mercoledì, 15 luglio 2020
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C’È POCO DA RIDERE

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Già al tempo delle elezioni regionali siciliane del 2012, vinte da Rosario Crocetta su Nello Musumeci, il duo comico Merighi & Troja aveva profeticamente intuito la pericolosità dell’ex missino cantando “Viri chi dannu ca fici Musumeci”, sull’aria del noto canto popolare dei vavaluci.

Quando, nel 2017, fu la volta di Musumeci di entrare da comandante in capo al Palazzo dei Normanni, la sinistra distrutta dall’esperienza megafonata di Crocetta trovò un briciolo di consolazione nella vox populi che diceva del vincitore: “sì, è di destra, ma è un galantuomo.”

Fin dall’inizio del mandato, però, parve a tutti poco digeribile che il governatore Musumeci fosse palesemente subalterno ad un personaggio “chiacchierato” come Gianfranco Miccichè che, nel ruolo di presidente dell’Assemblea siciliana, gode tuttora di un immotivato (si fa per dire…) strapotere.

Poco finora ha fatto per onorare il nome della sua lista “Diventerà bellissima”. Visto l’arrembaggio al carro del presunto favorito alle prossime elezioni nazionali da parte di buona parte dei notabili di centro-destra già berlusconiani e forte dell’esplicito appoggio leghista, ha deciso di nominare Assessore ai Beni Culturali al posto di Sebastiano Tusa, archeologo di fama internazionale tragicamente scomparso, Alberto Samonà, giornalista e saggista, studioso di esoterismo sulle tracce del pensiero di Julius Evola, controverso esponente della mistica fascista.

Samonà ha fin da ragazzo gravitato nell’orbita di formazioni di destra per poi tentare l’avventura politica col Movimento 5stelle per approdare infine tra le braccia di Salvini. Il giovane neo assessore appartiene ad una storica famiglia palermitana ricca di intellettuali, studiosi ed artisti di spicco: suo bisnonno fu Giuseppe Samonà, importante figura dell’architettura e dell’urbanistica italiana del secolo scorso che fu anche impegnato in politica come deputato eletto nelle liste del PCI.

La scelta di assegnare un assessorato alla Lega da parte di Musumeci ha ufficializzato l’ingresso di un partito nato al nord con intenzioni dichiaratamente secessioniste ed improntato ad un forte disprezzo per il meridione in toto. Naufragata la leadership di Bossi e di quasi tutto il gruppo fondatore per i noti scandali finanziari, Salvini ne ha abilmente raccolto l’eredità politica – anche certi 47 milioni rubati con la scusa dei rimborsi elettorali – e ha trasformato il partito in entità rappresentativa della destra a livello nazionale.

Lo sconcerto di tantissimi siciliani di fronte alla possibilità che fosse un leghista del nord ad occuparsi dei beni culturali e, soprattutto, dell’identità del popolo siciliano ha scatenato una intensa campagna contro Musumeci e le sue scelte, alla quale il governatore ha risposto con spocchia e sarcasmo: “Una sparuta minoranza di poveretti… la gente perbene non parla, sta a casa!”. Poi, per cadere in piedi, la scelta è caduta su Samonà, che, come si dice in certi ambienti, nasce “bene”. Vedremo.

In tempo di corona virus, il nostro galantuomo si è prodotto in una serie di uscite e di clamorosi rientri su controverse decisioni capaci di condizionare pesantemente la vita dei siciliani. Come ciliegina sulla torta, dopo goffi tentativi di celare alla stampa i maneggi in corso, comprensivi di cene clandestine tra estranei, non “congiunti” ma potenti, ci è stato imposto come consulente anti-Covid19 il redivivo Guido Bertolaso, già capo della Protezione Civile al tempo di Berlusconi, inquisito più volte per malversazioni e corruzione nella gestione delle emergenze, inchieste fortunatamente per lui finite sempre con l’archiviazione, ma fresco dell’affare riconversione della ex Fiera di Milano in ospedale specializzato in rianimazione: spesi 21 milioni di euro per una ventina di posti letto a fronte degli oltre quattrocento promessi. Il ragazzo promette bene!

Sorridendo sfottente sopra la barbetta caprina, Musumeci ha ammesso che già da parecchi giorni Bertolaso sta lavorando all’ottimizzazione della gestione della fase di parziale riapertura, ma che il compenso per la sua opera è fissato in un euro simbolico, e che, per non gravare sulle finanze regionali, tutte le sere se ne torna a dormire nella sua barca ormeggiata a Trapani: ne siamo tutti commossi! A proposito, come ha fatto Bertolaso ad arrivare in barca a Trapani mentre a nessuno era consentito entrare in Sicilia? Ha forse imparato come si fa dagli scafisti libici e tunisini?

Vedremo se il dottor Bertolaso riuscirà a rifarsi una verginità in Sicilia: siamo scettici, ma ce lo auguriamo per il nostro bene.

La situazione non può che ricordarci l’aria di Canio, primo atto de “I pagliacci” di Leoncavallo, una pagina tristissima sulla condizione dell’umana miseria che culmina con lo struggente “Ridi, pagliaccio”.

C’è poco da ridere, caro Musumeci.

Lavinia de Naro Papa

 

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