lunedì, 25 maggio 2020
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CHE LAVORO SARÀ? I NOSTRI FIGLI CE L’INSEGNERANNO

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Proprio alla fine della fase uno e all’inizio della fase due, abbiamo attraversato amaramente anche la festa del lavoro che, come tutte le precedenti, in piena pandemia e con tanti morti veri, tanti morti di fame e tanti morti per finta, ha reso questo giorno riflessivo per alcuni, per altri un continuo lamento, per altri ancora la continuazione di una lunga e grande attesa a un ritorno alla normalità.

Normalità che non ha nessun presupposto fondato, perché se per necessità si è stati costretti ad accettare regole ferree, per forza maggiore verranno attuate e mantenute per tanto tempo in ogni campo lavorativo, sociale e affettivo. Ma siamo pronti per tutto questo?

In due mesi siamo riusciti, costretti a stare chiusi a casa per il bene comune, all’inerzia dei nostri muscoli e all’attività motoria del nostro cervello che in tanti è andato in escandescenze: disprezzo per tutto e per tutti con inerenti giudizi universali, suicidi in ogni regione e parte del mondo di cui si è pochissimo parlato, fobie e malcontento per tutti. Per molti, a parte chi ha perso tutto per motivi di contagio e di morte, non poter lavorare, non poter svolgere qualsiasi tipo di attività o movimento al quale erano abituati, è stato come ricevere un pugno nello stomaco e vomitare paura, una paura che ha lesionato completamente ogni singola loro parte lucida, rendendoli istericamente pessimisti e spregevoli nei confronti di chiunque abbia osato difendere la salute prima ancora del lavoro, anche a costo di non poter sfamare la famiglia.

L’attesa, come l’inerzia, per tanti è stata una grande pena, anche perché, se ci guardiamo attorno ma soprattutto a fondo, capiremo che quella pena rimarrà infilata nella nostra pelle per tanto tempo ancora.

Il primo maggio, festa del lavoro, si commemorano i tanti morti che nel mondo hanno lottato per i diritti dei lavoratori ma di questo ci dimentichiamo. Una volta si lavorava fino a quindici ore al giorno. Nel 1890, dopo un paio d’anni dalla Francia, anche i lavoratori italiani festeggiavano la conquista delle otto ore lavorative. Una festa internazionale che vide prima tanti morti anche in America, divenuta poi festa nazionale con un valore aggiunto per l’Italia ma anche qui c’è molto da ricordare e riflettere.

Quelle otto ore in questi due mesi, le abbiamo perse!

In questa fase due, che vede molti lavoratori tornare al proprio mondo lavorativo, con tante diverse misure, sicuramente giuste riguardo al rispetto della salute e della vita umana in generale ma che fanno capire quante cose sono state occultate e tralasciate in ogni settore lavorativo, ad ogni singolo lavoratore, costerà la libertà di una gestione rispettosa nei suoi riguardi stessi, perché per sopravvivere, per mantenere la propria famiglia degnamente, non gli basteranno più quindici ore di lento e minuzioso lavoro al giorno e avrà sempre paura di sbagliare e diventerà schiavo del suo lavoro che non sarà più solo passione ma sopravvivenza.

Una cosa ancora, i figli!

Sono gli unici che, colpiti al cuore, non hanno detto una parola, con grande dignità sono rimasti tutti in silenzio, accettando o anche non accettando le conseguenze che hanno stravolto i loro piani, eppure si sono visti rubare il futuro per il quale da sempre hanno lottato. Si sono visti additati come untori e per questo non desiderati dai loro concittadini stessi, cacciati dai luoghi in cui vivevano o blindati in un paese fermo e oscuro, eppure non hanno accusato nessuno e con fierezza attendono il momento del cambiamento che dovranno costruire loro all’interno di un’epoca tecnologica che, irruenta, sta entrando approfittandosi di questa pandemia che, oltre alle vite umane, si sta portando via tutto il bello e il brutto esistito fino ad ora.

I figli, gli unici che da questa brutta storia usciranno vincenti, gli unici che vogliono vivere migliorandosi e migliorando il mondo, gli unici che lavoreranno onestamente senza ricchezza economica e senza maschere che coprono il viso, gli unici che mostreranno la loro capacità di sopravvivenza in un mondo che ad ogni costo dovrà essere migliore.

Sofia Ruta

 

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