giovedì, 9 aprile 2020
Textile-Shuttle

COME UNA SPOLETTA NEL TELAIO

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Fra le tante immagini dell’infanzia riposte nell’archivio della mia memoria, cioè quelle che costituiscono il substrato dell’immaginario, mi  è balenata in mente la spoletta del telaio.

Mi riferisco a quell’oggetto, oggi sconosciuto perché in disuso, ma presente quasi in ogni casa fino al 1950, la piccola navetta di legno che conteneva incastrato all’interno un rocchetto di filo, lana o cotone, che veniva sospinta a mano tra i fili tesi sul telaio, i fili dell’ordito. La spoletta veniva sospinta con rapidità da destra a sinistra, e poi in senso inverso, tra un andare su e giù di un pettine che scorreva tra i fili tesi dell’ordito per accostare quel filo al precedente, facendo crescere in questo modo la trama che andava a costituire la tela.

Tralascio l’emozione fortissima che mi suscitava l’andare avanti e indietro della spoletta, qui non importa, qui serve solo l’immagine, giusto per dare l’idea di come “l’ospite” inquietante presente nella nostra psiche tiene sotto scacco la nostra mente.

Ammettiamolo, il Covid 19 tiene sotto scacco l’attività psichica. Si è insediato con prepotenza e le ha rubato la leggerezza, la fantasia, le ha serrato la porta dell’immaginazione, le ha imposto il ritmo frenetico dell’inquietudine che caratterizza l’ignoto.

In questi giorni di “tempo dilatato” che favorisce la riflessione, riflettendo sulla contingenza che viviamo, ho constatato che “l’ospite inquietante”, il virus, per prima cosa si è impadronito del nostro tempo, lo ha polarizzato su di sé e sui suoi oscuri effetti e conseguenze; si è impadronito della nostra libertà d’azione stravolgendo i nostri piani, tiene sotto pressione le nostre fragilità, mette a dura prova le nostre limitate risorse psichiche, turba i nostri equilibri, ci impone di reinventarci la quotidianità, ci ha privato delle relazioni che nutrono la nostra esistenza e anche quelle che la alleggeriscono, insomma ha scombinato tutti i piani, da quello economico a quello esistenziale.

Ma torniamo alla spoletta del telaio, al suo andare avanti e indietro freneticamente, la mia mente in questi giorni fa lo stesso, viaggia tra me e il prossimo, tra me e il mondo che mi circonda, quindi  rimodulando la mia quotidianità all’interno delle quattro mura, ho constatato il privilegio di avere una casa grande, comoda, riscaldata, fornita di terrazzino che mi consente di godere del sole senza immettermi nel fuori del potenziale contagio, ma il ritorno indietro della spoletta immediatamente mi fa immedesimare in coloro che vivono in una condizione opposta e dire che mi si stringe mi si stringe il cuore è un eufemismo.

Attivando le mie svariate abilità manuali che mi consentono di realizzare manufatti, utili oltre che a me anche ai miei figli, ho riflettuto su chi non possiede queste risorse, che non sono solo materiali, ma, anche e soprattutto, mezzi per ancorare al concreto la tensione interiore, mezzi per incanalare l’ansia.

Ho riflettuto sulla condizione di cattività cui siamo invitati a stare che certo può essere vissuta come un’opportunità per dedicarci a quelle cose che ordinariamente trascuriamo, ma se ciò vale per gli adulti è ben più pesante per giovani e per bambini a cui il confronto con gli altri è essenziale per crescere e per vivere.

Ho riflettuto sulle numerose volte in cui la mia vita ha subito lo scompiglio dei piani e mi ha richiesto di adattarmi verso direzioni non scelte e non immaginate, e su come, nonostante l’impatto di disagio, mi è poi riuscito di accettare la sfida e di reggerla, non dico di vincerla ma di reggerla. Mi sono detta che anche questa devo viverla come una sfida a resistere, ovviamente non mi riferisco allo stare a casa, ma piuttosto al reggere al senso di sospeso che può scaturire da questa inaspettata evenienza pandemica.

Resistere al sospeso è una condizione assai dura perché si tratta di un indefinito, si tratta di reggere a un imprevisto, forse a un non concepito, insomma è la condizione del buio per il bambino. Mi dico: troverò la forza anche questa volta perché devo, anche per chi mi sta attorno, anche per chi mi è caro. Affermo ciò e mi do ossigeno, ma, inevitabilmente e senza che io lo voglia, la spoletta  parte per il verso opposto e mi balena in mente la fragilità umana, mia e del prossimo, passo in rassegna l’umanità delle mie relazioni e tremo, e provo forte timore! Timore non solo per la potenziale infezione, per la fragilità del sistema sanitario, ma ancora prima, per la resistenza psichica nell’ansia verso il potenziale pericolo.

Insomma, per chi non vive auto centrato, e nessuno lo è totalmente, non si può non prendere in considerazione lo stato di calamità nel quale ci troviamo, e non si può non tremare, pur tenendo la schiena dritta, pur mettendo contrappesi sull’altro piatto della bilancia per mantenere una minima dose di equilibrio. Ciascuno mette tanti piccoli contrappesi, utili a sé e ai propri cari, un po’ di umorismo, un po’ di ottimismo, un po’ di leggerezza, un po’ di risorse culturali che grazie alla tecnologia ci sono disponibili, un po’ di pazienza, pescata nella riserva, in nome della consapevolezza che il momento richiede un meccanismo oleato per poter andare scricchiolando il meno possibile.

Se il viaggio di andata della spoletta ci incoraggia sussurrandoci che sul piano della resistenza esistenziale possiamo trovare risorse inaspettate, su quello di ritorno ci inquieta perché ci fa affiorare alla consapevolezza la durezza delle conseguenze economiche che seguiranno dopo, quando torneremo a poter uscire di casa, ma con addosso il sospetto che potremo sempre infettarci perché il virus si può ripresentare senza suonare il campanello, ma anche con il lavoro che è andato in fumo, con la vita materiale da reinventare, da rimodellare senza avere a disposizione la creta indispensabile.

Chi ha una condizione materiale garantita attualmente può concentrarsi sulla condizione del preservarsi e preservare, chi invece sta nel regno del precariato lavorativo ed economico, bacino molto ampio, già da adesso fa i conti col fantasma della penuria, dell’incerto, della disavventura che aggredisce allo stomaco, che stringe anche i polmoni e fa mancare l’ossigeno. Come il Covid19.

Carmela Giannì

 

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