giovedì, 20 febbraio 2020
l'editoriale di Luisa Montù

UN TEMPO C’ERA IL CORTILE

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Un tempo c’era il cortile per comunicare. Da lì si parlava coi vicini, si discuteva dei fatti del giorno e dei piccoli avvenimenti delle famiglie che si affacciavano sul cortile, si litigava per i panni stesi alle finestre che gocciolavano sul balcone sottostante, per i ragazzini che, giocando a pallone, a volte rompevano i vetri di una finestra. Insomma, si viveva seguendo la logica della comunicazione fra gente che s’incontra, si guarda in faccia, si stringe la mano ma qualche volta litiga pure, finanche venendo alle mani, per poi rappacificarsi andando a prendere un caffè insieme.

Perché, trovandosi faccia a faccia, i concetti, le idee, passavano da una persona all’altra e queste, guardandosi negli occhi, vi potevano leggere con quanta convinzione erano espresse e capire davvero gli stimoli e le esigenze che ne erano alla base. Questa era comunicazione. Questa era condivisione.

Questo aiutava a capire, almeno in parte, le menzogne, le falsità che la gente usa per mascherarsi, per non rivelare davvero quella che è. Non che fosse facile nemmeno allora, ma un pochino di più, forse, lo era. Quante volte avete sentito dire da qualcuno di aver avvertito “a pelle” che una certa persona non era sincera? Spesso, probabilmente, perché ci sono sensazioni, segnali, che ci aiutano a capire e a relazionarci con chi ci circonda, con chi si vede in carne e ossa davanti a noi.

Adesso c’è Facebook e tutto è cambiato. Noi vogliamo illuderci che, semplicemente, il nostro cortile sia diventato più grande, che riesca ad abbracciare l’umanità in ogni parte del mondo. Teoricamente potrebbe voler dire che il nostro modo di pensare ha la possibilità di estendersi, di arricchirsi incontrando altri modi di pensare, altri modi di sentire, altri modi di interpretare la società. Nella realtà questo però non accade. Non accade perché l’essere umano ha un fondo di vigliaccheria (spesso giustificata come istinto di conservazione) che lo spinge a nascondersi per sfuggire ai problemi. A controbilanciare la vigliaccheria però c’è la voglia di mettersi in mostra, una voglia cresciuta via via col crescere della tecnologia e che ha portato il desiderio irrefrenabile di “farsi vedere”. Ecco dunque il dilagare di quegli show televisivi le cui passerelle si affollano di sconosciuti, per lo più privi di cultura e d’immaginazione, convinti che tutto il mondo, solo a guardarli, resti affascinato da loro.

Ma come si può conciliare la prudenza che spinge a nascondersi con l’anelito ad apparire? Semplice: con la maschera.

E per questo cosa può esserci di meglio di Facebook, dove dietro lo schermo di un computer si può diventare quello che non si è? E se qualcuno è in disaccordo con noi, basta cancellarlo dalla lista degli “amici”.

Ecco dunque un rigurgitare di buoni sentimenti… improvvisamente travolti da espressioni di odio, rancore, invidia.

Fateci caso però: i buoni sentimenti sono espressi sempre con frasi altrui, da Gandhi a Kierkegaard, da Martin Luther King a Paulo Coelho, mentre le offese, gli insulti, l’odio non hanno firma, spesso nemmeno la grammatica. Eppure, stando al “profilo”, molto spesso provengono dalle stesse persone!

Nell’Ottocento andava di moda una bambola a più facce, la cosiddetta multifaced doll, che, girando una chiavetta posta in cima al capo, mutava espressione, passando dalla gioia al pianto, dal sonno alla veglia. Ecco, i profili di Facebook somigliano proprio a quella bambola, perché contengono in sé tutte le sfaccettature dell’essere umano, anche se, soprattutto, quelle peggiori. Le peggiori, sì, perché non c’è niente di più degradante che voler apparire quello che non si è. Forse, semplicemente, voler apparire.

 

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