mercoledì, 15 luglio 2020
l'editoriale di Luisa Montù

FACCINE DA FACEBOOK

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Probabilmente i primi utenti di facebook (se facciamo specifico riferimento a facebook è solo perché si tratta del primo social che è esploso, quindi probabilmente il più diffuso, anche se oggi a questo se ne affiancano vari altri) vi si accostarono per conoscere persone nuove con le quali condividere i propri interessi oppure per ritrovare vecchi amici o compagni di scuola persi di vista da tempo.

Fin qui rappresentava un piacevole luogo d’incontro in cui conversare, scherzare, ricordare. Ci si cominciò a raggruppare fra tifosi della stessa squadra, appassionati della stessa musica, degli stessi film o dello stesso genere di letteratura.

Era un po’ come una piazzetta nella quale incontrarsi, conoscersi, dialogare. Piacevole.

Poi, come accade inevitabilmente quando in un luogo si accentrano masse di persone, è degenerato.

Da un lato si è sviluppata sempre più forte la voglia di mettersi in mostra, con l’esibizione di foto a cui normalmente nessuno avrebbe mai pensato, finanche sul water, luogo abitualmente deputato a estrema concentrazione e riservatezza, o del proprio pensiero, che, appunto perché proprio, non vuole essere contestato da chicchessia, altrimenti giù insulti, tanto nessuno può venirti a prendere per i capelli facendoti rinsavire (o almeno diventare educato) con quattro schiaffoni, perché ti trovi nell’etere, praticamente puro spirito.

C’è chi lavora, e lavora sodo, tutto il giorno, magari iniziando alle sette di mattina, eppure non riesce a fare a meno, appena alzato, di salutare gli “amici” e di comunicare che sta andando al lavoro e quando torna la sera, stanco morto, deve comunque collegarsi e controllare quanti l’hanno salutato e quanti no. Ed è convinto davvero che a queste persone, mai viste e conosciute, importi qualcosa di lui, dimenticando l’amico, quello vero, che, ahilui!, non è iscritto a facebook. Pensare che su facebook non si conosce nessuno, ma solo l’immagine che ognuno di noi vuol dare di sé e che, il più delle volte, non corrisponde per nulla a quello che è davvero.

Nessun danno per la società da tutto questo, semmai per chi travisa la realtà privilegiando quel mondo virtuale che può pure essere divertente ma è virtuale, appunto, quindi non esiste.

Eppure questo mondo inventato ha finito per acquistare peso, e quanto peso!, pure nella realtà. Perché le parole  scritte hanno sempre un gran peso e questo peso può anche diventare insostenibile.

Si è lasciato libero di manifestarsi tutto l’odio che coviamo dentro e lo si fa insultando, denigrando, persino inventando. Non si verifica quello che si posta, presentando come attuali persino notizie di tanti anni prima, che, cambiando contesto, cambiano anche di significato, presentando le bufale come oro colato, senza mai controllare da dove provengano. Il proprio stato d’animo deve essere espresso, ma non con le proprie parole bensì con frasi standard prese a prestito da siti creati ad hoc oppure riportando articoli pubblicati su testate spesso notoriamente di bufale (alcune di queste, tra l’altro, nate più per divertire che per essere prese sul serio). Si tende a mantenere i contatti con chi la pensa come noi, cercando sempre più di evitare il dialogo, il confronto. Invero, si creano dei branchi e il branco, si sa, tende alla prevaricazione e alla violenza.

La violenza verbale espressa nei confronti di diversi modi di pensare può diventare pericolosa, può espandersi, può aizzare ad azioni cattive, oppure, quando arriva a suggestionare menti ingenue, prive di un retroterra culturale in grado di proteggerle, in alcuni casi può generare gli stessi effetti del bullismo di piazza. Succede infatti che persone giovani, non smaliziate, vengano in contatto con “amici” coi quali per un po’ chiacchierano del più e del meno. Tutto normale. Improvvisamente però questi, a una qualsiasi affermazione del o della giovane, cominciano a criticare, a criticare sempre di più, fino a esprimere basse insinuazioni e offese. Basterebbe un click per cancellare e dimenticare definitivamente queste persone, ma quando si è giovani e ingenui non lo si fa, si continua a leggere, a sentirsi sempre più piccoli, insignificanti, si soffre. Ecco dunque i suicidi di giovani, di adolescenti, che purtroppo abbiamo dovuto constatare, dovuti a questa violenza verbale di branco. Violenza ancor più pericolosa di quella fisica, perché nascosta, protetta dall’anonimato; il più delle volte infatti questi cosiddetti “leoni da tastiera” usano nomi falsi, usare il proprio dimostrerebbe coraggio, che diamine!, e il coraggio si è andato sempre più estinguendo. E non l’ha nemmeno ucciso il coronavirus, agonizzava già da un pezzo!

C’è persino chi, per il gusto malato di postare qualcosa di eclatante, compie un gesto che può spaziare dall’autolesionismo a un crimine per filmarlo ed esibirlo orgogliosamente (?!) sul suo profilo!

Era una moda, è diventata una malattia. Qualcuno s’ingegni a curarla, per favore, prima che sia troppo tardi!

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