giovedì, 9 aprile 2020
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CRONACHE “MARZIANE” DUE

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Modica, 17 / 03 / 2020
Tutti epicurei per necessità in questi giorni di λάθε βιώσας, tutti a vivere nascosti avvertendo il peso di una condizione mai finora sperimentata. Cerchiamo speranza da possibili sperimentazioni mediche ma, anche in questo caso, le parole più emblematiche del comune stato d’animo sono quelle del sesto libro del “De rerum natura” lucreziano, “mussabat tacito medicina timore”. Quel siciliano “mussiare” che esprime l’ignorante e impotente silenzio di chi non sa e brancola nel buio. L’unica cosa da fare è accettare e sopravvivere come si può, elaborando idee positive e fingendo magari di andare a concerti, a teatro; uscire metaforicamente, insomma.
L’ho fatto oggi, lo farò domani, con Facebook e le trasmissioni in streaming che aiutano  a evadere perché, a differenza della passività televisiva, qui non si è solo spettatori e si interagisce con l’artista di turno partecipando attivamente in chat. Lo ho fatto però vestendomi in modo adeguato, aprendo l’armadio e scegliendo il colore, la stoffa, le scarpe col tacco e il trucco giusto. Anche se nessuno mi ha visto. Voglio dire che l’ho fatto per me stessa, per sentirmi speciale anche solo per meno di un’ora.
Sono così entrata, tre giorni fa, nel salotto di Fabio Rizza, giovane e sensibile artista dell’arpa celtica e classica e sono stata benissimo seduta in poltrona tra i suoi libri, col sole che filtrava dal balcone aperto su Modica, nel mio vestito di seta verde per augurarmi una primavera del cuore che tarda ad arrivare.
Gli accordi anch’essi verdi del brano “Luminescenze”, composto anni fa, trasportano nei boschi irlandesi con elfi celati tra fronde d’alberi e fanno muovere la tenda del balcone. Sonorità e armonie (recondite le chiamerebbe un tal Cavaradossi…), note filanti in cascatelle fanno vibrare le corde del magnifico strumento, di per sé opera d’arte.
Fabio invita a viaggiare verso il Sol Levante interpretando “Kimono”, ispirato al teatro Kabuki di Tokyo, luogo di una sua recente tournée e mi assale la fragranza di peschi in fiore di “Akiko” inventandomi una personale cerimonia del Cha no yu, l’arte tradizionale Zen che è incontro fisico ma anche pratica spirituale, col the verde polverizzato in sospensione a fare da pendent col mio abito e la mia speranza. Musica che aiuta a riconoscere il sé più profondo curandolo con grazia nipponica. Grazie, Fabio.
La medicina va “mussiando”? Allora mi sposto ai piedi del Fujisan in cerca di valori sapienziali curativi. Il mio è solo un invito a provare il brivido di eludere le carceri d’oggi, elusione fattibile per noi siciliani; non a caso abbiamo consegnato alla linguistica il bellissimo ossimoro “muòviti fermu”: muoversi stando fermi. Proviamo questa “cinestatizzazione” in aiuto al nostro equilibrio? Possibilmente la Crusca inorridirà di questo bruttissimo tentativo di neologismo. Che lo faccia pure tra qualche mese quando torneremo ad abbracciarci per strada.

image0Marisa Scopello

 

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