente in gioco con il linguaggio del corpo e le sfumature di voce in cui eccelle.
Ma forse la sera del 24 su quel palcoscenico c’era qualcun altro che severo approvava la fatica degli attori; lo si avvertiva nell’aria mentre la musica del maestro Carrubba faceva da sfondo e noi spettatori prendevamo atto del grande “teatro” della vita e della sua eterna buffonata, tenendoci stretti i magnifici pupi che siamo ciascuno di noi ogni qualvolta fingiamo una sicurezza che si disfa nel labirinto dei rapporti umani.

Marisa Scopello

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