lunedì, 25 maggio 2020
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SQUALLIDO RINUNCIARE ALLA LIBERTÀ DI PENSIERO

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In questo periodo di vita singolare dell’ “iorestoacasa”, ho prestato, credo come tanti altri, più attenzione all’informazione, sia a quella delle note testate giornalistiche della carta stampata che a quella televisiva ed ho scoperto l’acqua calda. Cioè, non l’ho scoperta, sapevo dell’esistenza, ma proprio perché il fenomeno era noto ne stavo a distanza, cioè udivo ma non ascoltavo,  l’attenzione non adeguatamente stimolata non m’induceva a riflettere, praticamente slittavo, prendevo le distanze emotive e mi concentravo su altro.

Il distacco emotivo dalla comunicazione dei giornalisti durava ormai da oltre un decennio, era stato un lento declinare fino alla disillusione che mi aveva condotto al distacco quasi totale.

Faccio questa precisazione perché appartengo alla generazione che sulla carta stampata ha fatto grande affidamento per la propria formazione e per l’affinamento del proprio spirito critico.

In passato, mi riferisco a quarant’anni fa, io i quotidiani, e li nomino al plurale perché ne consultavo minimo due, non solo li leggevo, ma alcuni editoriali li studiavo, ne sottolineavo le espressioni linguistiche, ne evidenziavo i concetti, insomma erano il pane quotidiano per riflettere e per crescere. Devo buona parte della mia cultura ambientalista a quel magnifico divulgatore chiamato Luigi Manconi, devo l’essermi tenuta al passo della divulgazione scientifica a Pietro Greco, devo l’affinamento del mio stile espressivo all’eleganza asciutta della scrittura di Ida Dominianni. Insomma, c’è stato un tempo in cui sulle testate giornalistiche si poteva contare come si conta su una bussola.

In questo periodo di diradamento dei contatti interpersonali, periodo che certamente ha favorito la condizione, non sempre scontata, del contatto pieno e profondo con noi stessi, intendo anche con quelle parti di noi di solito meno ascoltate, in particolare l’attenzione emotiva allertata, quella parte resa vigile dalla paura, mi è successo di fare una lettura del fenomeno comunicativo più approfondita, non slittante sulla superficie, mi sono soffermata sulle sfumature dei singoli comunicatori, le ho passate al vaglio della riflessione, al setaccio del razionale, al microscopio dello spirito critico.

Da codesta posizione, certe sfumature sulle quali fino a qualche mese fa sorvolavo considerandole frutto della divisione faziosa fra “guelfi e ghibellini” tanto caro a noi italiani, mi sono trovata immersa nell’acqua calda, e la mia epidermide sollecitata ha risposto, mi ha generato una sensazione di profonda pena per l’umanità, e, come conseguenza, ho tratto delle amare considerazioni: quando il virus sarà sconfitto non saremo affatto migliori, mancano i presupposti strutturali degli individui, è come se fosse mutato il D.N.A. umano, siamo diventati scettici verso tutto, abbiamo perso il senso della dignità personale, non conosciamo il valore, né il potere, né la bellezza della libertà responsabile, per non parlare poi dell’agio e dalla signoria che scaturisce dell’autenticità e della testimonianza.

L’informazione è un settore di rilevanza strategica, gli operatori hanno sempre, ma in circostanze particolari come quella in cui è in pericolo la vita dei cittadini, una responsabilità enorme, il loro mestiere ha rilevanza pedagogica, ha grandissima ricaduta sui comportamenti sociali, sul costume, sulla tenuta del sistema, sulla tenuta della democrazia, ma soprattutto hanno la funzione di “maestri”, cioè di guida agli orientamenti della società, insomma sono chiamati a svolgere un servizio verso la collettività.

In una circostanza delicata come una pandemia che ha generato ansia ed angoscia per la salute, oltre che per le conseguenze di arretramento economico, in una condizione in cui al singolo è stato richiesto di mettersi in discussione e di mutare abitudini e comportamenti per aiutare ad evitare il disastro sanitario, in una situazione in cui per moltissima gente è venuto a mancare il lavoro e con esso il pane e la serenità, il minimo che codesti “garantiti” avrebbero dovuto mettere in campo sarebbe stato un atteggiamento “proattivo” e non rimanere sul “reattivo” dettato dal narcisismo individuale, invece è quello che hanno fatto, non sono cambiati in niente e anzi si sono svelati nel loro essere asserviti, opportunisticamente, alle logiche dell’editore d’appartenenza. Non hanno messo in campo la loro libertà di pensiero (forse ormai l’hanno smarrita), non si sono posizionati sulla funzione di servizio, cioè nella funzione di esplicitare con parole semplici le dinamiche complesse che guidavano il governo ad assumere decisioni con ricadute pesanti sui singoli, hanno abdicato alla funzione di maestri capaci di guidare, sostenere e incoraggiare quei milioni di esseri smarriti in balia alla marea senza neanche una zattera a cui aggrapparsi.

Le cosiddette “grandi firme”, dalle loro postazioni comode, sicure e garantite (nessuno di loro ha sofferto la debolezza della rete, l’assenza di mezzi di collegamento), forti di questo agio, si sono limitati a fare da megafono a coloro che strepitando alimentavano la confusione; si sono accanite a fare le pulci ad ogni espressione oscura ed ambigua riportata nei D.P.C.M., così,  anziché illustrare il senso del termine inquadrandolo nel contesto della situazione (compito di servizio), lo hanno analizzato con l’ottica di ridicolizzare, contribuendo ad aumentare il disagio di chi, privo di mezzi culturali e scientifici, non ne coglieva l’immediato senso; si sono adoperate con foga a riportare le improvvide dichiarazioni di qualche leader europeo contribuendo ad aumentare l’angoscia del disastro economico; non hanno mancato di dare rilevanza alle divergenti posizioni fra scienziati facendo perdere fiducia nell’ultimo pilastro serio che rimane; hanno amplificato le stravaganze di certi governatori presi dalla smania dei “pieni poteri”; hanno trattato ogni cosa come se tutte le difficoltà fossero il frutto di un capriccio di chi richiedeva sacrifici, praticamente estrapolandola dal contesto; si sono esercitati, fino alla nausea, nel loro sport preferito: ipotizzare un cambio di governo sfruttando ogni cenno di attrito in quello al potere, hanno giocato a prefigurare la compagine dell’ipotetico “nuovo” basato sui vagiti narcisistici di vecchi ex leader falliti, un esercizio di fantapolitica che genera solamente spasmi da colite in quanto è originato da mal di pancia; hanno lavorato, non so quanto consapevoli, ad amplificare il senso di fragilità presente nella nazione dovuto ai numerosissimi nodi irrisolti da un ventennio a questa parte, potremmo dire che pur di apparire originali hanno scavato nella melma; hanno avanzato la pretesa, ponendola come accusa al governo in carica, di non risolvere in contemporanea l’atavico problema della burocrazia, il deficit della rete informatica sull’intero territorio, il precariato in ambito lavorativo, la piaga del lavoro in nero, l’evasione fiscale miliardaria, la fragilità del sistema scolastico e di quello sanitario, praticamente il governo avrebbe dovuto risolvere tutto questo intanto che era impegnato ad elaborare strategie per contenere il contagio; hanno, di contro, totalmente ignorato il grandissimo slancio solidaristico praticato da migliaia di cittadini (concreto ammortizzatore sociale) che ad ogni ingresso al supermercato hanno riempito due carrelli per portarne a casa solo uno, lasciando l’altro a disposizione di chi non avrebbe potuto sfamare sé e i propri bambini.

Potrei continuare con gli esempi, ma mi sono stufata, e, soprattutto, sono amareggiata da cotanto tradimento di molti giornalisti verso loro stessi: hanno infatti umiliato la loro intelligenza, hanno soffocato il loro spirito critico, hanno tradito la loro missione di guida del gregge, si sono dimostrati patetici, d’ora in poi non potranno più esibire la patetica bugia della crisi della carta stampata individuando le cause fuori da loro, non potranno più convincere nessuno, è emersa tutta la nudità del re, chi si impegna per compiacere l’editore per opportunismo personale non può servire l’altro padrone, infatti l’ha abbandonato.

Certo, non tutti sono stati così penosi, c’è sempre qualche eccezione, giusto per confermare la regola. Comunque se dovessimo attendere il cambiamento necessario per adeguarci al mutamento della realtà dall’esempio di questi signori ci sarebbe da dis-perare!

Hanno dato solo cattivo esempio, si sono dimostrati incapaci di personale messa in discussione e di capacità di adeguamento al contesto mutato, non hanno colto il segnale forte proveniente dalla gente semplice, cioè dalla maggioranza di italiani, che ha fame di cultura per potersi orientare nell’assolvere il difficile compito del cambiamento.

Nonostante l’amara riflessione, nonostante la delusione per l’abbandono da parte di chi avrebbe  dovuto  aiutare ma non lo ha saputo fare, una fiducia di fondo che alberga nella mia struttura di stampo antico m’induce a sperare che sapremo superare le difficoltà che ci aspettano pescando nell’umile ed elementare buonsenso che sboccia nelle circostanze difficili.

Carmela Giannì

 

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