venerdì, 7 agosto 2020
l'editoriale di Luisa Montù

L’UOMO CHE STAVA DALL’ALTRA PARTE

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Luis Sepulveda muore di coronavirus. Lo piangono, lo piangiamo, come scrittore, regista, attivista politico, ma nella sua morte c’è molto di più. C’è tutta la tragicità di questi giorni che hanno visto emergere la realtà di noi esseri umani: gli egoismi, le stupidità, le meschinità rivelati senza le maschere, senza le ipocrisie che la tranquillità traveste da normalità, ma anche gli eroismi silenziosi, la generosità, la solidarietà, quelli spontanei, quelli veri, quelli, i soli, che ci rendono uomini.

Era appunto quest’umanità che raccontava Sepulveda, il suo essere Uomo, ed è quest’Uomo che il Coronavirus ha voluto strappare al mondo.

Capita spesso che uno scrittore che amiamo particolarmente quando leggiamo le sue opere si riveli, nel suo essere uomo, scostante, antipatico o addirittura gretto e banale. E questo, ovviamente, vale per qualsiasi artista. Non succedeva certo con Sepulveda, di cui non si sapeva se apprezzare maggiormente il lato artistico o quello umano.

E’ stato definito comunista, ma, più che comunista, era un ribelle, ribelle a qualsiasi tipo di dittatura, anche a quella degli esseri umani verso la natura, ribelle a qualsiasi tipo di divisione di razza ma anche di specie, non fu forse per questo che il gatto insegnò a volare alla gabbianella o che il topo divenne il miglior amico del gatto?

Era uno che stava dall’altra parte, dall’altra parte dei ricchi, dei potenti, dall’altra parte dei vincenti.

Amava il calcio, anche se non ne parlò mai nelle sue opere, perché lui lo sapeva che il calcio non è qualcosa da raccontare ma da vivere. Anche qui stava dall’altra parte, il suo tifo infatti andava allo Sporting Gijon e alla Roma, probabilmente perché non vincevano mai, ma la passione dei loro tifosi era diversa, era gioiosa e fiera e, soprattutto, quei tifosi stavano dall’altra parte.

No, uno come lui in questo mondo era fuori contesto, era la balena bianca che guarda con stupore la comunità umana e non la capisce, non capisce la mancanza di rispetto che vi domina, sia nei confronti delle altre creature che all’interno della stessa, ma vede che, anche qui, esiste qualcuno che conosce il rispetto, anche nei confronti delle creature diverse da sé: è la “gente di mare”, che vive la gioia della comunanza coi delfini ed è felice di vederli giocare e saltare fuori dall’acqua, che conosce la solidarietà e la libertà, quella vera; è la gente che, come lui, vive dall’altra parte.

Ma esiste ancora quell’altra parte o è diventata una landa desolata dove i viandanti non approdano più?

Forse esiste ancora, sperduta e nascosta, esiste in quei medici e in quegli infermieri che si prodigano per salvare i pazienti anche a costo del sacrificio di sé, esiste in quei carrelli con la spesa sospesa, esiste in chi aiuta lo sconosciuto che ha fame pur non avendo nemmeno lui molto da mangiare. Esiste. Ma è sempre più sperduta, sempre più lontana.

Oggi siamo costretti a parlare, nascosti dietro una maschera, di “distanza sociale” per intendere una distanza fisica tra persona e persona che impedisca il trasmettersi del virus. E’ una misura che dobbiamo rispettare, certamente, eppure infonde un senso di sgomento, perché fa pensare alla separazione, alla ghettizzazione. Già, in questo momento non ci è concesso di stare dall’altra parte.

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