mercoledì, 15 luglio 2020
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A tavola con gli Dei (a cura di Marisa Scopello)

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Notte di bonaccia sull’Egeo. Il tramonto di ieri si era acceso di porpora e viola su quel mare colore del vino che sciabordava indolente intorno all’imbarcazione, affiancata dal gioco dei delfini che emergevano e si tuffavano allegri (pensavano ci fosse Arione lì lì per cadere in acqua e salvarlo ancora?).
Nella calma illune sento le voci dei marinai che additano stelle e costellazioni, le nominano a bassa voce per non disturbare, con rispetto per la vetusta bellezza del cielo, sbadigliando assonnati mentre gli altri, di guardia, scrutano l’orizzonte liquido.
Il nocchiero tiene dritto il timone in direzione di Rodi, la nostra meta, che raggiungeremo presto. Mai c’è stato un momento così propizio: entrare nel porto dell’isola delle rose sul far dell’aurora “dalle dita di rosa”, preannunciata da quel leggero sospiro di vento solare (lo conoscono bene gli insonni estimatori dell’albeggiare) mentre in controluce si staglia il Colosso, mi sembra il modo più degno di inaugurare i miei viaggi mediterranei alla scoperta del cibo di antichi Dei. Tra questi il primo, Timachida di Rodi, è l’ouverture dai polifonici accordi del clima simposiaco e conviviale.
Chi è Timachida? Autore de “I banchetti”, poema in undici libri, si può considerare un geniale erede di Esiodo per la cultura materiale greca, ne supera la frugalità dell’ambientazione rurale e ne esalta la creatività del primo secolo a.C.
Mi sta aspettando nell’atrio del suo palazzo con il benvenuto (χαίρε) e la Xenia per me, ospite di riguardo. La tavola è già imbandita: pite fragranti di forno, olive nere al cumino, olive verdi con aglio e prezzemolo, pastinache viola condite con menta, aceto e sedano marino. Troneggia il grande cratere nero a figure rosse di vino da diluire con acqua di fonte. Al centro della tavola il τρύβλιον (grande piatto da portata) sovraccarico di uova, cibo propiziatorio per eccellenza, metafora della vita che nasce.
Sono uova dorate, tipico pasto di Rodi. Timachida mi invita ad assaggiarne uno; al mio palato si rivela il sapore pieno e gradevole.
“Sono καταπλέοντα αύγα (uova ripiene)”, dice Timachida, e me ne racconta ingredienti e procedimento: uova sode, tonno di Bisanzio, acciughe sott’olio, ricotta di pecora, prezzemolo, olive verdi denocciolate, farina, pane secco pestato e uova sbattute; si dividono le uova sode a metà (tenendo attaccato l’albume per una porzione), si estraggono i tuorli a cui si aggiungono il tonno bollito, le acciughe, la ricotta, le olive e il prezzemolo riducendo il tutto nel mortaio a una consistenza morbida; con le mani vengono formate le palline che sono collocate nella cavità degli albumi; si ricompongono le uova, si passano nella farina, nelle uova sbattute, nel pangrattato e, infine, si tuffano a friggere nell’olio caldo.
Il pranzo sarà lungo di portate sorprendenti ma, intanto, mi godo l’antipasto.

Maria Scopello

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