mercoledì, 15 luglio 2020
FLOYD

NON RIESCO A RESPIRARE!

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Sono passati 57 anni da quando Martin Luther King, a Washington, il 28 agosto del 1963, al termine di una grandissima marcia di protesta, pronunciò queste famose parole:

Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia del nostro paese. Cento anni fa un grande americano, alla cui ombra ci leviamo oggi, firmò il Proclama sull’Emancipazione. Questo fondamentale decreto venne come un grande faro di speranza per milioni di schiavi negri che erano stati bruciati sul fuoco dell’avida ingiustizia. Venne come un’alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività. Ma cento anni dopo, il negro ancora non è libero; cento anni dopo, la vita del negro è ancora purtroppo paralizzata dai ceppi della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il negro ancora vive su un’isola di povertà solitaria in un vasto oceano di prosperità materiale; cento anni dopo; il negro langue ancora ai margini della società americana e si trova esiliato nella sua stessa terra […]”

Oggi più che mai queste parole risuonano come frecce in un cielo già denso di nere nubi, tempesta che ha colpito l’America ma che risuona con prepotente verità in tutto il mondo, direi!  King parlava di speranza, spiegava che un faro luminoso avrebbe illuminato milioni di americani di colore e avrebbe spezzato quelle forti catene della discriminazione razziale. La speranza di quel sogno che ogni uomo libero dovrebbe avere per sé e per gli altri, la speranza di poter essere giudicati per il carattere e non per il colore della pelle. Questo era il sogno di un uomo semplice, Nobel per la pace, che ha gridato nel deserto di quella folla e le sue grida anche oggi sembrano risuonare forte, ma ancora una volta invano!!

Quel sogno in questi giorni sembra essere stato davvero violato, gli americani sono stati travolti da un’ondata orribile di oscura verità: il razzismo c’è sempre stato, addirittura è ancor più forte, soprattutto in questa era ha trovato anche come alimentarsi, ed ha preso ancora più potere, talmente tanto da indurre un agente di polizia ad uccidere un innocente solo perché nero. Mi chiedo cosa possa aver spinto un uomo ad ucciderne un altro o ad usare violenza contro di lui solo perché diverso di colore. Il pregiudizio spinge quella mano, quell’oscuro morbo dilagante ritorna e mette radici soprattutto là dove la cultura della violenza è sostenuta e incentivata anche da chi dovrebbe farsi portatore di pace tra la sua stessa gente.

La tragica morte di George Floyd mostra palesemente che questo sogno è proprio lontano dall’avverarsi; questo episodio ha suscitato un’ondata di proteste in tutta l’America contro la polizia, una guerriglia urbana che ha causato anche morti e feriti, 4 mila arresti e il coprifuoco in più di 40 città, e inoltre il Presidente Trump sta rispondendo all’ondata di proteste con la forza, come suo solito, aggiungerei. Mentre il 4 giugno, a Minneapolis erano migliaia le persone che hanno accompagnato il feretro di Floyd arrivato nel grande santuario della North Central University, in mezzo ad una folla commossa al grido unanime di bianchi e neri “I Can’t Breathe”, “Non riesco a respirare”, uno slogan associato al movimento Black Lives Matter, e derivato dalle parole di Eric Garner e George Floyd, due afroamericani soffocati a morte durante i loro arresti nel 2014 e nel 2020.

Che dire…. che la storia sembra ripetersi ancora, che l’uomo non smetterà mai di sbagliare, che il razzismo e la xenofobia sono morbi che rimarranno sempre nel nostro DNA. Ma quando ancora qualcuno, un gruppo, magari un popolo all’unisono avrà ancora la forza di gridare a gran voce il NO alla violenza razziale e xenofoba, e si sognerà ancora un mondo dove tutti alla pari ci rispetteremo, allora, solo allora, l’uomo potrà davvero tentare di riconquistare quell’umanità ormai completamente perduta.

Graziana Iurato

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