giovedì, 9 aprile 2020
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VITA SOSPESA

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Senza fretta, tanto non c’è nessun piano B. Ho depennato la festa del papà, la sciclitana Cavalcata di S. Giuseppe, le frittelle con uvettta e noci. Libera da impegni che poi tanto pressanti non erano, libera di non fare nulla solo per il mio stupido piacere personale, attraverso la colazione nel sole sbiadito che promette una giornata altrettanto sbiadita. Dove lo trovo l’entusiasmo di recitare queste ore mentre sfilano i camion dell’esercito a Bergamo? Peggio dei medievali Trionfi della Morte e Branduardi continua a cantare Lei che porta la Corona, signora e padrona di tutti noi.
Mentre la maglia si disfa e i punti scivolano giù creando binari di vuoto, il tempo di riprenderli si congela. Annaspiamo fingendo il tifo da curva Sud in questo stadio di mascherine e disinfettante cercando appigli, ciambelle di salvataggio che abbondano
(la musica, la danza, gli affetti) ma lasciano il tempo che trovano. Il problema è che è brutto, infinitamente brutto, sentirsi chiusi in gabbia per quanto dorata possa essere; un recinto senza pascolo e transumanza, pochi metri e una ruota su cui fingiamo di percorrere chilometri restando fermi nello stesso punto. Non si può andare a teatro? Il teatro viene da te. Non si può passeggiare lungo il mare lontano? Una spiaggia caraibica viene da te. Non si può guardare dal vivo un panorama mozzafiato? Viene anch’esso da te grazie al Web. Un’apparenza di consolazione.
Anche parlare diventa un’arte difficile perché spesso il dialogo, anche quello più interessante, diventa monologo. Forse è sempre stato così ma, in questa solitudine da monade senza porte finestre balconi, la sensazione si acuisce: tutti scimmie sul comò, ambarabà ciccì cocò.
Stamattina ho salutato con la mano Peter Pan che spiccava il volo seguendo la sua rotta certa (seconda stella a destra…), però oggi ho piedi di balsa e non so trovare l’aire, l’impulso ad alzarmi da terra per intraprendere un viaggio qualunque. Troppi Lestrigoni, Scilla e Cariddi, senza canto di sirene, illusorie ma balsamiche per ferite che non rimarginano. Provo ad abbracciare il mio bagolaro, provo a mandare a memoria una battuta di Amleto ma le parole del copione assumono forme cirilliche illeggibili; impasto polpette e sorrido di me col sorriso storto che mi riesce meglio “Pensi ancora a mangiare, Marisa? Brava, impegna le mani e lo stomaco, non ti resta altro”
Altro? Come no, ci sono i castelli in aria…Quattro anni fa ne ho ricamato uno sulla copertina di mia nipote, l’ho piazzato sopra una nuvola contornata di rosa, con torri svettanti, finestre e tanti merli. Poi penso che quei “merli” oggi sono spennacchiati. E buonanotte.

Marisa Scopello

 

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